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Svidrigajlov, “topo del sottosuolo”: più “corporea” che “mentale” l’interpretazione di Manni

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“La ragione è schiava della passione: io forse ho rovinato più di ogni altro me stesso. Sono un mostro, o sono malato, io stesso una vittima?”

A tali questioni fondamentali su di sè, il “topo del sottosuolo” Svidrigajlov sembra non saper, non poter ripondere. E con lui gli interolocutori-spettatori, risucchiati per un’ora nello spazio scenico, sordido e claustrofobico, di una locanda di San Pietroburgo. Spettatori seduti ai tavolini, candele, fumo, vino. Il pubblico diventa avventore, insieme all’avventore protagonista, che racconta la sua storia.

Così Alberto Oliva, alla regia, e Mino Manni, sul palcoscenico, approfondiscono un personaggio solo apparentemente secondario dell’opera più conosciuta di Dostoevskij ,“Delitto e castigo”: Arkadij Ivanovič Svidrigajlov. 
Al Teatro Gioia di Piacenza sono arrivati mercoledì sera, dopo il riuscito debutto al Franco Parenti di Milano nel 2016, nell’ambito della programmazione di “Pre/Visioni proposta da Teatro Gioco Vita e Associazione Amici del Teatro Gioco Vita, sezione del cartellone Altri Percorsi della Stagione di Prosa “Tre per Te” del Teatro Municipale.

“il topo del sottosuolo” è lo “spin-off” teatrale, prodotto dall’associazione “I Demoni” di Oliva e Manni, rispetto all’adattamento scenico di “Delitto e castigo”. E un personaggio del sottuosolo è il protagonista della piecè, Svidrigajlov. Perso nell’ozio, nel vizio, nella perversione, consapevole della propria abiezione, eppure incapace o incurante (chi lo sa, forse entrambi?) di rimerdersi. Svidrigajlov è un “topo”. Uno di quelli che si vede addosso in un momento di delirio, l’ultima notte della sua vita, prima del suicidio.

Eppure anche lui capace di innamorarsi follemente di una graziosa fanciulla, tanto da essere pronto alla morte per lei,  sia essa omicidio o suicidio, se solo lei stessa – “Dannazione!” – la sua bellissima Dunja, lo avesse voluto. Tutto questo lo svela e dipinge il piacentino Mino Manni, dando corpo e voce a un personaggio mefistofelico. In un’ora di intenso monologo, il ritmo, a tratti dolce, si fa incalzante e poi furioso. In un’interpretazione viscerale, quasi violenta, del personaggio, fino ad una danza caotica, tra il diabolico e il trasognato.

Giocatore incallito e baro confesso, Svidrigajlov racconta, declama la sua vita e sè stesso, nella bettola di San Pietroburgo. Coinvogolge il pubblico con interrogativi diversi ai quali nemmeno lui sa rispondere. La moglie Marfa Petrovna e l’amante Dunja sono solo due delle sue prede, se lui, come Don Giovanni, di tutte le donne si infatua, ma nessuna riesce ad amare in modo puro fino in fondo. Riconosce Svidrigajlov la mondezza della sua anima, ma invoca la sua onestà come alibi alla propria condotta.

E Manni provoca mentre racconta, fa linguacce e gesti volgari, balla, beve vino sprezzante, fuma in faccia agli spettatori, si divincola. Ma il continuo ondeggiare del personaggio tra peccato, pentimento e compiacimento, tra lussuria e romanticismo, tra amore e disprezzo, tra distacco e coinvolgimento, che fa grande lo Svidrigajlov
di Dostoevskij, qui è sempre presente, si avverte tra le righe, non però in modo particolarmente pregnante.

L’interpretazione di Manni è infatti affidata primariamente alla gestualità corporea, agli sguardi (e il physique du rôle non manca) pur importanti, nel racconto essenzialmente declamatorio che il personaggio porta in scena. Ma non sembra piena emanazione mentale, vissuta, sentita delle ossesioni di un uomo perduto. Così il conflitto dell’anima, quell’abisso insondabile tra il tormento della colpa o malattia e il gusto compiaciuto della perversione non si sentono pienamente. Nè, in fondo, tali sentimenti contrapposti, turbano, o disturbano più di tanto, l’animo di chi ascolta. Come invece dovrebbre essere essere.

E mentre le proiezioni video sono una concessione fin troppo pop per un opera che, per quanto attuale, non può rimanere che classica, la frase più tormentata finisce per essere, paradossalmente, la più composta: “Ci ritroveremo qui, Dunia, a San Pietroburgo. Perchè è qui che abbiamo spento il sole”.

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