“Tendere una mano a famiglie fatte a pezzi dal gioco d’azzardo patologico”

Economicamente rovinate e fatte a pezzi: le famiglie dei giocatori d’azzardo patologici soffrono in maniera indicibile. E’ un problema sociale, ma lo Stato non sembra accorgersi di loro.

Lo sanno molto bene Alessandra Bassi e Fausta Fagnoni che da una decina d’anni sono impegnate nei servizi di ascolto e counseling che la cooperativa “L’Arco” e l’associazione “La Ricerca” hanno attivato in collaborazione con l’Ausl di Piacenza per tendere una mano a mogli, mariti, genitori, figli, persone che non sanno più come fare non solo per aiutare il proprio coniuge, figlio, genitore, ma proprio come gestire il rapporto con lui (o lei), come salvarlo, come tenere a galla la famiglia.

Spesso questi vissuti drammatici terminano con la rottura del nucleo familiare. Perché le sofferenze dovute alle menzogne reiterate e inestricabili (da parte del giocatore che invischiato nel vortice delle perdite al gioco e degli indebitamenti evita i confronti raccontando bugie su bugie, non riesce a cambiare, fa promesse vane) hanno ricadute a lunga gittata nelle relazione interpersonali, specie in quelle affettive, mano a mano viene meno la fiducia, aumentano i conflitti, cresce la rabbia, l’aggressività, il risentimento.

I sentimenti negativi che minano l’equilibrio della famiglia si moltiplicano a dismisura: senso di tradimento, perdita di rispetto, liti, incapacità di parlarsi e quando ci si parla è un continuo rinfacciarsi responsabilità. “Chi suo malgrado si trova a vivere tensioni di questa drammaticità finisce per rimetterci anche la salute, attacchi d’ansia, patologie all’apparato gastrico, forti cefalee, depressione”.

L’aiuto che viene offerto da “L’Arco” e “La Ricerca” al fianco delle famiglie dei giocatori d’azzardo patologici è fatto di percorsi di counseling (ascolto e orientamento) rivolti sia a famiglie con familiari in trattamento sia a famiglie dove il malato di azzardo non accetta di essere curato. Il presupposto è: riconoscere di avere un problema, rimuovere la vergogna, cercare di parlarne con persone fidate.

I riferimenti telefonici per avere informazioni al riguardo sono quelli delle counselor de “L’Arco” (0523.315953 chiedere di Alessandra Bassi) e de “La Ricerca” (0523.338710 chiedere di Fausta Fagnoni). Nelle azioni in essere anche le esperienze di pacificazione familiare.

Il primo passo è: superare la vergogna di parlarne. Di tutto questo si è parlato in una serata, purtroppo poco affollata rispetto a quelle che l’associazione “La Ricerca” organizza periodicamente per offrire al territorio spaccati e riflessioni sulle nuove emergenze sociali: sintomo anche questo che le persone colpite direttamente dalle conseguenze del gioco d’azzardo hanno timore ad esporsi?

“La vergogna è un tratto comune di quanti hanno un familiare che soffre di questo disturbo, perché di disturbo si tratta, non di vizio, sia chiaro. Dietro c’è un disturbo comportamentale, una malattia cronica recidivante ad alto tasso di ricadute, che ha effetti devastanti sulla vita dell’individuo, impatta pesantemente sui suoi familiari.” è stato più volte sottolineato all’incontro – titolo “Quando la solitudine diventa vergogna: l’esperienza dei familiari dei giocatori d’azzardo” – aperto da un interessante prologo del dottor Maurizio Avanzi responsabile della cura del disturbo del gioco d’azzardo dell’Ausl di Piacenza.

L’esperto ha fornito alcuni dati su cui occorre riflettere: lo sapete quant’è il fatturato della produzione vinicola in Italia? 10 miliardi. Sapete quanto quella del Gioco d’azzardo? 96 miliardi, di cui circa il 51%, arrivati dalle tasche dei giocatori che sperperano tutto alle slot-machine: sono solo il 2% del totale dei giocatori.

Totale che corrisponde all’1 per cento della popolazione italiana (e comunque il 45 per cento dei maggiorenni ha giocato almeno una volta), catturata da ben 51 tipi diversi di gioco d’azzardo dove i più insidiosi arrivano direttamente a casa sullo schermo del computer o sul cellulare. Per questo tipo di “giochi” non occorrono abilità, non è che più giochi più acquisisci capacità.

La “trappola” scatta con la prima vincita, perché ti fa cambiare modalità di gioco, t’illude che prima o poi puoi vincere ancora, che vincere e tanto è possibile (quando invece il calcolo delle probabilità dimostra che è quasi impossibile). Di clic in clic ti partono centinaia di euro per volta. Si finisce così per prosciugare il conto in banca, ci si indebita all’inverosimile. C’è chi ha perso la casa, il lavoro, la famiglia. Uscirne non è affatto facile, con e – ancora peggio – senza l’aiuto della famiglia.

Ricucire i legami è molto difficile, l’opportunità dei weekend di pacificazione familiare. Quando la famiglia resiste ai colpi bassi del gioco d’azzardo patologico ha assolutamente bisogno di essere affiancata e aiutata nel lungo periodo a ricostruire sentimenti e rapporti che si sono lacerati.

Ci vuole tempo e perseveranza anche se il giocatore smette di giocare. Ed è questa la ragione per cui la cooperativa “L’Arco” e l’associazione “La Ricerca” si sono unite in un percorso che in collaborazione con l’Ausl di Piacenza consente di tentare la strada della riconciliazione familiare, una strada da compiere a piccoli passi, sperimentando momenti di condivisione affiancati da esperti, come avviene nei weekend di pacificazione che stanno ottenendo riscontri molto soddisfacenti.

Recentemente sono stati anche oggetto di una relazione presentata dalle due counselor piacentine al primo convegno internazionale sul tema del lavoro con i familiari di chi ha una dipendenza, la “Addiction & the Family International Network” a Newcastle, Inghilterra.

Tiziana Pisati

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