Da bracciante a imprenditore: arrivato su un barcone oggi Indrit è italiano (e piacentino)

Dall’Albania all’Italia: da bracciante agricolo a imprenditore

Intervista a Indrit Ajdini nato in Albania nel 1979 e arrivato in Italia nel 1995 all’età di sedici anni.

Come è maturata la decisione di venire in Italia?
Dopo il regime comunista il mio Paese era in frantumi. Anche molte scuole erano state abbandonate per cui era difficile studiare. Chi aveva un po’ di terra e bestiame aveva appena di che sopravvivere e non era possibile risparmiare niente. Questo capitava anche alla mia famiglia. Vedevo miei compaesani che emigrati in Italia tornavano per le feste ed erano con belle macchine e ben vestiti. Mi immaginavo che in Italia si stava bene e poi era abbastanza vicina.

In che modo e con quali mezzi è arrivato?
I miei genitori hanno assecondato il mio desiderio, hanno risparmiato soldi e hanno cercato un contatto con contrabbandieri di Valona. Dopo una settimana mi sono imbarcato a Valona. Sulla barca eravamo in una cinquantina di persone e dopo una traversata durata due ore circa siamo sbarcati a Otranto dove c’erano taxi italiani, d’accordo con gli scafisti, che ci hanno trasportato in un cascinale. Tutto il viaggio era costato un milione di lire.

Come trascorre il primo periodo?
Raggiungo un parente a Modica in Sicilia e lì quello che si poteva fare era curare la terra ma intanto che mi occupavo della terra mi occupavo anche dei motori e dei macchinari che servivano per l’agricoltura. E’ sempre stata la mia passione. Il mio pensiero però era quello di salvare la mia famiglia, mandare soldi a casa. Abbiamo vissuto anche in un campo di arance e in una stalla di cavalli. E io sempre attratto dai motori. Allora si poteva avere un permesso di lavoro a 16 anni. Quando sono arrivato in Italia non avevo documenti perché era meglio che non si sapessero le nostre generalità. Quando sono riuscito a farmi mandare la carta di identità, la madre del mio datore di lavoro, che mi era molto affezionata, mi ha lavato i calzoni in lavatrice con il documento nella tasca. Per me era molto importante regolarizzare la mia posizione e così sono andato a Roma all’ambasciata per farmi un nuovo documento e sono tornato in Sicilia in giornata. Da bracciante volevo diventare imprenditore, l’importante era andare avanti.

Cosa succede dopo?
Mio fratello mi raggiunge quando ho 19 anni e con lui divido un appartamento. Poi nel 2001 un altro parente mi propone di venire a Piacenza a lavorare con una cooperativa impiegata presso il magazzino di Ikea. Parlando con i camionisti che trasportavano la merce al deposito Ikea scopro che il loro stipendio è molto più alto del mio e così mi attivo per fare tutte le patenti, necessarie e già che ci sono anche quella per guidare i pullman. E’ stata dura anche perché al nord avvertivo il sospetto nei confronti degli stranieri, una sensazione di emarginazione che invece non avvertivo in Sicilia. Ma l’importante era guardare avanti.

Come arriva al suo attuale lavoro di imprenditore?
Dal 2003 al 2012 lavoro come dipendente alla guida di pullman e nel 2007 sposo una ragazza albanese conosciuta al mio paese e abbiamo 2 figli. Nel settembre 2012 , mi licenzio dalla ditta per cui lavoravo e nel frattempo studio insieme a mia moglie per dare degli esami per ottenere l’attestato per poter aprire la mia ditta. Nel febbraio 2013 ottengo la cittadinanza italiana, e nel mese di luglio 2013 inizio finalmente la mia attività, in un periodo non facile a livello economico per la crisi economica che stava attraversando l’Italia. Io e mia moglie (che tutt’ora lavoriamo insieme) iniziamo l’attività con un pullman usato, che depositavo presso una cascina. Un anno dopo il secondo pullman. Oggi disponiamo di 4 mezzi da 50 posti e altri 2 più piccoli. Abbiamo anche un capannone in affitto come deposito e un ufficio. I miei dipendenti sono 2 a tempo indeterminato e 7 – 8 a chiamata. Sono tutti italiani e io arrivo a lavorare anche 18 ore al giorno.

Come si sono trovati i suoi genitori?
Papà abbastanza bene, anche perché ha lavorato nei campi per le raccolte estive e quindi ha potuto conoscere un po’ l’ambiente, mentre mamma non parla italiano e ha rapporti solo con noi famigliari.

Cosa consiglierebbe ad un amico che dall’Albania volesse arrivare in Italia oggi?
Le condizioni dell’Albania oggi sono un po’ cambiate e sono migliorate ma se qualcuno volesse lasciare il paese gli direi di prepararsi a soffrire per poter ottenere risultati onesti e se possibile di non partire da clandestino, perché così ti sembra di non esistere.

Michela Riboni

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