Cinemaniaci: una storia lunga 30 anni. L’intervista al presidente Piero Verani

Siamo alle porte dell’attesissima rassegna cinematografica all’Arena Daturi: abbiamo intervistato il presidente dei Cinemaniaci, Piero Verani, per scoprire cosa sta dietro a un’associazione culturale e il ruolo che ha a Piacenza.

Come è nata l’idea dei Cinemaniaci?

L’associazione è stata creata a metà anni ‘80 da un gruppo di cinefili piacentini che passeggiava sul Facsal, con l’idea di riportare in città il cinema all’aperto. Queste persone hanno trovato disponibilità nel comune di Pontenure e un supporto tecnico nell’Arci di Piacenza, fondando così un’associazione culturale con Arci e UCCA (Unione dei Circoli Cinematografici Arci) e dando vita, nell’88, alla prima rassegna estiva al Parco Raggio di Pontenure. Quest’anno si terrà la 32° rassegna al Parco Raggio, luogo in cui la nostra presenza si è ormai ridotta, con FilmONFilm 2019, un omaggio ai maestri del cinema del passato.

Piero Verani

Quale è il lavoro quotidiano dietro un’associazione culturale di questo tipo?

Dedichiamo ai Cinemaniaci molto tempo al giorno: bisogna occuparsi della parte organizzativa, con mail, telefonate, gestione di rapporti con enti e scuole, mantenere i contatti con la stampa, fondamentale in quanto ponte fra noi e gli spettatori e la progettazione vera e propria delle rassegne cinematografiche. In determinati periodi dell’anno il lavoro è più intenso, per esempio quando bisogna avviare manifestazioni come l’Arena Daturi o progettare il Cat (concorso di critica cinematografica dedicato al defunto critico piacentino Cattivelli ndr.), che essendo nazionale e a partecipazione gratuita richiede la ricerca di sponsor e il coinvolgimento di esperti di fama nazionale, nel ruolo di relatori.

Quale il ruolo dei Cinemaniaci in una città come Piacenza?

In estrema sintesi, la promozione della cultura cinematografica. Ha, però, anche un ruolo di “animatore culturale”. Cerchiamo di non limitarci al cinema mainstream, con grandi sponsor dietro, ma di scovare opere prime o cinematografie minori (film dell’estremo oriente, islandesi, marocchini, sud americani…), per dare la possibilità a questi lavori di farsi conoscere. Al Daturi, per esempio, non proporremo solo film vincitori dell’Oscar, ma anche di nicchia. Siamo particolarmente orgogliosi quando riusciamo a fare prime visioni.
Tra i nostri obiettivi c’è sicuramente la promozione della cultura cinematografica in compagnia, unendo quindi l’aspetto sociale a quello culturale: vedere l’eroe molto più grande di noi, sullo schermo e commentare con qualcuno di fianco.

Come è percepita l’associazione dalla cittadinanza?

La sensazione è di essere considerati simpatici e competenti: veniamo spesso contattati dalle scuole per corsi o semplici indicazioni e abbiamo guadagnato la stima dei cinema locali, con cui abbiamo rapporti. Il pubblico ci perdona eventuali problemi durante le rassegne estive, perché comprende la caratteristica volontaria del servizio che svolgiamo. È bello vedere persone che si affidano a noi perché hanno fiducia e sanno di trovare film di qualità. Ci piace interagire con il pubblico, offrendo vino e pizza degli sponsor, sono bei momenti di socialità, a cui teniamo.

In che modo vengono scelti i titoli per rassegne come quella all’arena Daturi? Quale è stato il criterio seguito per l’edizione di quest’anno?

Come associazione ci riuniamo e valutiamo la stagione cinematografica in corso, in primavera in maniera più assidua: è un percorso a imbuto, inizialmente abbiamo tante ipotesi, che man mano tagliamo. Anche le agenzie di distribuzione dei film danno i loro suggerimenti. Le scelte finali sono dettate da più fattori, a volte sono anche casuali, a volte frutto di collaborazioni con altri soggetti, come Libera contro le mafie. In generale, come già accennato prima, cerchiamo di proporre film non banali, differenziandoci anche da rassegne estive di altre città, che offrono proposte più commerciali. Abbiamo anche ospiti, ti anticipo che nella prima decade di luglio ci saranno alcuni personaggi importanti a livello nazionale, come l’attore e regista Giulio Base, ma non posso ancora svelare le date precise.

Come è nata la sua passione per il cinema?

È nata negli anni del liceo, ho scoperto che guardare film mi piaceva molto. All’epoca c’erano le video cassette, io ho avuto il primo video registratore in adolescenza e ho iniziato a comporre una videoteca personale. Guardavo anche film in televisione, soprattutto in estate, quando mi imbattevo in prodotti diversi da quelli trasmessi la sera, che guardavo durante l’anno scolastico, scoprendo chicche inaspettate. Ho scoperto che mi piaceva anche leggere recensioni, al punto che, a volte, mi bastava leggere la critica, senza guardare il film. Ho capito che c’era una “cinemania” che mi portava, tra le altre cose, a partecipare a concorsi di critica (sono stato finalista ma non ho mai vinto), da qui la voglia, anni dopo, di organizzare il premio Cat.

Come riesce a conciliare l’attività lavorativa con l’impegno dei Cinemaniaci?

In realtà non riesco a conciliare molto: mia moglie mi chiede spesso se sono sposato coi Cinemaniaci! Sono uno psicoterapeuta e il lavoro, la vita privata e la cultura non sono per niente facili da bilanciare. Devo dire che il cinema mi ha dato molto, oltre a togliere tempo, è stato un arricchimento personale, che mi ha offerto conoscenze trasversali spendibili anche in ambito lavorativo, come la gestione di problemi e la capacità organizzativa. Inoltre, cinema e psicologia spesso si intrecciano fra loro. Quest’estate, a fine agosto, dovremmo riuscire ad avere come ospite uno psicanalista, in occasione della proiezione di un film che parla di adolescenza, ma è tutto ancora da definire.

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