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Debutta la lirica nella chiesa di San Lorenzo, applausi per Norma fotogallery

Nella vasta ed imperiale Chiesa di San Lorenzo, in vicolo del Consiglio davanti al Tribunale di fianco alle vecchie carceri, per l’Estate Opera Festival – Manifestazioni Antoniane 2019, è andata in scena Norma, opera lirica in due atti di Vincenzo Bellini nella prima delle due serate dedicate alla lirica. L’altra si terrà domenica prossima quando verrà presentata la Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti.

E’ stata una serata importante e fortunata per i diversi significati, perché ha permesso ai piacentini di conoscere una chiesa bellissima dove si trovano espressi magnificamente diversi stili architettonici, sviluppatisi nell’arco di 7 secoli. La fase di restauro si preannuncia lunga e difficile per gli alti oneri da sostenere, per ora affidati alla Rest srl che ha ottenuto dal Demanio la concessione ventennale dell’edificio con un progetto di restauro e valorizzazione: obiettivo la trasformazione della ex chiesa in Auditorium al servizio della comunità piacentina.

Responsabile dell’operazione è Carlo Loranzi, presidente della Tampa Lirica organizzatrice delle serate con la collaborazione del Comune di Piacenza ed il patrocinio della Regione Emilia-Romagna. Ed ancora una volta, dopo la piazzetta di San Sepolcro, il recupero dell’ex chiesa di S.Agostino ed il cortile di Palazzo Farnese, Loranzi (con i suoi collaboratori) ha ottenuto unanimi consensi per le sue opportune e meritorie iniziative.

L'opera debutta in San Lorenzo con Norma

L’OPERA – Quando Norma venne presentata la prima volta alla Scala di Milano il 26 dicembre del 1831, Vincenzo Bellini aveva 30 anni. Talento precocissimo era nato e cresciuto a Catania, dove a 5 anni suonava il pianoforte ed a 6 componeva già romanze e scritture musicali. Fu quindi al Conservatorio San Sebastiano di Napoli che il musicista si formò ed iniziò la sua attività di compositore operistico che trovò definitivo successo dal 1826 a Milano, dove conobbe l’amico e librettista Felice Romani e compose “Capuleti e Montecchi”, Il Pirata e, soprattutto, Sonnambula il cui successo fu straordinario. Sei mesi dopo quest’ultimo capolavoro andò in scena Norma.

La “prima” fu un fiasco clamoroso, non tanto per l’opera in sé ma per la scadente interpretazione dei cantanti arrivati alla serata esausti, in particolar modo la celeberrima Giuditta Pasta indisposta e particolarmente nervosa per motivi personali. Con opportuni ritocchi ed altri cantanti, nelle repliche che seguirono (ben 34) Norma ottenne un sempre crescente successo fino ad essere definita l’opera più bella ed importante della prima metà dell’ottocento.

Molte le novità contenute in quest’opera, primo grande capolavoro del romanticismo che già anticipa il verismo per la tragicità dell’argomento e per la forza espressiva della sua musica. Gli stessi Verdi e Wagner furono colpiti dalla bellezza di questa musica la cui celestiale armonia, come scrisse un critico dell’epoca, porta lentamente al Paradiso. Nella Norma alla purezza lirica belliniana si affianca il Bellini dotato di grande forza drammatica. Ne esce uno scrigno di straordinaria melodia. Si racconta che il grande direttore d’orchestra Artuto Toscanini una volta diretta l’opera nelle prove generali si rifiutasse di dirigerla in teatro per la paura di intaccarne la perfezione stilistica ed armonica.

L'opera debutta in San Lorenzo con Norma

L’ESECUZIONE – Se questa stupenda opera non è rappresentata con frequenza lo si deve alla difficoltà di reperire un cast di cantanti all’altezza; in particolare le due soprano sono sottoposte ad un impegno vocale di notevole difficoltà con quel crescendo tipicamente belliniano che non concede mai pause o momenti di rilassamento, in un misto di lirismo drammatico di grande intensità vocale ed interpretativo. Renata Campanella (Norma) e Svetlana Kalinichenko svolgono egregiamente il drammatico loro compito conquistando la platea e guadagnando infiniti applausi a scena aperta.

Se non ci sorprende la già conosciuta bravura della soprano polacca, sempre presente nei festival operistici estivi piacentini, la cui padronanza scenica e dello spartito testimoniano anni di prestigiosa carriera a livello internazionale, la conferma (non sorpresa) più entusiasmante è venuta dalla ancora giovane Renata Campanella (catanese come Bellini) che supera lo scoglio con grande bravura sostenuta da una corretta e puntuale preparazione artistica e da un temperamento coinvolgente e che, talvolta, la porta ad accelerare un po’ gli acuti.

Il basso piacentino Mattia Denti è stato un Oroveso sicuro e convincente, capace di dosare armonicamente i suoi abbondanti mezzi vocali ed espressivamente toccante nel finale. Il Pollione di Walter Borin non è trascinante ed avvincente (d’altronde anche il personaggio è piuttosto imbarazzante) e certamente non l’aiuta l’acustica particolare che fa risuonare gli acuti e non rende adeguatamente la centralità. Più che dignitose ed appropriate le interpretazioni della soprano Stefania Ferrari nel ruolo di Clotilde e del tenore Andrea Bianchi nel ruolo di Flavio.

Se abbiamo apprezzato l’esecuzione dell’orchestra Sinfonica delle Terre Verdiane, diretta con vigore e sensibilità dal maestro Stefano Giaroli a cui ha contribuito l’ottimo Coro Lirico Città di Piacenza (seppur un po’ impacciato nei movimenti scenici), non abbiamo capito la necessità di trasferire di due millenni l’ambientazione dell’opera portata nel periodo Napoleonico con costumi e scene peraltro discutibili.

I commenti conclusivi sono stati unanimi nel riconoscere la bellezza dell’opera e la qualità dell’esecuzione. I problemi da risolvere erano tanti e certamente non leggeri, ma il successo è stato caloroso sia dal lato artistico che spettacolare: un’altra perla da aggiungere alla collana della Tampa Lirica.

Luigi Carini

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