Festival Lost: suoni, luci e colori per la colonna sonora del Labirinto foto

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Il Festival LOST (Labyrinth Original Sound Track, ma anche letteralmente: perdersi), andato in scena lo scorso fine settimana al Labirinto della Masone di Fontanellato (Parma), si inserisce in modo assolutamente lineare in una tradizione – ormai possiamo chiamarla così – di eventi alternativi e di tendenza, di sperimentazione radicale; quasi estrema, in questo lembo di pianura grassa e concimata, per citare l’indimenticato Pier Vittorio Tondelli.

Tra le serate da ricordare nel recente passato, infatti, c’è Danse Macabre del 2017 o l’ancor più definitiva Finis Mundi, nel settembre 2016, con il live degli apocalittici Sunn O))), un’esibizione di tamburi taiko dal monastero zen Fudenji e un’installazione video a cura del collettivo N!03 (“Apocalyptic video performance”), ovvero quanto di più lontano dal classico concetto classico di intrattenimento.

Questa volta, nella cornice dell’enorme labirinto di bambù – il labirinto più grande del mondo, voluto da Franco Maria Ricci, editore e collezionista d’arte tra i più importanti nel panorama internazionale – per l’occasione illuminato da tubi al neon colorati e teatro di performance e installazioni artistiche, è andata in scena una due giorni di musica elettronica e ambient di altissimo livello e di respiro internazionale: la colonna sonora del labirinto, appunto.

Venerdì 7 giugno sono stati ospiti del Labirinto Dasha Rush con il suo immaginario viaggio verso un’Antartide astratta, i torinesi Ozmotic, il collettivo Spime.Im, il Dj Marco Pipitone e soprattutto – unica data italiana – i Cabaret Voltaire, da Sheffield (GB), una delle più storiche bands dell’epoca new wave, che prese il nome dallo storico locale di Zurigo, culla del dadaismo. Ancora più interessante il programma della serata di sabato sera, alla quale non abbiamo voluto rinunciare per nessun motivo (difficile, molto difficile, trovare dalle nostre parti qualcosa di simile).

Ad aprire le danze – e in questo caso è davvero un eufemismo – sono state le sonorità minimali e i loop ripetitivi di Maria W. Horn, coadiuvata da due fari che a intermittenza sparavano i loro violenti fasci luminosi sul pubblico assiepato nella grande corte centrale e sulla metafisica piramide di mattoni che la chiude verso l’esterno. Poi è stata la volta del piatto forte, quel Tim Hecker che è assurto nel tempo come uno dei punti di riferimento più autorevoli della scena elettronica; accompagnato dal nipponico Konoyo Ensemble, l’artista di Montreal ha presentato il suo ultimo album “Anoyo”, uscito il 10 maggio, una rilettura contemporanea (“ambient orientale del XXI secolo”, è stata così definita la sua musica) e astratta della tradizione del Sol Levante, tra arpeggi delicati e malinconici, tamburi gravi ed echi solenni di un grande passato.

Nemmeno il tempo per un cocktail ed ecco che compare sulla scena il compositore australiano Ben Frost – di stanza in Islanda, e ben lo dimostra una bella e folta barba bionda – che sceglie una postazione centrale per avvolgere letteralmente il sempre più folto pubblico con una serie emozionante di suoni circolari e di droni assordanti diffusi da otto sorgenti differenti disposte ad arte lungo il perimetro della corte.

Per chiudere, il djset techno di Lerry*L. Ma il cronista era assai esausto, e assai felice tuttavia.

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