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Il ricordo dei primi partigiani caduti della Divisione Val d’Arda nella festa della Repubblica

In occasione della Festa della Repubblica, l’Associazione Anpi Gropparello Carpaneto, la sezione provinciale dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani e l’Anpi provinciale, hanno ricordato il martirio dei primi quattro partigiani vittime dei nazifascisti durante la Resistenza nella provincia di Piacenza: Antonio Rossetti di Gropparello, Benvenuto Carini e Giuseppe Carini di Bettola, ed Eugenio Silva di Morfasso, che vennero trucidati il 4 giugno del ’44.

Dopo una visita al cippo appena sopra la frazione in località Monte Lana (Bettola), dove è stata deposta una corona d’alloro, alle ore 10,30, è stata celebrata la Santa Messa nel Santuario di Santa Franca (Morfasso).

L’orazione ufficiale è stata di Marco Bergonzi dell’Associazione Partigiani Cristiani, che ha ricordato come “la Resistenza questo territorio, e le sue popolazioni, hanno visto e recitato una parte fondamentale ed indimenticabile nella costruzione della democrazia in Italia”.

“​A cominciare dalle ore 12 del 24 maggio 1944 quando, al rintocco delle campane, Morfasso diventa la prima amministrazione democratica, ufficialmente creata, nell’Italia occupata e Paolo Selva (il comandante Selva – Vladimiro Bersani) ne diviene il primo Sindaco”.

“​E’ questo il primo atto concreto che segue l’organizzazione, in Val d’Arda, delle truppe partigiane a partire dall’8 settembre ’43; organizzazione che il Cln piacentino aveva affidato al comandante Selva per arrivare all’unificazione delle formazioni partigiane della Val d’Arda conclusa l’11 Aprile del 1944 con la costituzione della 38° Brigata d’Assalto Garibaldi al comando di Selva che chiama Prati (che poi lo sostituirà al comando dopo la morte) come suo vice”.

partigiani Monte Lama

Begonzi ha citato testualmente i ricordi del comandante Prati:

Purtroppo se sul Lama era andata bene, la fatalità aveva lasciato il suo segno funesto in altre zone. Fu così che avemmo i primi Caduti. Nel pomeriggio del 3 giugno la formazione con i suoi 35 patrioti, si era portata su Gropparello e aveva attaccato la stazione di avvistamento contraereo installata a Casa Boccacci, recuperando un gran numero di munizioni e materiale di vettovagliamento, che si decise di far giungere al loro quartiere sul Santa Franca.

Per questo furono incaricati tre partigiani: Antonio Rossetti da Gropparello, Giuseppe Carini da Generesso, Benvenuto Carini da Teglio. Il resto degli uomini sarebbe giunto a piedi più tardi all’accampamento. Al termine della strada autocarrabile, i tre reclutarono nella notte buoi e slitte a Guselli e Prato Barbieri e su queste avviarono il materiale a destinazione.

Sorpassate di qualche centinaio di metri le case di Montelana, lasciarono proseguire i civili da soli (tanto sapevano che all’accampamento erano rimasti di guardia alcuni dei loro compagni) e si fermarono sul ciglio della strada per attendere il resto del distaccamento.

A quell’altezza, oltre mille metri, a quell’ora, di notte, benché si fosse già al 4 di giugno, era piuttosto freddo. Non fu difficile raccogliere sterpi e frascume di faggio, abbondante nella zona, ed accendere un bel fuoco ristoratore. La stanchezza ed il tepore li portarono gradualmente al sonno senza aver prima predisposto turni di guardia poiché si sentivano al sicuro.
Ma all’incerta luce dell’alba, lungo il sentiero che da Prato Barbieri per Montelana porta al S. Franca, si profila una lunga colonna di tedeschi che spinge davanti a sé alcuni civili.

Il nemico, partito da lontano per distruggere per sempre i ribelli del Lama e del Santa Franca, finalmente li ha incontrati! Una preda facile: tre giovani che la stanchezza e la sicurezza di aver i compagni alle spalle, aveva offerto alle sue armi nel sonno.
Non ha pietà, non sente vergogna di colpire in modo così vile e facile e li abbandona lì, sul sentiero montano, con i miseri corpi rattrappiti e lacerati dagli squarci delle ferite.
Sono i primi tre caduti della “Valdarda”.

Un’altra fucilazione si ebbe il pomeriggio di quella stessa domenica al vicino passo di Santa Franca. Il giovane Eugenio Silva di Tiramani, ventenne, imbattutosi nel bosco in una pattuglia, venne fucilato sul posto. Inutilmente aveva alzato le mani in segno di resa.

La sera stessa, don Giuseppe Borea, parroco di Obolo e cappellano militare della 38° Brigata della Divisione Valdarda, che recitò un ruolo attivo e di primo piano nelle file della Resistenza e si distinse per umanità e coraggio, saputo dell’eccidio, si reca sul posto sfidando il nemico per benedire e ricomporre le salme straziate ed il giorno che seguì, le fece trasportare al cimitero della sua parrocchia dove provvide alla tumulazione provvisoria.
Seppellire i morti fu infatti una delle più importanti opere di carità di Don Giuseppe Borea, a costo della Sua stessa vita, perché l’ingiunzione era di lasciare i cadaveri per strada, a monito per i vivi.

“Ricordare la lotta di Liberazione, il sacrificio dei tanti partigiani – ha sottolineato Bergonzi – è certamente un valore, ma non solo, io credo sia un vero e proprio dovere.

Siamo tutti in debito con coloro che si sono sacrificati per noi, per consegnarci un altro mondo rispetto a quello in cui si sono trovati a vivere loro: un mondo di pace, libero, libero dai conflitti.

Oggi il ricordo di questi nostri eroi, che si svolge in contemporanea con la Festa della Repubblica, è più che mai l’occasione per ribadire proprio il senso della Repubblica che prende vita dalla Costituzione, che nasce là dove tanti sono caduti per dare vita al nostro Paese, nasce “dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità”, nasce qui, dove siamo noi ora.

Il compianto senatore socialista Vittorio Foa, uno dei padri della Repubblica, incontrando un giorno il senatore neofascista Pisanò gli disse: “Se aveste vinto voi io sarei ancora in galera o già fucilato; abbiamo vinto noi e Lei è senatore della Repubblica”.
Ha vinto l’antifascismo ed ex-repubblichini hanno potuto rivestire altissimi ruoli istituzionali.

Giuseppe Dossetti (capo del Cln di Reggio Emilia, poi deputato, in seguito divenuto sacerdote) e membro della Costituente, ricordava come il fascismo sia l’autobiografia della Nazione non riconducibile ad una specifica epoca; ma una costante della vita italiana, ancorché di volta in volta variamente rivestito e, quindi, sempre pericolosamente in agguato nei cuori e nelle menti.

Nuove e pericolose nubi minacciano infatti la nostra democrazia e la nostra società, per questo c’è bisogno di un opinione pubblica attenta e consapevole, in grado di giudicare, oltre la facile propaganda mediatica, il limite che si può raggiungere, ma non oltrepassare.

Felice Ziliani, comandante partigiano col nome di battaglia “Griso” e per decenni protagonista dell’Associazione Partigiani Cristiani, un Ribelle per Amore che, purtroppo, anche Lui con la sua scomparsa ci ha lasciati più soli, pochi anni fa scriveva:

“La Resistenza che continua, deve preservarci dall’abitudine del comodo quotidiano, dell’indifferenza verso i problemi degli altri, come se non fossero anche i nostri.
Di questi sentimenti devono essere permeate le nostre azioni, dobbiamo essere ancora una volta con un solo spirito: quello del bene comune.
Ciò è vivere, non sognare.”

E con queste belle parole – ha concluso Bergonzi – che ricordano ad ognuno di noi l’importanza ed il significato profondo della responsabilità personale, permettetemi, di mandare un ultimo saluto ad Antonio Rossetti, Giuseppe Carini, Benvenuto Carini ed Eugenio Silva che, insieme a tutti gli altri partigiani combattenti, ci insegnano l’amore per la nostra Patria.

Raccogliamo e tramandiamo il loro testimone, ci sentiremo meno piccoli di fronte al loro immenso esempio.
Anche a nome loro, viva la Resistenza, viva la Repubblica, viva l’Italia”.

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