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Controversia sui dipinti di Bot, Sforza: “Vicenda prescritta, nessuna ombra su Arisi”

Sala Panini gremita a Palazzo Galli (presenti anche i familiari del professor Ferdinando) per la sesta edizione della Giornata Arisi, celebrata dalla Banca di Piacenza in memoria del maggior storico dell’arte piacentino.

Tema di quest’anno, Roberto De Longe (Bruxelles 1646 – Piacenza 1709) a 310 anni dalla scomparsa del pittore fiammingo, a cui Arisi aveva dedicato, nel 2012, una monografia. Nel corso dell’incontro è intervenuto il presidente del Comitato esecutivo della Banca di Piacenza Corrado Sforza Fogliani che – contrariamente alle sue abitudini – non ha parlato a braccio “perché – ha motivato – non voglio dire né una parola di più, né una di meno di quello che va detto”.

Il presidente Sforza ha quindi letto un testo intitolato “Ricostruzione della vicenda Bot che vide coinvolto Ferdinando Arisi” relativo alla controversia sui presunti falsi dipinti appartenenti alla collezione Spreti dell’artista piacentino, che coinvolse anche Arisi. “Arisi non era persona che si piegasse ai compromessi – ha sottolineato Sforza – e a 10 anni esatti da quella vicenda è giunto il momento di dire una parola chiara e documentata”.

Sforza ha spiegato che – come risulta dai fascicoli dell’indagine di 10 anni fa sui presunti falsi Bot, condotta dalla Guardia di Finanza di Venezia – “il giudice non compì alcun atto istruttorio, tenne tutto nel cassetto per otto lunghi anni e prese in mano il fascicolo solo per dichiarare il presunto reato prescritto”.

“Nessuna autorità giudiziaria terza – ha rimarcato – e quindi indipendente ha mai dichiarato contraffatte le opere di Bot appartenenti alla collezione Spreti esposte alla mostra di Piacenza e tanto meno sono state dichiarate tali nell’ambito di un procedimento giurisdizionale”. “E’ assai difficile ritenere come contraffatte – ha fatto notare Sforza – opere come le caricature eseguite da Bot che richiedevano una approfondita conoscenza personale dei soggetti, dei loro vizi e delle loro virtù.

Se tutto era superfalso, per quale ragione Procura e giudice delle indagini preliminari – si è chiesto in conclusione – hanno tenuto nel limbo, senza mai svolgere alcun atto istruttorio per otto lunghi anni, solo aspettando che maturasse la prescrizione? Evidentemente hanno pensato che non vi era ragione di procedere, questa la ricostruzione storica inoppugnabile che abbiamo illustrato per amore della verità”.

“La memoria del compianto Arisi è una memoria – ha chiuso Sforza – che non poteva essere scalfita da alcuna superficialità e da insinuazioni, se qualcuno lo ha fatto senta ora l’imperativo morale di pentirsi”.

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