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Piacenza “stregata” dalla luna, e in città ciak si gira. Ricordi dal ’69

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Cinquant’anni fa il primo uomo sulla luna: un flash su una stagione irripetibile

Il Novecento si metteva a galoppare, scivolava leggero verso il futuro e verso il buio degli anni Settanta, verso la spensieratezza degli Ottanta e i ripensamenti dei Novanta. Sul muro della Storia si proiettava l’ombra del Duemila. L’uomo cinquant’anni fa metteva piede sulla Luna per una straordinaria passeggiata, come in una favola, come in un film di Georges Méliès, come nei sogni dei bambini. Missione Apollo 11, l’uomo della Luna era Neil Armstrong.

La traccia dello scarpone dell’astronauta sotto la bandiera americana, la discesa dalla scaletta del Lem, i balzi tra i crateri e il buio dell’orizzonte là dietro, il contorno lunare che sembrava disegnato da Giotto con l’aiuto di Picasso. Tutto questo entrò nelle case dei piacentini, e della gente di tutto il mondo, un luglio caldissimo. Le vacanze erano nel pieno del loro fervore, molti seguirono in tivù lo storico avvenimento al mare, nelle pensioni, nei bar.

La trama era già scritta, ma il finale restava misterioso, e riguardava tutti noi. L’idea era di suggerire al mondo che la soluzione di tutti i problemi stava nella scienza, nella tecnologia, bastava lasciarsi andare. Io non so proprio, ma ancora oggi verso quel tempo vissuto in modo assolutamente normale ma irripetibile, provo una forma di nostalgia autentica. Eravamo più giovani, più avventati e molto teneri. Ci bastava poco o niente per essere felici. L’età dolce ha in sé qualcosa di misterioso, di suggestivo e di commovente. Nuovi sentimenti si impastavano con nuovi desideri. Guardavo avanti, il mondo era come una grande giostra. Quando il talento è una specie di follia e la vita un grande palcoscenico. Tutto questo successe nell’estate del 1969.

E Piacenza? La città in quel 1969 fu scossa dall’arrivo di una troupe di Hollywood. Ciak su “Il vespaio”, che divenne più tardi “I lupi attaccano il branco”, film bellico con Sylva Koscina, Rock Hudson e Sergio Fantoni. Le riprese si protrassero per quattro mesi. I divi americani erano in carne ed ossa, a portata di mano. Piacenza fu discreta testimone della lavorazione del film. Noi ragazzi correvamo sul set. Cento comparse piacentine indossarono le divise dei nazisti e degli alleati per le scene di battaglia. Sylva Koscina faceva poca vita sociale, Rock Hudson invece la prese come una vacanza. Trascorreva le sue giornate, fuori dal set, sul bordo della piscina della “Nino Bixio”. Partecipò anche a una serata musicale in Piazza Cavalli: l’abbraccio della folla fu enorme.

Un gigante con i piedi nel verde. Nasceva il Grattacielo di via dei Mille, stile americano: sopra i Giardini Margherita, evocava una delle torri di Manhattan con il Central Park ai piedi. Si sviluppava il fenomeno del pero miracoloso di Mamma Rosa, fiorito fuori stagione. San Damiano era meta di pellegrini da tutto il mondo: il 17 agosto cinquemila persone si strinsero intorno al pero. L’Enel annunciò l’intenzione di allestire a Zerbio di Caorso la più potente centrale atomica italiana. E il nucleare all’italiana cominciò proprio con Caorso e finì con un referendum nel 1986.

Il mondo era in fermento in quel 1969. John Lennon e Yoko Ono riempivano le pagine dei giornali con la loro eccentrica storia d’amore. La notte degli Oscar consacrò il successo di “Un uomo da marciapiede” e di “El grinta” di John Wayne. Due americhe in una. Tutte le rockstar dell’epoca si ritrovarono a Woodstock. Un festival di pace, amore e musica. Un evento che resta, a tutt’oggi una leggenda. La Rai censurò la canzone “Je t’aime, moi non plus” di Serge Gainsbourg e Jane Birkin: bellissima, ma troppo esplicita sessualmente, fu uno scandalo. Colpo di Stato in Libia. Tra i militari golpisti c’era anche il giovane colonnello Gheddafi.

Autunno caldo in Italia. Lotte operaie per i rinnovi contrattuali, le università, erano inquiete. Si spensero gli architetti Gropius e Van der Rohe e lo scrittore Jack Kerouac, idolo della beat generation. Il socialdemocratico Willy Brandt era il nuovo cancelliere della Repubblica federale tedesca. Si apriva a Copenaghen la fiera del sesso: il costume voltava pagina, cambiava il concetto di comune senso del pudore. Per protestare contro la guerra in Biafra, John Lennon restituì l’onorificenza di baronetto che la regina Elisabetta gli aveva consegnato due anni prima. In Italia la Camera dei deputati approvò la legge sul divorzio. Il drammaturgo Samuel Beckett ricevette il premio Nobel per la letteratura. Il Living Theatre fu espulso dall’Italia, gli spettacoli di Dario Fo provocavano polemiche. Questo accadeva nel mondo.

E il Ventuno luglio, la notte della luna? Tito Stagno e Ruggero Orlando disquisivano sull’odissea tecnologica, sulle origini della luna, sullo spazio inteso come nuova frontiera. C’era un grande fermento per quell’evento. Di lì a qualche ora Armstrong e Aldrin avrebbero saltellato sulla luna, si sarebbero fotografati, avrebbero piantato bandierine, collocato strumenti. E la gente guardava con immenso stupore all’impresa più grande del secolo.

Quella notte sarebbe caduto un tabù per il mondo intero e alle 4,57 tra le città deserte e i luoghi di vacanza affollati, il primo uomo sbarcava sulla luna. Neil Armstrong, scendeva i nove gradini del modulo lunare tra voci di gioia mirabilmente preparate, intervallate dai bip acustici. Un sogno, il sogno di un’estate che illuse miliardi di persone. Il risveglio fu repentino. Avvenne il 12 dicembre dello stesso anno, quando una bomba scoppiò all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano causando molti morti e tantissimi feriti. Un vile attentato.

Iniziava, con quel tragico e terribile episodio, la strategia della tensione e con essa una delle stagioni più drammatiche della storia italiana.

Mauro Molinaroli

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