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Al via la Mostra del Cinema: diario da Venezia “risanata” foto

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Per chi non sbarcava al Lido da sei anni è un piacere immenso vedere ciò che i più aficionados hanno potuto apprezzare già nelle ultime edizioni della Mostra del Cinema di Venezia: la ferita davanti al palazzo del Casinò (ovvero quell’immensa e dolorosa voragine che per poco meno di un decennio ha deturpato l’area a fianco del tappeto rosso) è stata risanata in favore di un bar con fontana, il Pala Darsena è stato ristrutturato così come il Pala Biennale, sono nate altre sale di varia forma e dimensione e l’Hotel des Bains è stato riportato all’interno del circuito della Mostra con una splendida mostra fotografica dedicata i protagonisti, gli attori e i registi, che hanno calcato queste scene.

Festival del cinema di Venezia 2019

Insomma, il primo sguardo di chi torna alla 76esima edizione della kermesse cinematografica lagunare, dopo averla tradita per il Festival di Cannes, è di rinnovato sguardo d’amore: lo sguardo di chi finalmente apprezza l’adeguamento delle strutture primarie (le sale cinematografiche) e il risanamento generale di quella parte di isola che per gran parte dell’era Muller (il precedente direttore della Mostra rispetto all’attuale Alberto Barbera) è stata più crepuscolare e fatiscente di quanto il Lido, per sua natura, tenda ad essere.

Di altra natura, purtroppo, le considerazioni sui primi film visti: l’arabo (nel senso di prodotto in Arabia Saudita) “The Perfect Candidate” di Haifaa Al Mansour (una donna!) ed il nostrano “5 è il numero perfetto” del romanziere, fumettista ed ora (purtroppo) anche regista Igort.

Il primo film ha tutta la sua ragion d’essere proprio nella parentesi: Haifaa Al Mansour è la prima regista donna dell’Arabia Saudita, con un documentario e quattro film all’attivo. La storia che confeziona è proprio quella di una donna che combatte contro i pregiudizi e le esclusioni imposte dalla società saudita: la brava e giovane dottoressa pur di riparare la strada dell’ospedale dove lavora decide di candidarsi al consiglio comunale locale, scontrandosi con la diffidenza di genere sia di donne che di uomini verso.

Interessante è vedere gli scarti, nemmeno troppo lontani da quanto accade da noi, di una società dove le donne non possono parlare in consessi pubblici frequentati solo da uomini, nemmeno se indossano il niqab; oppure, al contrario, le feste solo per donne assolutamente vietate agli uomini. Astraendo dall’ambientazione, in realtà di non secondaria importanza, sembra di vedere un educational sull’integrazione femminile per gli aspetti “basici” che mette in scena, a partire dagli sguardi e dalla recitazione delle tre sorelle che compongono il nucleo familiare della storia, assieme al padre musicista, per situazioni e dialoghi e per soluzione finale.

Festival del cinema di Venezia 2019

Non meglio la prima prova da regista de cagliaritano Igort (Igor Tuveri, icona del fumetto da parecchi decenni) che traspone su schermo la propria opera più famosa, “5 è il numero perfetto”, un noir napoletano ambientato agli inizi dei ‘70 che vive di immagini e di richiami d’immagini: Saul Bass, l’autore della celeberrima locandina di “Anatomia di un omicidio” è uno dei primi, cui seguono composizioni e disegni da gustare in inquadrature cariche e composte, omaggi su omaggi a tanto cinema, manifesti, disegni, illustrazioni di genere (in questo caso non di genere maschio/femmina) che è davvero un piacere ammirare. Tutto qua, purtroppo.

La confezione è anche il tutto: un’operazione non sbagliata quella di svuotare di ogni originalità una storia noir a favore di una estremizzazione estetizzante dei tanti aspetti che la rendono tale, dall’eterna pioggia cadente ai fumi di cordite che salgono dalle pistole, dai cappelli di feltro neri poggiati sulla testa del protagonista, Toni Servillo, agli omicidi prezzolati in vicoli illuminati da tagli di luce decisi come i tratti di una matita.

Purtroppo il ritmo generale del film e il gusto dell’inquadratura non sono altrettanto raffinati: l’andamento lento e impacciato del racconto finisce infatti per smorzare la potenza visiva messa in campo, la bidimensionalità dei personaggi emersi dal fumetto non si amalgama con i cliché del noir cinematografico, che per definizione deve calcare strade predefinite, siamo tutti d’accordo, ma che per trovare il proprio posto tra quelle strade scure e piovose dove le pallottole volano come mosche deve anche saper scartare di lato.

Stefano Cacciani 

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