Satiri di Storie Festival e la satira: un’avventura piacentina tutta da scoprire

E’ conto alla rovescia a Piacenza per Satiri di Storie, il festival del risata arguta e controcorrente che animerà la città il 20 e il 21 settembre.

Nell’attesa di sentire il suo humor vibrare tra locali e luoghi d’arte piacentini, scambiamo qualche considerazione con chi ha reso possibile questo evento, attraverso un lavoro instancabile e coraggioso. A intervenire, in un’alternanza articolata e dinamica di punti di vista, la direttrice artistica del festival, Letizia Bravi; Carolina Migli e Letizia Bonvini – la seconda laureata in Teoria e sistemi editoriali, con tesi in satira politica e collaboratrice de Il Fatto Quotidiano – in qualità di collaboratrici all’organizzazione dell’evento; infine Andrea H. Sesta, volto di punta di Lercio, uno tra i più conosciuti ed amati siti di satira, che a Piacenza si fa live, come in molte altre città italiane.

Obiettivo della chiacchierata? Da un lato comprendere mission ed evoluzione del festival piacentino. Dall’altro capire il concetto di satira e le sue diverse possibili declinazioni.

Letizia, direi che puoi essere orgogliosa: un festival quest’anno partito un po’ in sordina, ma cresciuto in offerta e qualità

Esattamente. Quest’anno i fondi sono stati pochissimi e le incertezze molte. Tanto che fino all’ultimo ho temuto che la terza edizione di Satiri di Storie non riuscisse a realizzarsi. Poi però, anche e soprattutto grazie alla preziosa collaborazione dei volontari, delle mie fidate aiutanti qui presenti, alla fruttuosa sinergia con Massimo Berzolla e con la Passerini Landi, alle associazioni e agli sponsor privati, il festival ha preso il volo in modo scoppiettante. Anzi, questa terza edizione ha ampliato i suoi orizzonti, cercando di rendere la satira il più possibile trasversale alle diverse arti e ai vari media: non solo teatro o cinema, come nella scorsa edizione, ma anche musica con Manuel Bongiorni, web e tv con Lercio live, stand up comedy di Saverio Raimondo e vignette satiriche di rivista. Un approccio che intendiamo incrementare ulteriormente nelle prossime edizioni. Avrei voluto invitare vignettisti del calibro di Vauro o organizzare presentazioni di libri attinenti al tema del festival. Chissà cosa ci riserverà il futuro!

Un Festival che quest’anno, più che in precedenza, si concentra su due filoni, distinti, ma complementari…

Da un lato Piacenza e la satira, con la riscoperta della tradizione satirica locale. Da qui l’idea di riportare luce su “Tollèin Cuccalla”, rivista satirica piacentina della prima metà del Novecento: con una mostra animata e una conferenza appositamente dedicate, presso Gli amici dell’Arte”. Dall’altro l’impronta nazionale del festival, che porta a Piacenza ospiti di rilievo della satira ufficiale.

Letizia Bonvini, tu ti sei occupata della ricerca storica di “Tollèin Cuccalla”: un’operazione difficile?

Data la distanza temporale all’inizio è stata un’impresa ardua. Su internet non ho trovato assolutamente nulla della rivista, così ho consultato Opac e archivi di Stato per reperire i diversi numeri, capire la loro collazione e quali fossero le varie edizioni, finché sono arrivata a scoprire inaspettatamente la pubblicazione del 1905. Da lì le mie ricerche sono entrate nel vivo, per far luce luce su che sia tipo di operazione editoriale sia stata “Tollèin Cuccalla”: Come ha origine la rivista? Perché nasce nel 1905 e ad un certo punto si interrompe? Qual è il ruolo della satira piacentina? È solo locale o ha anche ricadute nazionali? A colmare questi interrogativi mi è stata di grande aiuto una pubblicazione di Cesare Zilocchi, che tratta di tutte le riviste satiriche piacentine. Ma i diversi numeri del Tollèin rispondono bene a tali domande, come chiarirà anche la conferenza di sabato 21 settembre: macchiette e personaggi che ritornano, grafica della rivista che si modifica nel tempo e una chiara, seppur non fastidiosa, appartenenza politica del “Tollèin”.

Quanto influisce il tipo di medium impiegato sul messaggio satirico? Qualcuno sostiene il mezzo sia messaggio…

Io non sono d’accordo e la satira un po’ la conosco, almeno quella politica. Nel festival abbiamo inserito sia un filone di satira locale del primo novecento, vignettistico, sia uno che abbraccia il panorama nazionale attraverso medium moderni. Il fatto è che in entrambi i casi si tratta a pieno titolo di satira, anche se attraverso canali differenti. La satira non è un genere, ma un linguaggio: con le sue formule, che possono essere declinate secondo diverse modalità, prestandosi a diverse canali di comunicazione.

Dalla letteratura latina, ai testi dell’età moderna, passando per la vignettistica e la televisione, fino ad arrivare alla multimedialità del web, il linguaggio satirico ha mantenuto invariate quelle che chiamerei formule: la metafora, la parodia, l’iperbole, la caricatura…Sono solo esempi di tecniche che il linguaggio satirico usa per esprimersi e che si possono ritrovare dagli albori alla contemporaneità, in tutti i media con i quali la satira si è manifestata. In questo senso mi sentirei di dire che ci troviamo di fronte a un caso in cui il medium non è il messaggio, al contrario di quello che la tradizione della teoria della comunicazione ci ha insegnato.

La satira è cambiata? Ma certo. Questo mutamento non ha però a che fare con l’evoluzione dei media, quanto piuttosto con il cambiamento dell’oggetto satirizzato. Prendiamo la satira politica. La sua mutazione è dovuta dal cambiamento dello stesso panorama politico . Questo lo si può constatare pensando alla storia politica dell’Italia repubblicana e alle risposte che la satira ha dato ad essa. Ad un panorama di contrasto tra due poli ben definiti con caratteristiche distintive, come la DC e il PCI nella prima repubblica, ne è seguito uno variegato, con partiti dai contorni più sfumati nella seconda. Ora che siamo entrati in quella che qualcuno chiama la terza repubblica poi, è tutto diverso ancora una volta. Ci sono forze che si fa fatica a inquadrare, figuriamoci stigmatizzarle! Chi è la macchietta del 5 stelle? E anche volendo essere più fini, distanziarsi dalla macchietta e puntare alla satira sul personaggio , il lavoro si complica.

Viviamo in un’epoca di disintermediazione nella quale i politici, come tutti, hanno a portata di mano Twitter e i social. Megafoni personali che spesso li portano a diventare satira di se stessi. Un fenomeno non solo di oggi, a dire il vero, quello della difficoltà di andare oltre al paradosso del soggetto che si trasforma nella presa in giro di sé: la copertina di una rivista ritrae Berlusconi in un giardino con nipoti e abbigliamento da perfetto nonnino. Uno scenario da Mulino Bianco, poco dopo gli scandali sessuali che lo hanno investito. Cosa si può aggiungere? Non fa già ridere così?

Carolina Migli, la tua è stata invece un’analisi tematica del “Tollèin Cuccalla” attraverso titoli, vignette e pubblicità. Cosa emerge di interessante?

Il cambiamento della rivista e dei soggetti satirizzati: nei primi numeri la satira è fortemente storico-politica. Mentre dopo la guerra, negli anni ’50, si fa più frivola, c’è bisogno di leggerezza. La rivista ospita rubriche di cuori infranti, cambia la figura della donna, più considerata in quanto tale: tanto che un numero parla della Joan Crawford di via Chiapponi. Presunti Don Giovanni, satira di costume e di spettacoli presso il teatro Municipale. Ma anche disegni font, pubblicità, cambiano in relazione al mutare dei tempi storici: negli anni ’50 troviamo mangia preti e mangia rossi, il dibattito circa l’appartenenza di Piacenza ad Emilia Romagna o Lombardia, il Presidente Einaudi e il petrolio – immancabile gigante – di Cortemaggiore e di Piacenza.

Andrea H. Sesta, Lercio nasce sul web e poi diventa live. Di recente avete scritto il vostro terzo libro: “La storia lercia del mondo. I retroscena dell’umanità” editore Shockdom e vincitore del Premio Troisi. Cosa cambia da un universo all’altro?

Come ha ben spiegato Letizia Bonvini, anche noi di Lercio con la satira non facciamo una questione di mezzo, ma di mission. Che sia sul web, in tv, live o in un libro, la satira è e deve rimanere provocazione e riflessione attraverso il divertimento. Scudo contro il potere per ricordarci che, dopotutto, siamo tutti uguali; stimolo nei confronti del lettore, cartaceo o digitale, e dello spettatore. Perché facciano i conti con le proprie contraddizioni, con i pregiudizi che li condizionano e con le irrazionalità che abitano in ognuno di noi, più o meno consapevolmente.

Certo, ci sono battute che hanno bisogno di immagini o di partecipazione dal vivo per funzionare, mentre altre risultano comunque efficaci, indipendentemente dal media utilizzato. Scrivere un libro risulta decisamente più complesso di un articolo sul web: per cui, presumibilmente, può cambiare il tipo di pubblico che raggiunge il cartaceo – ristretto, ma più specifico – rispetto a quello vastissimo che accede ad Internet o ai media contemporanei. Ma lo spirito satirico rimane immutato. Certamente fare satira richiede un costante aggiornamento su fatti, attualità, contesto storico-politico. La declinazione del linguaggio satirico cambia quindi con il mutare del panorama complessivo.

E a Piacenza Lercio che farà?

Ci saremo io e Augusto Rasori, due dei tanti autori Lercio. Per la prima volta Live a Piacenza, orgogliosi ospiti i di quest’edizione di Satiri di Storie Festival. Una parte della nostra performance sarà comune a tutti i nostri spettacoli live e e un’altra adattata specificamente a Piacenza. Più chiaramente una sezione d’attualità, che non può mancare.

Progetti in vista per il futuro?

Ora stiamo collaborando con altri siti europei simili a Lercio, perché si pensa ci siano una serie di battute che possa far ridere chiunque, purché europeo. E speriamo la collaborazione si rafforzi. Chissà poi se, dopo”La storia lercia del mondo”, ci sarà qualcosa sul futuro!

Concludo con te, Letizia Bravi, che sei la mente di tutto. Ti hanno sorpresa i piacentini del primo Novecento?

Decisamente, e in positivo. Erano persone belle piccantine, che non le mandavano a dire. Mai però eccessive o volgari, Il loro era uno humor sano, di quelli che fanno bene.

E adesso ?

Ora lo abbiamo un po’ perso. Abbiamo tutti un po’ più paura di osare, mantenendo la nostra autenticità. Forse siamo tutti un po’ più democristiani, specie in Italia, come direbbe Il Terzo Segreto di Satira. Ma obiettivo del Festival è anche questo: ravvivare uno spirito umoristico che non deve essere dimenticato.

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