“Fuori Visioni”, passeggiata nel trauma tra strappo e ricostruzione foto

L’arte contemporanea risulta spesso difficile da comprendere? È il suo oggetto di analisi, la società odierna, ad essere complesso e sfuggente, affascinante e traumatico. Tanto da diventare espressione di un’arte non facilmente intellegibile al primo sguardo.

Questo il senso profondo di “Fuori Visioni”, il festival piacentino di arte contemporanea, la cui quinta edizione si è conclusa domenica 6 ottobre, presso l’ex chiesa di Santa Maria della Pace, all’Open Space 360 di via Scalabrini. Un progetto sostenuto dalla Fondazione Piacenza e Vigevano. L’iniziativa, nata nel 2015 grazie ad un’idea della direttrice artistica Carolina Moncaleano e di Gaia Guastamacchia, quest’anno si è focalizzata sull’esplorazione del tema del trauma nelle sue diverse accezioni: trauma sociale, personale e ambientale. Da non intendersi tuttavia come rigide categorizzazioni, ma piuttosto come diversi orizzonti possibili, in costante interazione tra loro.

Tre giorni di incontri – dal 4 al 6 ottobre scorsi -, presentazioni di libri, performance, installazioni e coreografie, con in campo 19 artisti di diverse provenienze. Per immergersi in un percorso complesso, eppure liberatorio: dallo strappo del trauma, all’acquisizione di consapevolezza, fino al risanamento della ferita. Ha spiegato molto bene l’impronta del festival Carolina Biffi, responsabile della comunicazione: “Quest’anno assume particolare rilievo la componente della performance e dell’interazione con il pubblico, grazie all’importante lavoro di Luka Moncaleano, curatore di questo aspetto. In un luogo, tra l’altro, poco conosciuto dai piacentini e particolarmente adatto all’esplorazione dell’arte contemporanea, qual è l’ex chiesa di Santa Maria della Pace”.

L’importanza della performance appare in effetti evidente fin dall’inizio del festival, che si apre con l’immersione viva nel centro storico di Piacenza. Da qui sono state proprio le due performer Francesca Angona e Rebecca Sola a condurre gli spettatori nella location di “Fuori Visioni”, attraverso un lavoro di conflitto e avvicinamento con i corpi ispirato ad “Oceano Mare” di Alessandro Baricco. Testo di riferimento del festival, insieme a “Carnaio” di Giulio Cavalli.

Sul ruolo fondamentale dei giochi performativi in tutto il festival si è espresso anche Luka Moncaleano: Performer, artisti e danzatori – spiega – hanno potuto viaggiare tra un testo e l’altro (Oceano Mare e Carnaio, ma anche molti alri proposti), catturando diverse immagini e attingendo vari spunti di riflessione. In questo modo sono riusciti ad offrire innovative proposte autoriali, composte da sfumature differenti, promuovendo permeabilità e stimolanti contagi”. Non necessariamente comprensibili appieno dallo spettatore, chiamato a vivere un’esperienza che può anche risultare straniante: ma per questo efficace.

Ed è proprio nella direzione della permeabilità tra i linguaggi che le performer Francesca Angona  e Rebecca Sola hanno letto e poi dato forma a tratti dell’opera di Giulio Cavalli, “Carnaio”, durante la presentazione del suo stesso autore. Una rappresentazione distopica tutta corporea della disumanizzazione che trasuda da quelle pagine. Dove la marea di cadaveri che arrivano in un anonimo paese non è considerata altro che combustibile da utilizzare, magari per deliziosi profumi. Finché una donna, Angelica, una sola, non decide di rompere con questa ordinaria follia. “La possibilità della ricostruzione della ferita deve rimanere il traguardo a cui guardare” ha detto Mariangela Vitale, una delle curatrici.

A infondere speranza ci hanno pensato “Equilibri instabili”, coordinati da Gaia Guastamacchia e diretti da Samantha Milanesi. In una danza delicata, che è indagine profonda delle cicatrici dell’animo umano. Nel corso delle tre giornate, poi, laboratori e interviste hanno sviscerato traumi e percorsi di ricostruzione possibili: attraverso il lavoro di scrittura creativa condotto dall’educatrice piacentina Cecilia Campioni con i detenuti del Camerun. O il reportage della giornalista Valentina Giulia Milani sulle violenze domestiche subite dalle donne in Sud Africa, affrontate con l’aiuto prezioso di Medici Senza Frontiere. Mentre il live painting di Riccardo Galbussera ha intrecciato l’elemento musicale con la tecnica pittorica e la corporeità: nell’interpretazione personale, tanto intima quanto catartica, del trauma, condivisa con il pubblico.

Al giovane artista Matteo Fralli il compito di imprimere nel disegno le emozioni cangianti dell’esistenza umana. Un laboratorio di ecosofia ha invece mostrato come semplici gesti possano diminuire in modo sostanziale l’impronta ecologica individuale e le sue ripercussioni globali. A connettere ulteriormente la pluralità dell’insieme, le diverse opere fisse degli artisti, sempre presenti e visibili durante la manifestazione. In un percorso a 360 gradi tra molteplici linguaggi: scultura, pittura, installazioni, suoni. Semi gettati qua e là, in dialogo coerente con lo spazio, come lampi di luce a rischiarare la strada. Senza una direzione precisa. Doveva essere lo spettatore a sceglierli e interpretarli.

Ma solo vivendo pienamente il dolore, da esso si può ricominciare.

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