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Musica per l’autunno, la playlist di PiacenzaSera.it

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La playlist di AUTUNNO 2019

LANA DEL REY – Bartender

ANGEL OLSEN – New love cassette

ANGEL OLSEN – What it is

Due tra le voci femminili più incensate del momento. La newyorkese Del Rey è al solito misurata, ma sempre un po’ troppo algida e glaciale. La Olsen – di due anni più giovane, arriva dalla Carolina del Nord – per certi versi le assomiglia, ma è pur vero che ogni tanto si lascia andare, come nelle bordate di archi e nel ritmo sincopato di “What it is”.

NICK CAVE & THE BAD SEEDS – Bright horses

Il disco della rinascita, dopo l’oscurità senza fine (ma bellissima) di “Skeleton tree” e dopo la ormai nota tragedia che ha colpito la famiglia del cantautore australiano. È ormai un Cave lontanissimo dagli esordi dei Birthday Party o dalla fase matura della carriera solitaria. La sua voce tenebrosa declama versi su un sottofondo un tappeto sonoro etereo e quasi evanescente, pare una liturgia.

WILCO – Love is everywhere (beware)

WILCO – Bright leaves

WILCO – An empty corner

C’è l’America di Trump e c’è l’America degli Wilco: questo loro inno alla gioia (“Ode to joy”) – pare che gli avvocati di Beethoven non abbiano sporto denuncia, per ora – è proprio una benedizione. Ballate scarne e tese, arrangiamenti sofisticati e curati sino alla perfezione, così lontani dal sound stereotipato di tanto folk contemporaneo e non, il mestiere di una band fatta da artigiani abili e saggi, autoironia – si veda il vuoto della cover – e understatement (quasi autolesionismo, in epoca di sovraesposizione). Su tutto ciò un Tweedy ispiratissimo. Tra i pezzi, la beatlesiana “Love is everywhere (beware)”, con un videoclip in cui c’è solo un metronomo (che nemmeno va a tempo) e i due estremi dell’album: l’inizio (“Bright leaves”) e la fine (“An empty corner”).

 

BIG THIEF – Forgotten eyes

BIG THIEF – Not

A primavera avevamo scelto “Cattails” da “U.F.O.F.” – che in verità accoglie parecchie altre gemme, come la title-track e “Strange” – e a distanza di pochi mesi arriva un nuovo album intitolato “Two hands”, dal quale vi proponiamo due estratti: lunga vita all’Americana.

 

PURPLE MOUNTAINS – She’s making friends, I’m turning stranger

PURPLE MOUNTAINS – Snow is falling in Manhattan

Nati dalle ceneri dei Silver Jews e il loro disco di debutto, eponimo, è un alt-folk più classico che alternativo, alle volte un po’ prevedibile. Niente male soprattutto il primo brano della nostra scaletta, una ballata notturna che ricorda Smog e Tindersticks .

 

BLACK MOUNTAIN – FD’72

Sono da anni tra i pochi sopravvissuti alfieri del blues-rock più psichedelico ed epico. Qui citano il Bowie berlinese, ma altrove ci trovate lo spirito di Stooges, Doors e dei tempi che furono.

 

C’MON TIGRE – Behold the man

Duo molto interessante di stanza in Italia, ma cosmopolita. Ondarock li classifica ethnosoul e/o electro-jazz (chissà perché non ethnojazz o electro-soul?). Da un’intervista al Fatto: Il nostro nome è già frutto di contaminazione, c’è la tradizione e lo slang urbano, c’è il Medio Oriente e l’America. È allo stesso tempo provocazione (C’mon Tigre) e protezione (C’est mon Tigre). Il nostro nome è un abito di sartoria”. Con l’album “Racines” anche un booklet con illustrazioni, tra gli altri, dello streetartist Ericailcane; il video è invece opera dello stesso collettivo e di Sic Est.

 

FENNESZ – We trigger the sun

L’austriaco è da tempo uno dei migliori compositori della scena ambient/elettroacustica. Dal nuovo “Agora”, composto da 4 lunghe suite che tornano alle atmosfere impalpabili ed espressioniste degli esordi.

 

CHROMATICS – Touch red

CHROMATICS – The sound of silence

FIRE! ORCHESTRA – At last I am free

Non solo Bon Iver. Portland, Oregon, è da anni uno dei centri più interessanti del panorama Usa (es. Menomena). Ecco dunque le nenie rarefatte e liquide dei Chromatics, autori anche di cover memorabili (anni fa toccò a Neil Young, “Into the black” era una versione di “Hey hey, my my” praticamente in slow motion; adesso tocca ai Jesus and Mary Chain e a Simon&Grafunkel con l’immortale “The sound of silence”). Di “Touch red” ci ha colpito la stravagante coda sinfonica (una sinfonia disturbata). Restando in tema cover, un’altra chicca: la versione di un classico degli Chic – “At last I’m free”, già magistralmente interpretata da Robert Wyatt, il grande zio Bob – eseguita da un collettivo svedese (adesso sono 14, prima erano addirittura il doppio…) che suona un jazz davvero contemporaneo.

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