Territoria: migranti di spazio e memoria tra i “confini mobili” dell’arte foto

Che cos’è il confine? La linea di riferimento oltre la quale una determinata visione del mondo si perde. Per lasciare però gradualmente posto ad un’altra visibilità, a sua volta compresa poi in un’altra linea da attraversare. E così di seguito tra orizzonti nuovi, inediti, talvolta – anzi spesso – faticosi e stranianti da abbracciare nella loro interezza: ma senz’altro fecondi di stimoli. Se solo si trova il coraggio di superare la linea, non innalzando pericolosi muri di chiusura.

Questo il senso fondamentale dell’intervento di Roberto Escobar – brillante filosofo politico e critico cinematografico, collaboratore de “il Sole 24 Ore” -, alla Serra Ghizzoni Nasalli di Piacenza lo scorso 19 ottobre nell’ambito di Territoria.

Territoria

Un progetto ideato e promosso già nel 2017 da Sandra Bozzarelli, ma quest’anno ampliato in collaborazione con l’associazione Cantiere Simon Weil, alcuni studenti del Liceo Colombini, e con il sostegno della Fondazione di Piacenza e Vigevano. L’iniziativa, che terminerà domenica 27 ottobre e ha già concluso il suo secondo weekend di appuntamenti, costituisce un’occasione preziosa per Piacenza e i suoi abitanti. Da un lato l’arte contemporanea diventa qui mezzo d’elezione per riportare in vita edifici abbandonati della città; dimenticati troppo a lungo, ma ancora pieni di memorie, di profonda umanità che i segni autentici del tempo tramandano. Viceversa e allo stesso tempo, l’alterità temporale a cui i luoghi rimandano, li rende terreno ideale per attraversare “i confini mobili” dell’arte.

La vecchia officina dei tram degli anni Venti in Vicolo del Guazzo, l’ex opificio Spazio Negrini di via Cornazzano dove si produceva maglieria negli anni anni 70 e la Serra dei limoni di palazzo Nasalli Ghizzoni di via Roma, si fanno quindi magnifica cornice di pittura, scultura, fotografia, ma anche di teatro, cinema, e incontri culturali. E l’allestimento curatissimo di Marco Vegezzi, insieme alle luci di Daniele Sprega li arricchiscono, in un reciproco, rispettoso, dialogo. Senza dimenticare il suggestivo flash mob del Vox Silvae ensemble diretto da Federico Perotti: un profluvio di cori ed echi lontani che ha letteralmente, e inaspettatamente, attraversato il pubblico. Così l’arte, nella permeabilità unica che intrinsecamente le appartiene, interseca le sue molteplici forme. Per creare quel “pacchetto di confini mobili oltre lo spazio e la memoria. Oltre il limite e il già vissuto, necessario a cavalcare nuovi orizzonti”.

Essenza fondante del progetto di Territoria, che lo faccia con il viaggio tutto interiore sulla tela di Enrica Zuffada, o attraverso le sculture estremamente fisiche, materiche di Brunivo Buttarelli. O ancora tra le fluttuazioni oniriche delle narrazioni fotografiche di Gianluca Groppi, o attraverso il teatro, tra le pieghe del mito di Antigone e la negazione dei diritti umani, cambia poco. O forse, invece, cambia molto. Tutto dipende dalle emozioni suscitate nello spettatore.

Territoria

“Ma ciò che conta di sicuro – sottolinea Roberto Escobar nella sua relazione  – è proprio che i confini siano mobili, permeabili: in sostanza che si possano attraversare, spostare, senza per questo essere abbattuti”. La sua è stata una conferenza ampia e spaziante: tra filosofia, sociologia, politica, economia e naturalmente, da illustre critico qual è, cinema. Tra un film e l’altro dei tanti citati, “The Village” di M.Night Shyamalan è divenuta metafora della paura collettiva per eccellenza. E del confine innalzato dagli abitanti del villaggio a muro di separazione tra la comunità di appartenenza ed un altrove sconosciuto, spaventoso, (fintamente) popolato da terribili mostri.”Quelli Di Cui Non Parliamo” li chiamano significativamente gli abitanti.

In realtà non c’è nessun mostro cattivo a popolare il bosco misterioso oltre il villaggio. Questa è solo “la nobile menzogna” che i capi anziani, “illuminati” depositari del “superiore” sapere politico, protraggono per il “sommo bene” della comunità. Come? Mantenendo sempre alta la paura, al punto da indurre gli abitanti a non attraversare il mostruoso confine, neppure quando si tratta di salvare il proprio figlio morente. Ma qual è allora la risposta più opportuna ai muri e alla paura? Alla tutela del valore del singolo individuo che “Il prigioniero coreano” del film di Kim Ki-duc, finito per errore fuori dalla comunità di appartenenza, ha miseramente perso? Abbattere ogni confine?

Non secondo il filosofo Escobar, “poiché i confini sono connaturati all’intrinseco bisogno umano di sicurezza” – sottolinea. Eppure, globalizzazione e neoliberismo esasperati di questi anni, hanno già prepotentemente eliminato i confini, indicando il mercato come unico, efficace parametro di valore mondiale.

La risposta conseguente è ben tristemente nota “e solo all’apparenza contraddittoria – ha fatto notare acutamente il critico -. Movimenti sovranisti e populisti cavalcano malumori e insicurezze collettivi, proprio per quel bisogno di confini mancanti. Che spesso diventano allora rovinosi muri”. “Ma in realtà a mancare fortemente oggi è la politica vera – conclude Roberto Escobar -. Quella che, non asservita a logiche finanziarie devianti, sia invece “una guida al servizio della nazione e della sicurezza dei connazionali”.

Per ricostruire confini da attraversare e – perché no – da ridisegnare. Ma per farlo deve prima ricostruire se stessa. Quello spirito critico e quel coraggio che soli possono, tra mille sbagli, progettare il futuro.

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