Simi e la lezione di Scerbanenco “Con i miei personaggi sono stato spietato ma tenero”

“Avete presente la busta raccomandata che arriva a casa per convocarvi in tribunale? Beh, non c’è niente da temere: semplicemente se siete cittadini incensurati, con licenza media e di età inferiore ai 65 anni e superiore ai 30, può succedere che veniate chiamati – tra 50 nominativi estratti a sorte – a formare i 10  giudici popolari di una Corte D’Assise”.

“Proprio da qui parte il mio nuovo romanzo I giorni del giudizio (Sellerio editore)” – ha spiegato Giampolo Simi, ospite alla galleria Biffi Arte di Piacenza per la presentazione del suo ultimo libro nell’ambito della rassegna “L’arte di scrivere”. “Qui sono infatti essenzialmente i miei sei giudici popolari, cittadini qualunque con pregi, difetti e paure comuni, a emettere il verdetto su un duplice omicidio – ha continuato lo scrittore, intervistato da Mauro Molinaroli -. Ero più interessato a loro, al modo di vedere e di approcciare una vicenda del tutto al di fuori dalla loro realtà quotidiana, piuttosto che alle dinamiche istituzionali del processo e dei giudici togati, comunque presenti nel romanzo”.

“Un terreno questo ancora poco esplorato narrativamente e  per questo interessante, anche secondo Sellerio” – ha sottolineato. Non è frequente del resto che i giudici popolari operino nella realtà, soprattutto italiana, nè riuscire ad essere uno di loro. “La Corte d’Assise rimane infatti in carica tre o quattro mesi, solo per giudicare reati superiori ai 24 anni – ha specificato Simi – Non è affatto detto però che nei tempi di operatività della Corte venga effettivamente istruito un processo; non tutti giungono poi in Assise. In più, tra i cinquanta nominavi sorteggiati, solo dieci – sei effettivi e quattro supplenti – formano la giuria popolare: giudicare reati seri è un compito di cui molti profani farebbero volentieri a meno”.

Ma quale  reato devono soppesare i giudizi popolari del nostro romanzo? Niente meno che un duplice, efferato omicidio: quello, così si pensa, commesso dal ricco imprenditore Daniel Bonarrigo, ai danni della moglie Ester e del presunto amante Jacopo Corti. Lui, che ha saputo promuovere il made in Italy a livello internazionale associandolo alla cultura e all’immagine social – nelle sue trattorie “ci si sente italiani almeno per una sera” -, secondo l’accusa avrebbe barbaramente ucciso a coltellate moglie e amante nella sua lussuosa villa di Lucca. In un processo di enorme rilevanza nazionale, le pressioni mediatiche si scatenano, formando immediatamente due partiti opposti: colpevolisti e innocentisti. Mentre il tribunale diventa palcoscenico dello scontro continuo tra accusa e difesa, senza esclusione di colpi.

Tutto questo naturalmente si riflette anche sui giudici popolari, i quali almeno inizialmente, sono in maggioranza convinti della colpevolezza dell’imputato. “La bellezza di questi giudici è che sembrano in qualche modo ritrarre nel corso del libro vizi, virtù, ambiguità del nostro Paese Italia – fa notare Molinaroli -. Bellissima l’evoluzione simile a quella di una classe, in cui dapprima prevale diffidenza e la comunicazione risulta difficile. Poi però si riesce a raggiungere un’intesa suggestiva”.

“Credo di essere riuscito a far entrare in scena i personaggi attraverso diversi stereotipi comuni, poi smentiti dalla conoscenza reciproca – ha ripreso Giampaolo Simi -: Emma, bella, ex attrice di moda, negozio d’abbigliamento in centro, sempre elegante, insomma ‘la patata d’oro’ che si crede superiore a tutti; Terenzio, il pensionato precoce, scontento di una cosa e del suo contrario; Malcolm, nerd quarantenne grasso che sembra lavarsi poco; Ahmed, marocchino che naturalmente non si sa bene quale lavoro faccia e sembra non capisca proprio niente del processo, e Serena, ‘la ragazza che tremava tutta’, giovane, fragile – almeno così pare -, lei che la pensione mai ce l’avrà”. Poi si conoscono, si avvicinano, si aiutano, perché ormai sono tutti insieme sulla stessa barca, nel mare grosso di un processo che ha sconvolto le loro vite.

“Sono stato spietato con i miei personaggi e le loro mancanze, ma per loro ho avuto anche tanta tenerezza – dice Simi -. Scerbanenco ha insegnato bene questa lezione. Mentre scrivevo del resto sono stato un mese con ognuno di loro (ciascun capitolo è intitolato a uno dei personaggi, eccetto l’ultimo: il verdetto nella Camera di Consiglio). Ho avuto abbastanza tempo per entrare in confidenza con ciascuno di loro, ma non tanto da rilassarmi troppo”.

E l’anno prossimo? Tornerà Dario Corbo, giornalista non proprio fortunato, che Giampaolo Simi ha portato alla ribalta.

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