“I giorni del giudizio” alla Biffi Arte: la giustizia dal volto umano di Giampaolo Simi

Dopo due libri con protagonista il giornalista Dario Corbo (La ragazza sbagliata e Come una famiglia, Sellerio editore), Giampaolo Simi lascia temporaneamente il suo personaggio e si lancia in una nuova avventura letteraria.

Con “I giorni del giudizio” – pubblicato per Sellerio – lo scrittore inaugura infatti una versione originalissima del legal thriller: umana oltre e più che giudiziaria. Il libro sarà presentato all’interno della rassegna “L’arte di scrivere”, giovedì 21 novembre, ore 18, alla Biffi Arte di Piacenza (Piazza Sant’Antonino – Via Chiapponi, 3). Presenta il giornalista Mauro Molinaroli.

La sera del 23 luglio nella tenuta della Falconaia, vicino Lucca, viene brutalmente uccisa Esther Bonarrigo, 42 anni, insieme al presunto amante Jacopo Corti. Moglie del ricco imprenditore Daniel, Ester aveva creato insieme a lui la grande catena di italian food «Il Magnifico». Poi una coltellata alla gola a lei, precisa e mortale come in un’esecuzione. Undici a lui. Unico sospettato Daniel Bonarrigo, il marito della vittima, che si dichiara innocente, ma le prove sono più che sufficienti per trascinare l’uomo in giudizio. A decidere della sua vita, insieme ai due giudici togati, sono sei giurati popolari, cittadini qualunque. Attraverso i loro occhi, tra tensione, indagini, dubbi, colpi di scena e suspense, si assiste al dibattimento, udienza dopo udienza.

Così, pagina dopo pagina, emergono i ritratti di sei persone qualunque, “giudici all’improvviso”: Emma, “ex attricetta”, proprietaria di un negozio di abbigliamento, Ahmed, magazziniere di origine marocchina, Malcom, youtuber esperto di videogames, Iris, la bibliotecaria “disillusa”, Terenzio il pensionato “polemico” col mondo, e Serena, la più giovane, apparentemente la più insicura. Ma come possono loro, che di giustizia non sanno niente, prendere una decisione tanto seria sul destino di qualcuno? Cosa conviene fare? Saranno quindi i giudici a sedere simbolicamente sul banco degli imputati, sempre più spogli delle proprie certezze. In un romanzo corale dove niente è davvero come appare. Una commedia umana tutta da esplorare, tra fantasia autoriale e realtà.

Giampaolo Simi ci ha spiegato qualcosa in più del suo romanzo.

Come mai ha deciso di abbandonare Dario Corbo, fortunato personaggio dei suoi romanzi precedenti (“La ragazza sbagliata”, “Come una famiglia), per lanciarsi in un’ avventura totalmente nuova?

Avevo quest’idea in testa da qualche tempo. Ne ho parlato ad Antonio Sellerio, gli è piaciuta e mi ha detto: “Mia madre sosteneva che le buone storie vanno scritte prima possibile.” Mi è sembrata una motivazione ineccepibile.

Siamo di fronte ad un noir particolare, che prende corpo e sviluppo quando le indagini si concludono ed il possibile colpevole è già stato individuato. Perché questa scelta insolita?

Perché mi sembrava un terreno poco esplorato. Non di rado gli elementi che consentono agli investigatori letterari di incastrare il colpevole sarebbero smontati in aula da qualsiasi penalista di media bravura. Tant’è vero che spesso i gialli si chiudono con una confessione. Ma quando poi si va a processo, anche la veridicità di una confessione va scandagliata in tutti i suoi aspetti. Il caso non è affatto chiuso.

Senza anticipare troppo, è chiaro si tratti di un romanzo corale. Protagonista non è l’imputato del processo, ma i 6 giudici popolari della Corte. Giudici soprattutto di se stessi, molto diversi da come appaiono…

Questo è l’elemento che allontana il romanzo dal legal thriller. Non mi interessava addentrarmi in un campo specialistico, ma raccontare invece sei vite comuni che vengono cambiate, sconvolte e persino travolte da questo compito, dalla responsabilità e anche dal potere (molto temporaneo) che ne deriva.

Vita privata e giustizia sono nel romanzo due registri distinti, ma complementari, si intersecano continuamente; persino nel dispiegarsi del ritmo narrativo. Può spiegare come ha cercato di tenerli insieme?

Secondo l’accusa un noto imprenditore avrebbe ucciso a coltellate la moglie e l’amante. È quindi la natura stessa del caso che spinge i giudici a riflettere su se stessi, sulle proprie vicende anche intime. Perché la gelosia, il possesso e il tradimento sono demoni che tutti conosciamo. E poi l’imputato è mille volte più ricco e potente di tutti e sei i giudici messi insieme. È uno per cui la crisi non esiste, è uno che ce l’ha fatta, al contrario di tutti loro. Giudicando il suo successo, giudicano i propri fallimenti, le proprie viltà, le proprie sconfitte.

E poi c’è il Paese Italia: siamo a Lucca, ma l’Italia precaria, corrotta, ipocrita e povera di prospettive appare ritratta alla perfezione

Lungi da me fare il censore dei costumi pubblici. Di sicuro è un’Italia gonfia di una rabbia che non riusciamo a dominare perché in parte è tutt’ora misteriosa, in parte non vogliamo capire da dove proviene realmente. Ed è una rabbia che si fa sentire anche in zone d’Italia in cui la qualità della vita è ancora più che accettabile.

Non si tratta dunque di una commedia esilarante, eppure l’ironia non manca nelle sue pagine. Che sapore vorrebbe dare?

Sei esseri umani, per giunta italiani, chiusi in una stanza a discutere fanno immediatamente scaturire la commedia che è nel nostro DNA. Una commedia che è un po’ commedia dell’arte dove le maschere diventano le semplificazioni con cui giudichiamo gli altri, un po’ commedia all’italiana dove si ride a denti stretti. Così come il processo, con il suo palcoscenico, il suo pubblico e i suoi primattori ha in sé qualcosa di profondamente teatrale.

Quali autori le sono di riferimento?

Adoro Dürrenmatt e Scerbanenco, Flannery O’Connor. Resto sempre incantato da Simenon. E poi c’è David Peace, uno scrittore potentissimo.

In futuro, tornerà al suo giornalista Dario Corbo?

Tornerà il prossimo anno. Lo abbiamo lasciato un po’ in pace, ma con tutto quello che gli è capitato negli ultimi tempi, un periodo di calma se l’è meritato, mi pare.

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