Le Rubriche di PiacenzaSera.it - Nave in bottiglia

Il ponte sul Po e il Grande Fiume dal 1943 ad oggi

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L’ultima “Nave in Bottiglia” di Mauro Molinaroli ripercorre la storia del ponte sul Po, che si intreccia con quella di Piacenza

Attraversare il ponte sul Po e ripercorre parte della sua lunga storia – dagli anni della guerra a oggi – significa andare di pari passo con la storia di Piacenza. Con le belle immagini dei fotografi Giulio Milani, Gianni Croce e Prospero Cravedi, le cronache di Enio Concarotti e Roberto Mori nei loro libri, e un bel volume fotografico a cura della Banca di Piacenza (1997), sono stati in tanti a documentare le vicende di un ponte che ha avuto molte situazioni difficili. Ultima in ordine di tempo nell’aprile del 2009, quando una campata non resse al tempo e all’usura e crollò, suscitando paura, panico e soprattutto un disagio enorme.

Il ponte racchiude storie travagliate e complesse, come nella seconda guerra mondiale, quando l’importante arteria stradale venne bombardata. Eppure, fino alla primavera del 1944 Piacenza non aveva ricevuto la terrificante visita degli stormi della “Maaf”, la Mediterranean Allied Air Force, sotto il cui comando, dal dicembre del 1943, erano state unificate le forze aeree alleate. La città venne colpita per la prima volta la sera del 2 maggio 1944: le bombe abbatterono alcune case in via Chiapponi, nell’ultimo tratto di via XX Settembre, in via Sopramuro, in piazza Duomo e in via Sant’Antonino. Trentaquattro i morti e diverse decine i feriti. Da quella notte terribile (ben documentata da Enio Concarotti nel volume “Piacenza 1943-45. Il dramma di una città” (Humanitas), la città fu in prima linea. E dal 12 luglio, nel mirino degli alleati furono soprattutto i ponti sul Po, quello stradale e quello ferroviario ritenuti elementi strategicamente molto importanti, tant’è che vennero abbattuti. I treni diretti e in arrivo da Milano giungevano fino a Santo Stefano Lodigiano e i viaggiatori dovevano usare il traghetto sul Po.

E se il ponte ferroviario, terminata la guerra, aveva ripreso a funzionare, il traffico stradale tra la sponda piacentina e quella lombarda doveva fare uso del supporto del ponte in barche costruito nel maggio del 1945, subito dopo la Liberazione. Allestito in tutta fretta con materiali di recupero e in una situazione d’emergenza, questo ponte provvisorio mostrava continuamente i propri limiti. Col tempo, venne rinforzato e allargato. Fu anche spostato ed ulteriormente potenziato con barconi più grandi. Ma, nonostante gli sforzi, il passaggio era di scarsa portata e costantemente in balia delle piene del fiume. Un nuovo ponte di chiatte entrò in funzione nell’agosto del 1946. Costruito dall’Anas, costò una quarantina di milioni. Dall’aspetto sembrava solido e sicuro, ma sulle pagine di “Libertà” viene ricordato, ad esempio, che nella notte dell’11 febbraio 1947, un gigantesco lastrone di ghiaccio (in quei giorni il termometro era sceso a -14) travolse la struttura con un impatto tremendo. Quell’iceberg frantumò oltre cento metri di ponte e 98 barconi si dispersero, seguendo il corso fiume. Il traffico, per un lungo periodo, fu interrotto. Ancora una volta l’Italia venne spezzata in due.

Il nuovo ponte stradale venne inaugurato il 30 ottobre 1949, dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi. E – in quei tempi lontani – quando l’autostrada del Sole non era ancora nella testa degli italiani, quel ponte aveva un’importanza fondamentale. E fu proprio l’auto presidenziale la prima a percorrere il nuovo ponte. Accanto a lui, l’allora sindaco di Piacenza, Ettore Crovini. La storia spesso si ripete e, tornando da dove siamo partiti, il 18 dicembre 2010 fu riaperto dopo solo un anno e mezzo il nuovo ponte a tempo di record. Grazie all’impegno del sindaco di Piacenza Roberto Reggi, del presidente della Provincia, Massimo Trespidi e dei vertici dell’Anas, Lombardia ed Emilia furono di nuovo unite.

Presenziarono il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli e il ministro della Difesa, Ignazio La Russa: “E’ una grande giornata – disse quest’ultimo – complimenti a chi ha costruito così rapidamente questo ponte. Questo significa che c’è la volontà di fare le cose, di superare le differenze politiche per il bene comune, si possono raggiungere grandi risultati. Anche mettersi attorno a un tavolo e ricostruire un ponte”.

Mauro Molinaroli

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