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Italiani e stranieri in classe – L’intervento

Sono oltre vent’anni che il nostro ordinamento tutela il diritto di accesso alla scuola da parte di bambini/giovani immigrati, sulla scorta della convenzione dei diritti dell’infanzia del 1989, ratificata dall’Italia nel 1991. Un periodo piuttosto lungo durante il quale i cambiamenti sul piano sociale e didattico avrebbero dovuto consolidare tali principi affinando gli strumenti, mentre ogni tanto la discriminazione torna a galla, segno che tra le famiglie e le comunità territoriali c’è ancora diffidenza nei confronti del processo di integrazione e la scuola è adagiata su routine burocratiche che comunicano in modo inadeguato l’impegno per garantire a tutti gli alunni pari opportunità.

Nel 2006, epoca nella quale l’immigrazione era consistente per lavoro e ricongiungimenti familiari, con i flussi che si succedevano in maniera piuttosto ravvicinata, il ministero emanò un documento centrato sull’accoglienza e l’insegnamento della lingua italiana, indicando una linea pedagogica e istituzionale diversa da altri Paesi: il multiculturalismo inglese o la nazionalizzazione francese; da noi le scuole dovevano realizzare l’interculturalità, cioè un’azione attiva e non il semplice affiancamento delle diverse culture, che trasformava le classi in laboratori di crescita comune, fondate sulle diverse identità, di provenienza e di destinazione. Anche l’insegnamento della lingua italiana doveva diventare interlingua, con l’aiuto dei mediatori di diversi Paesi, in modo da valorizzare l’ampio patrimonio linguistico che la nuova realtà offriva per tutti, italiani compresi.

Questa indicazione fu raccolta dal mondo della scuola, specialmente dell’infanzia e primaria, mentre nella secondaria l’articolazione in discipline rese difficile il rapporto tra contenuti e comunicazione (la così detta lingua dello studio), anche se la dove sono presenti gli istituti comprensivi è risultato più agevole nella continuità tra i gradi di scuola la progettazione, elaborata anche a Piacenza, di un curricolo intercultruale.

La politica però ha continuato a seminare zizzannia e senza una precisa argomentazione dei processi di integrazione nell’apprendimento, ha insinuato che la presenza degli stranieri avrebbe ritardato lo svolgersi dell’attività didattica compromettendone i risultati finali. Una equilibrata distribuzione di questi alunni, anche sul piano delle cittadinanze, fa il pari con il più generale criterio di equieterogeneità, ma si sa che spesso la formazione delle classi deve tenere conto ad esempio dell’insegnamento di diverse lingue straniere, e che con l’autonomia organizzativa esse non sono più limiti invalicabili, ma strutture aperte nell’ambito della stessa scuola o tra scuole diverse in rete.

Nel 2010 a fronte di chi voleva predisporre classi differenziali per gli stranieri, il ministro Gelmini ha emanato una circolare che prevedeva la presenza di tali allievi in numero non superiore al 30%, percentuale falsata dall’inserimento nella classe inferiore a quella dell’età praticata da numerose scuole. L’ostacolo era la conoscenza della lingua italiana, che però non giustificava la retrocessione in tutte le materie, il che ha generato sacche di ritardi che hanno condizionato lo sviluppo della carriera scolastica nonché l’organizzazione dei livelli formativi successivi. La competenza linguistica è stata sostenuta da diverse scuole con interventi ad hoc, con l’aiuto dei mediatori: non si sa che fine abbiano fatto i docenti di italiano L2 previsti dalla buona scuola.

Se il numero degli stranieri è maggiore del 30% l’Ufficio Scolastico Regionale autorizza le classi in deroga, che aumentano man mano che cala la popolazione autoctona, come il caso di Piacenza dove sono attualmente il 25,5% (alla media Alberoni il 25%, al quarto circolo il 51%). Nella nostra città il numero di alunni provenienti da altri Paesi si aggira intorno al 21,6% e nella prospettiva di un significativo calo demografico, peraltro già iniziato, non si rivela una mossa lungimirante togliere i bambini italiani per eccesso di stranieri, soprattutto se la scuola si dimostra affidabile sul piano del curricolo interculturale, perché in un tempo non troppo lontano questi ultimi potrebbero diventare maggioranza, in quanto tra l’altro il 65% degli stranieri a Piacenza sono nati in Italia e di loro potrebbe impressionare solo il cognome scritto sui registri di classe, rinunciando così a costruire una nuova comunità locale che non può che essere multietnica (consultare dati ISTAT e dell’USRER).

Per quanto riguarda poi il rendimento scolastico dei singoli alunni, non ci sono infatti risultati per classi, i dati INVALSI testimoniano che il gap iniziale nella seconda generazione si va chiudendo soprattutto per la matematica, per l’inglese gli stranieri risultano migliori degli autoctoni e la dove c’è il 51% di classi in deroga viene ampiamente superata la media nazionale negli apprendimenti. Sull’italiano si consideri l’opportunità dei sfruttare l’interlinguismo  affinchè il nostro sistema, come indicano le linee guida ministeriali del 2014, diventi sempre più internazionale, cosa peraltro gradita alle famiglie nella scuola superiore. In quest’ottica sono da valorizzare i mediatori culturali come nuove figure di sistema, per migliorare il tutoraggio dei singoli e dei gruppi.

Le iscrizioni provengono perlopiù dalla residenza delle famiglie, l’integrazione dovrebbe cominciare dal territorio, con l’aiuto del Comune che oltre ai divieti dovrebbe interporre strumenti per l’integrazione: scuola ed ente locale sono i presidi del quartiere, è la collaborazione tra queste due istituzioni che deve garantire stabilità e crescita per i giovani e per tutti i cittadini. Per facilitare il percorso scolastico, soprattutto nel primo ciclo, occorre realizzare gli istituti comprensivi, dalla materna alla media, che eviterebbero un continuo rincorrersi delle famiglie per trovare la scuola alla quale iscrivere i figli, una struttura dove l’integrazione potrà avvenire nel rispetto dei i ritmi di maturazione e di adattamento di ciascuno. Piacenza è purtroppo maglia nera in regione.

Gian Carlo Sacchi 

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