Oltre il Muro, verso libertà e democrazia: la grande illusione? Incontro con Antonio Polito foto

“Il muro che cadde due volte. Il comunismo è morto, il liberalismo è malato e anch’io non mi sento molto bene”.

Un titolo piuttosto significativo quello dell’ultimo libro del giornalista Antonio Polito, editore Solferino, per ricordare il Muro di Berlino a trent’anni dalla sua fine, il 9 novembre 1989. Crollo di un muro che è anche crisi irreversibile del regime comunista sovietico e inizio di un sogno di libertà, fino ad allora creduta impossibile. Libertà che però oggi sembra aver disatteso le sue promesse di prosperità e giustizia, innalzando nuovi pericolosi muri e distanziando sempre più i cittadini dal sentimento di partecipazione democratica cui aveva dato vita.

Questo l’essenziale messaggio di Polito, vicedirettore del Corriere della Sera, ospite a Piacenza a Palazzo Rota Pisaroni sabato 9 novembre per la presentazione del nuovo libro in dialogo con Giangiacomo Schiavi. Introdotto dal presidente della Fondazione Piacenza e Vigevano Massimo Toscani, l’evento, inserito nel più ampio ciclo di conferenze “L’età dei muri” organizzato dall’ente di via Sant’Eufemia, è stato accompagnato dall’inaugurazione della mostra fotografica di Carlo Orsi, “ExStasi”(allestita nello spazio espositivo della Fondazione), galleria di immagini scattate Berlino nei giorni della caduta del Muro; momenti che hanno fatto la storia. Il fotografo Orsi, insieme al critico Paolo Barbaro, era tra i relatori dell’incontro.

Il viaggio con Antonio Polito, dalla storia recente ai giorni nostri, è quindi partito da quel “muro della vergogna”, caduto nel novembre ’89 – come il presidente Massimo Toscani lo ha definito – per raccontare il travolgente giubilo collettivo della sua fine. Ma anche, attraverso una raffinata analisi politica, la vicenda personale di una generazione, prima comunista, poi liberale: dall’impegno per combattere la dittatura sovietica negli anni ’70, fino al fiorire dell’Inghilterra social-democratica di Blair; dall’Ungheria di Orbán, alla Brexit. “Così, noi che ci eravamo illusi di poter ricominciare davanti alle scene dei nostri coetanei con i picconi a cavalcioni sul Muro di Berlino, oggi ci domandiamo se siamo invece condannati a vivere un secondo passato da sconfitti: allora da comunisti, oggi da liberali”.

Queste le parole iniziali del saggio di Polito, lette da Giangiacomo Schiavi per introdurre il dialogo con il giornalista. “Nel 1989 avevo 33 anni ed ero iscritto al Pci – ha detto Antonio Polito – ma già dal ’70 con Berlinguer era viva la sensazione che il comunismo duro, illiberale fosse agli sgoccioli. Dopo la condanna dei fatti di Praga e l’avvicinamento alla Nato e all’Occidente. Quindi nell”89, alla caduta del Muro, sono andato a Berlino per gustare la gioia incontenibile di quei momenti, la fiducia nella democrazia era forte. L’abbattimento delle frontiere faceva sperare in un perfetto periodo di pace, addirittura nella fine della Storia. Certamente un’utopia, in cui però si è creduto davvero”.

“La storia del Muro inizia però nel ’61, quando in America c’è Kennedy, Breznev nella Ddr (Repubblica democratica tedesca) e Kruscev a Mosca – continua Schiavi -. Ma le reazioni dell’Occidente riguardo il Muro sono state tiepide e ambigue”. “Esattamente – ha allora spiegato Polito -. Direi, anzi, che parte della responsabilità del Muro sia proprio da addebitare all’Occidente, con la famosa frase di Kennedy: “un maledetto muro è sempre meglio di una maledetta guerra. È una guerra fredda è sempre meglio di una calda”. Poi Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, principali fautori del dialogo tra Stati Uniti e Mosca, che insieme a Giovanni Paolo II e Solidarnosc in Polonia hanno abilmente preparato la fine del Comunismo. Da non sottovalutare neppure il ruolo della musica rock, con la sua potenza eversiva: il concerto di Bruce Springsteen in Germania Est prima della caduta del muro, diventa infatti clamoroso stimolo di protesta per la gioventù tedesca.

E dopo il Muro? “Due le conseguenze fondamentali – continua Polito -: la riunificazione della Germania, cui si lega Il Trattato di Maastricht e la nascita dell’Unione Europea, e il successo negli anni ’90 delle socialdemocrazie liberali. Quella sinistra riformista per intenderci, di cui io stesso sono stato sostenitore con il giornale “Il riformista”. Una tendenza che ha visto negli Stati Uniti di Clinton, nell’Inghilterra di Blair e nell’Ulivo italiano i suoi massimi esponenti”.

Che cosa si è poi inceppato in questo vento riformista? E come mai oggi sono sopratutto proprio i Paesi dell’Est Europa ad innalzare nuovi muri?, incalza ancora Schiavi. “La turbo finanza dei capitali a basso costo ha gradualmente inficiato l’enorme successo iniziale della globalizzazione, dal punto di vista economico, tecnologico e sociale – ha detto Polito -, innescando la crisi del 2008 prima in America e poi in Europa. I Paesi dell’Est sono più inclini ad innalzare Muri? Beh, il comunismo ha certamente fatto la propria parte nel diseducare alla libertà. Senza contare che, fin dalla caduta del Muro, c’era chi, spaesato, aveva nostalgia del passato Regime”

“Può essere quindi vero, come qualcuno dice oggi, che in fondo si stava meglio stando peggio? In un mondo diviso in blocchi, rigidamente controllato, ma più sicuro?” ha provocatoriamente concluso Giangiacomo Schiavi. “Più sicurezza, a prezzo della libertà – sottolinea il vicedirettore del Corriere -, un valore senza il quale la dignità umana viene meno. Il problema vero è l’Europa di oggi, che sembra aver abdicato alla nobile vocazione democratica per cui è nata, togliendo sempre più sovranità ai cittadini. Con leggi misconosciute emanate dal Parlamento europeo, vincoli che spesso ostacolano la crescita dei singoli Stati piuttosto che facilitarla. Mostrando oltretutto un’incapacità evidente di gestire in modo unitario i problemi comuni”.

Ma mentre l’Europa si dimentica di se stessa, le fotografie in bianco e nero di Carlo Orsi – assistente di Ugo Mulas – danno un senso al momento in cui a quell’Europa si è iniziato a credere: all’esperienza vissuta della caduta del Muro, attraverso le persone e le loro azioni. La gigantesca festa popolare per la fine del muro, in questa mostra – visitabile fino all’ 8 dicembre – si trasforma così in una potentissimo grido simbolico di libertà.

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