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Tante lingue a scuola…come fare?

Quante sono le lingue parlate nel mondo? Circa 5000, escludendo dialetti e varianti delle lingue standard. Ma i linguisti ci comunicano che stanno riducendosi anno per anno, alla velocità della luce. E con una lingua che scompare, se ne va anche un intero patrimonio di cultura.

E a Piacenza quante lingue si parlano? Considerando che le nazionalità presenti sono 92, almeno un centinaio. Raffaele Simone scriveva che «la nostra educazione linguistica, tra le varie “lingue” che realizzano il “linguaggio”, ne privilegia una: la “lingua nazionale italiana”, ad esclusione di tutte le altre» (Simone, 1979). Eppure il plurilinguismo abita da tempo le nostre classi, come fotografato dall’indagine sociolinguistica “Plurilinguismo e immigrazione in Italia” (Chini, 2004) e come testimoniano oggi i dati raccolti dal medesimo gruppo di ricerca, in Lombardia e in Piemonte. Ma questa pluralità, rappresentata soprattutto dalle lingue di origine degli alunni stranieri, spesso dai docenti è vista semplicemente come un impedimento all’apprendimento dell’italiano e non viene valorizzata e capitalizzata.

Qualche giorno fa, parlando con una collega, ascoltavo la sua “preoccupazione” di fronte ad un alunno NAI (neo arrivato in Italia): “Sai, è arrivato da poco. E’ difficile comunicare con lui: non sa niente. Parla solo l’africano!” Dentro questa affermazione ho letto tanta amarezza e insieme sfiducia: l’ “africano” è una lingua tanto sconosciuta quanto inesistente. E ho aggiunto: “Vuoi dire il wolof… l’edo, … il bambara, … il swahili, … ?“ Nessuna risposta. Non sappiamo niente noi di tutte queste lingue e, per di più, pensiamo che siano un impiccio per imparare l’italiano. La collega è in buona compagnia e molto lontana dal valorizzare la lingua madre dei suoi alunni multilingue.

Andando con ordine, dobbiamo recuperare una Legge del 1999, di vent’anni fa, che valorizzava le lingue presenti sul territorio nazionale come aventi pari dignità, anzi ne incentivava la conservazione e la visibilità nei luoghi della convivenza: scuola, città, servizi pubblici… Ma non l’abbiamo presa sul serio, almeno noi docenti a scuola.

Un convegno a Roma – Massimo Vedovelli, direttore scientifico dell’Università per Stranieri di Siena, intervenuto lo scorso 16 ottobre al convegno “Plurilinguismo a scuola”, tenutosi a Roma, ha sottolineato la scarsità di esperienza in tal senso a scuola. La scuola italiana non ce la fa a valorizzare le lingue, nemmeno quelle europee più studiate. Figuriamoci con le altre… ha affermato. Eppure ogni lingua ha un funzionamento simile: serve per comunicare, quindi deve denominare persone e oggetti, indicare azioni, supportare spiegazioni settoriali e così via. Ecco allora che valorizzare una lingua significa in primis darle parola, spazio, luogo, fisicità, rappresentazione. Ma come fare?

Una giornata di studi a Milano – Di recente Milano ha ospitato un convegno europeo sulle lingue minoritarie. Vi erano presenti docenti e studenti universitari, post doc, relatori di grande fama. Tra gli altri, è stato presentato il progetto IRIS (www.irisplurilingua.eu) cui partecipano atenei italiani, greci, francesi, rumeni. Hanno ribadito con forza che la scuola non deve cancellare, né ignorare, ma integrare e valorizzare le esperienze linguistiche culturali pregresse degli allofoni plurilingue presenti nelle classi.

Come? Adottando un approccio affettivo e narrativo alla disamina (e racconto) dei singoli repertori linguistici, adottando approcci plurali all’insegnamento/apprendimento delle lingue e della lingua del Paese d’accoglienza in particolare, secondo indicazioni CoE (CARAP). E’ possibile trovare materiali e percorsi nel sito dell’Università di Milano, dove si trova un kit di formazione gratuito per docenti che desiderano utilizzare un approccio che valorizza tutte le lingue presenti in aula: https://carap.ecml.at/CARAPinItaly/Unkitdiformazione/tabid/3263/Default.aspx

Occorre dunque mettere in atto un insegnamento inclusivo, non puramente descrittivo e prescrittivo della L1 e della L2, individualizzando la relazione pedagogica con i singoli apprendenti. Questo perché le competenze linguistiche sono trasversali da una lingua all’altra, e attivandole in un alunno che non è madrelingua italiano possono dare risultati eccellenti per il suo apprendimento della nostra lingua. Inoltre, il documento europeo condiviso dalle lingue di studio (Quadro Comune Europeo delle Lingue), utilizza descrittori della lingua (cosa so fare in una lingua straniera), valorizza la conoscenza di altri contesti culturali, favorisce il decentramento, mira a creare reti che si perpetuano, punta all’acquisizione di competenze sociali.

In Italia le lingue minoritarie sono 12, ad es. il sardo, l’occitano, l’arberesh, il ladino, …ed in Europa sono rare le Nazioni monolingue, come la Francia. Siamo consapevoli che nel nostro corpo ci sono pratiche e ricordi di altre lingue. Volete fare un esperimento? Provate a pensare a quante lingue potete abitare, dal dialetto piacentino alle lingue straniere imparate a scuola, a quelle incontrate in vacanza e magari studiate per un periodo, … Ognuna rappresenta un pezzetto di esperienza e una pratica in un determinato settore. L’inglese per i viaggi, il dialetto parlato con i nonni, il latino appreso sui banchi di scuola, … Sono le lingue degli affetti, della memoria, dei viaggi, del pensiero. Possiamo addirittura spingerci a disegnare alberi linguistici, includendo nonni e parenti.

Quando un insegnante consiglia ad una mamma multilingue di parlare in italiano con il proprio bambino, ne fa un bilingue nativo negato. Un vasto repertorio disponibile per valorizzare le L1 si trova sul sito del Centro IPRASE di Trento (https://www.iprase.tn.it/materiali-didattici)

Infine, giovani studenti in post dottorato a Siena hanno messo a punto il Translanguaging come pratica didattica: si tratta di pratiche discorsive multiple attraverso le quali il bambino plurilingue esprime pienamente il suo repertorio  linguistico e semiotico, accettato dagli insegnanti e legittimato come pratica pedagogica. E’ un processo tramite il quale studenti e docenti intraprendono attività discorsive complesse che includono tutte le pratiche linguistiche degli studenti, in modo da svilupparne di nuove, sostenere quelle “vecchie” e dare voce alle nuove realtà sociopolitiche, interrogando le ineguaglianze linguistiche e di potere (Garcia & Li Wei, 2014).

In questo ambito quella che prima si chiamava “madrelingua” oggi si chiama Competenza alfabetica funzionale, mentre la competenza nelle lingue straniere oggi si chiama “competenza multilingue”. Si tratta di ottemperare alle Indicazioni Nazionali del 2018 per la scuola italiana, che parlano di cittadinanza globale e nuovi scenari.

Alcuni spunti didattici – Per valorizzare la lingua madre di uno studente multilingue si può permettergli di fare “lezione” in L1 dopo aver appreso informazioni in L2, attraverso le parole-chiave. Si possono presentare le 5 W “dove, come, quando, chi, perché” in tutte le lingue della classe e poi chiedere la risposta ad un argomento trattato in tutte le lingue. Si possono tradurre le routine educative (ad es. i giorni della settimana) in tutte le lingue presenti in classe. Si possono coinvolgere genitori e mediatori linguistico-culturali per attività di tipo orale o per giochi linguistici interattivi.

Rita Parenti, insegnante

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