Informare con deontologia: la ricerca nelle scienze della salute e nel cambiamento climatico

Per definizione, quando si parla di deontologia, si fa riferimento all’insieme delle regole comportamentali cui si riferisce una determinata categoria professionale o filosofica: il cosiddetto “codice etico“. Un codice che ha la funzione di separare un lavoro professionale dalle falsità scientifiche, ma che, con l’avvento dei social e dell’informazione online, rischia di perdere lentamente il proprio ruolo. Ormai, infatti, è sempre più sottile la linea che separa le verità dalle fake news.

Ed è su questa premessa che, per il terzo anno consecutivo, il presidente di UGIS Giovanni Caprara – Unione giornalisti italiani scientifici – e il presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna Giovanni Rossi, hanno proseguito il percorso a sostegno della professionalità responsabile per coloro che scrivono di scienza, medicina, ambiente e nuove tecnologie. Subito è stato evidenziato dai due presidenti il dovere etico di tutelare la notizia scientifica nella sua veridicità, amplificata dagli interventi di altri relatori di fama; tutti specializzati nel proprio argomento di ricerca.

Informare con deontolgia Colombini

La prima a prendere parola è stata Laura Cancedda, coordinatrice della linea di ricerca “Local Micro-environment and Brain Development” dell’Istituto italiano di tecnologia a Genova. Il suo lavoro si è basato sullo studio comportamentale di topi con la sindrome di Down. Questi, infatti, oltre a essere fisicamente più piccoli, a livello del cervello avevano un’aumentata suscettibilità alle crisi epilettiche, ansia, iperattività e una leggera tendenza all’Alzheimer. Questi roditori modificati, però, possedevano anche una maggiore quantità di neuroni con neurotrasmettitore di tipo GABA, il cui effetto, normalmente, è inibitorio nei mammiferi.

I ricercatori si sono chiesti come fosse possibile che potesse esserci un effetto contrario a quello comune, arrivando alla conclusione che questo fosse dato dalla sindrome. A questo punto, dopo essere venuti a conoscenza del bumetanide, un farmaco diuretico in grado di modificare il GABA da eccitatorio a inibitorio, hanno deciso di testarlo sugli animali, dando risultati visibili: i topi con la sindrome di Down hanno mostrato un miglioramento della propria capacità cognitiva, sviluppando comportamenti più simili a quelli sani. “Il prossimo step – ha affermato Cancedda – sarà quello di verificarlo su adolescenti affetti dalla sindrome.

Anche se bisogna ricordare che i topi non sono piccoli uomini con la coda.” Lo sviluppo di nuovi farmaci, infatti, ha sempre un fattore di rischio; a maggior ragione se coinvolge il sistema nervoso centrale. Sarà, infatti, necessario del tempo prima che queste misure possano essere attuate. “Vi ho spiegato quello che potevo fare io – ha concluso Laura Cancedda – La domanda ora è: cosa potete fare voi?”

Diverse sono le risposte a questa domanda: primo fra tutti, è necessario un aumento di consapevolezza nel pubblico, senza generare false speranze. Questo non significa rinunciare alla fiducia, quanto piuttosto moderarla razionalmente. Un altro fattore importante coinvolge le nuove generazioni: risulta necessario trovare giovani volenterosi a continuare il cammino della ricerca scientifica. Se non ci si scoraggia, chiunque può diventare un bravo scienziato.

Informare con deontolgia Colombini

Il secondo intervento è stato quello di Marina Garassino, responsabile della Struttura semplice di Oncologia medica toracicopolmonare, Istituto nazionale tumori di Milano. La ricercatrice ha esposto un dato importante: ogni anno si contano 42mila casi di tumore polmonare in Italia, con un aumento di incidenza sulle donne, dato dal fatto che queste mediamente iniziano a fumare tardi.

È stato addirittura segnalato un accrescimento del 26% di adolescenti che iniziano a fumare sigarette elettroniche e non. “Io credo nel potere dell’informazione. – ha affermato Garassino – Il giovane è bersaglio delle multinazionali e ne fa uso pensando che ha ancora tanto da vivere.” Il trattamento più utilizzato per i casi di tumore ai polmoni è quello dell’immunoterapia, che utilizza lo stesso sistema immunitario del paziente per combattere la malattia. Fumatori e non fumatori riscontrano problematiche diverse, ma, in entrambi i casi, l’insorgere della malattia porta a una scarsa sopravvivenza: infatti, solo 1 paziente su 4 sopravvive numerosi anni.

Nella maggior parte dei casi, grazie ai passi in avanti fatti dalla medicina, si è passati da una media di 12 a 30 mesi di vita. Ma perché a questa malattia viene sempre abbinato il fumo? La risposta va ricercata nelle statistiche: il fumo di sigaretta corrisponde all’85% delle cause tumorali ai polmoni. Risulta difficile valutare l’impatto di altri fattori quali l’inquinamento, proprio a causa del fumo. A sostegno dei dati esposti, Garassino ha citato un esperimento nel quale veniva misurato il livello di polveri sottili di una sigaretta in un ambiente chiuso e quello della città di Milano. I risultati sono stati d’impatto: vi era una maggiore quantità di polveri nella stanza rispetto alla città. Questa informazione fa certamente riflettere, così come le parole che Marina Garassino ha utilizzato per concludere il suo intervento: “Se noi teniamo davvero alla nostra popolazione, facciamo un buon servizio alle nuove generazioni.”

A margine del seminario, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare un altro relatore che avrebbe presentato le proprie argomentazioni solo nel turno pomeridiano: Giorgio Vacchiano, ricercatore in gestione e pianificazione forestale al Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano, il quale ha riportato dati allarmanti nei confronti dei cambiamenti climatici: “Qualche giorno fa è uscito un articolo su Network che ha riportato i punti di non ritorno del clima. Per esempio, delle ricerche hanno confermato che dagli anni Settanta a oggi abbiamo perso il 17% della Foresta amazzonica.

Nel caso questa percentuale arrivasse al 45-50%, potrebbe trasformarsi in modo irreversibile in un deserto.” E cosa potremmo fare noi per evitare che ciò accada? Secondo il ricercatore, due sono i doveri fondamentali: introdurre specie di alberi differenziate e combattere gli incendi con tutti i mezzi che abbiamo. Due possibili soluzioni a questi ultimi sono: lasciare spazi tra le diverse parti della foresta e la tecnica del fuoco prescritto, con la quale si applica un piccolo fuoco in modo esperto per eliminare il combustibile più fine.
La prima parte della conferenza, quindi, si è conclusa con due concetti fondamentali, propri di tutti gli interventi: prevenzione e informazione.

Giada Alrazem, IV SAA
Gaia Signaroldi, V SAA

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di PiacenzaSera.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.