“L’età dei muri? Non finì nell’89, oggi vi siamo ancora immersi”

La caduta del muro di Berlino nel 1989 non ha affatto decretato la fine dell'”età dei muri”, come l’euforia collettiva dell’epoca aveva portato a credere. Un’illusione: nuovi, ingombranti, muri sono stati eretti poco dopo e continuano oggi a “cicatrizzare il mondo”; in una paralisi che fatica a trovare svincoli incisivi.

Questo il punto di vista di Carlo Greppi, storico e scrittore militante, innovativo nel linguaggio e nell’approccio alla storia, che mercoledì 4 dicembre ha chiuso a Palazzo Rota Pisaroni il ciclo di incontri dedicati dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano all’anniversario trentennale della caduta del Muro di Berlino. Introdotto dal presidente della Fondazione Massimo Toscani e presentato da Eugenio Gazzola, Carlo Greppi, con il suo intervento “L’età dei muri”, ispirato al titolo del suo recente libro uscito per Feltrinelli, ha dato nome all’intera rassegna di incontri delineando i muri nel loro complesso. Ben prima quindi e ben oltre il 1989.

“Per me ‘l’età dei muri ha inizio nel cuore del ‘900 ed è tuttora in corso – ha detto subito lo storico -, basti pensare che oltre tre quarti delle barriere attuali sono state innalzate dopo il 1989“. Greppi comincia così la sua narrazione storica, supportato da foto e video, spostandosi dall’Europa alle Americhe, e poi anche in Africa e in Asia, per raccontare la “vergogna del mondo”, passato e attuale. Lo fa servendosi di quattro grandi personaggi scelti come guida del proprio libro, le cui biografie sono in parte coincidenti pur non essendosi mai incontrati: lo storico Emanuel Ringelblum, il fotografo Joe J. Heydecker, l’attivista John Runnings e il musicista Bob Marley. Quattro giganti del loro tempo, che con la propria cultura, con il talento del proprio mestiere, hanno creduto e combattuto per un mondo senza muri.

Dal ghetto di Varsavia agli esordi della seconda guerra mondiale – “l’inizio dell’eta dei muri” per Carlo Greppi-: è qui che lo storico ebreo-polacco Emanuel Ringelblum, prima di essere fucilato, costruirà, insieme ad un gruppo di lavoro di 60 persone (“Oneg Shabbat”, “La gioia del Sabato”), un archivio segreto, prezioso ancora oggi per documentare ai posteri le nefandezze naziste. Fino all’altra parte del muro, quella dei persecutori. Nel cuore dell’Europa nazista, sempre a Varsavia, il fotografo tedesco Heydecker, arruolato nella compagnia di propaganda della Wehrmacht, decide di compiere un gesto di resistenza rivoluzionario, che lo renderà un perseguitato: scattare di nascosto fotografie degli orrori tedeschi; ancora una volta a testimonianza delle generazioni future. La Shoah è agli esordi, ma nel ghetto ebraico e nell’Europa orientale la ferocia nazista diventa sempre più crudele.

“Heydecker finirà poi in Sud America, a Lima, nel ’70 – ha continuato Greppi- attraversando, più o meno consapevolmente, la crescente realtà delle ‘comunità murate”: ricchi chiusi da muri di protezione. Un fenomeno in espansione sopratutto in quello che allora si chiamava Terzo mondo: Sud America, Africa; ma anche in Francia. La logica del muro rimaneva la stessa; quella di separare chi aveva e poteva godere di privilegi da chi invece non ne aveva diritto. E mentre l’ attivista John Runnings, dopo anni di vita spericolata, ribellione non violenta che non gli ha risparmiato la galera, nel 1986 è diventato simbolo della “guerra dichiarata al muro di Berlino”- tre anni prima del crollo lo ha preso a martellate staccandone un pezzo e le immagini hanno fatto il giro del mondo-, chi più di Bob Marley, con la musica e la sua vita, la sua sofferta esistenza di meticcio, ha diffuso un messaggio di pace e unità universale? Anche lui ha rischiato di morire per i suoi ideali, subendo un attentato nel 1976, che lo ha costretto a lasciare per un anno la Giamaica.

Eppure, dopo il 1989, con la fine dello scandalo occidentale di Berlino, quel “borderless world” – il mondo senza confini che tutti sognavano – non si è realizzato. “Subito dopo, a ridosso dell’euforia della globalizzazione, che divide sempre più chi ha da chi non ha diritto ad avere e acuisce la paranoia sicuritaria fino al fatidico 11 settembre 2001 e oltre, vengono create le premesse per nuovi muri- sottolinea lo storico-;ma ben pochi se ne rendono conto”. “Il muro di Trump con i suoi prototipi avveniristici, che è prima il muro di Bush, di Obama e quello di Clinton – continua-, viene costruito pochi mesi dopo il crollo del muro di Berlino. In parallelo vengono edificate le recinzioni delle enclaves spagnole in terra africana di Ceuta e Mellilla: barriere alte sei metri che non impediscono la vista di migranti disperati, il cui unico desiderio sarebbe attraversare il confine europeo”.

“Io stesso nel novembre 2015 ho potuto vedere da vicino questa vergogna del nostro mondo, all’estremo Sud dell’Europa – ha spiegato ancora Greppi-. Da lì la mia idea di studiare i muri recenti e scriverne un libro. Mentre, nello stesso anno, con la crisi dei rifugiati siriani si diffondeva come un virus la distinzione tra profughi e migranti economici”.

Oggi allora c’è una speranza di lasciarsi finalmente alla spalle questa oscura “età dei muri”? “La Storia insegna che nulla dura in eterno, quindi neanche i suoi muri – conclude lo scrittore -. Essenziale è però la rappresentazione che abbiamo del mondo, il modo onesto di raccontare le cose e la capacità di mettersi in gioco in prima persona. Forse i giovani che oggi scendono in piazza per il clima, un giorno lotteranno anche per la libera circolazione delle persone. E allora i muri non avranno più ragione di esistere”.

Foto: facebook Carlo Greppi

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