“Altre Memorie”, al San Matteo un reading teatrale tra musica e ricordo foto

Il Giorno della Memoria? Non basta e non serve da solo, per fare memoria bisogna ‘farsi’ memoria.

Cos’è oggi il Giorno della Memoria, commemorato ogni anno il 27 gennaio? Rischia sempre più di diventare celebrazione retorica, scontata, di eventi mostruosi e indicibili quali l’Olocausto, la Shoah. Eppure astratti, distanti, perduti in una ritualità formale che acquieta le coscienze, senza però scuoterle troppo; fino al prossimo sgarbo verso l’altro. Ben diversa certamente dalla memoria viva, vissuta in prima persona, che si incarna in testimonianza: quel ricordo individuale che solo può davvero produrre Memoria collettiva, se il male e il bene del mondo sono prima di tutto dentro di noi. E nessuno può sentirsene escluso.

Proprio da questa consapevolezza essenziale nasce lo sguardo innovativo gettato sulla Memoria dagli attori di Quarta Parete, che martedì 28 gennaio hanno portato in scena lo spettacolo “Altre memorie” al Teatro San Matteo di Piacenza, con testo del filosofo e poeta Giovanni Zilioli e regia di Tino Rossi. Sul palco: Simona Baldrighi, Lorelle Carini, Anna Gallazzi, Giovanni Giangiobbe, Carmen Landolfi, Fabrizio Lucini, Daniele Righi, Tino Rossi, Nicola Sacchi, Paola Vincini. Con la compagnia piacentina, le piccole memorie personali che attraversano il tempo dell’esistenza quotidiana si sono fatte sceneggiatura e struggente racconto, in un reading teatrale a più voci. Mentre la chitarra acustica di Vincenzo Torricella e l’organetto di Roberto Bonomini, ora malinconici, ora più vivaci, accompagnavano e accarezzavano con la musica il ricordo.

Spettacolo

“Noi siamo la nostra memoria” è l’assunto centrale del testo di Zilioli. “Non potremo mai davvero capire la reale tragedia dei fatti storici di Auschwitz, della persecuzione nazista, dei tanti genocidi passati e presenti senza prima compiere un grande, umile sforzo di individuale, familiare ricordanza”- ha detto poi Tino Rossi, all’inizio della performance. Ecco allora il tentativo originale proposto al pubblico dagli attori di Quarta Parete: dopo aver indagato per anni testi strettamente legati al tema della Shoah, stavolta si sforzano di ricordare la propria storia, interrogandosi su quale posto essa occupi nella Storia, con la ‘S’ maiuscola – quella della Grande Guerra e dell’Olocausto -, così che l’esperienza vissuta e tramandata si faccia coscienza collettiva.

Spettacolo

Attraverso il dialogo polifonico degli attori, l’autore Giovanni immagina quindi di incontrare le “care ombre”famigliari che hanno profondamente segnato il proprio percorso umano, non tanto lontano da quello di ognuno di noi. Il bisnonno Casimiro, “orgoglioso di venire dalla terra”, gran lavoratore e conoscitore della miseria, eppure amante della vita e dell’amore, quello per sua moglie Enrichetta, che la malattia ha portato via troppo presto. E il nonno Primo – in realtà Giovanni -, anche lui “contadino fino al midollo”: fece la Grande Guerra, “buona solo a ingrassare la morte” e ci rimise un polmone. Eppure insegnò al nipote l’amore per lo studio e il ragionamento; il disprezzo per l’ingiustizia. Poi la nonna paterna Marietta, che a “ottant’anni ballava come da giovane”, come il nipote “aveva le gambe sempre in movimento” e lo stesso modo di “passarsi le dita sulle labbra”. Grazie a lei il giovane ha imparato a cogliere le diverse sfumature delle cose, e con lei condivide un amore smisurato, sofferto per la vita: quello che fa avere per padroni soltanto sé stessi e i propri ideali.

Ma soprattutto Giovanni incontra il padre Guido, deportato nei campi di concentramento per non aver giurato fedeltà alla Repubblica di Salò. Uscito vivo, ma “per sempre marchiato dal fuoco di quell’Inferno in terra”, si è chiuso in un muto, rabbioso silenzio, che il figlio non poteva comprendere. Fino a sfuggire anche “l’abbraccio finale” del ragazzo, dicendo addio ad un mondo che non sopportava più. E ora, vicino al crocifisso di legno, la fotografia del genitore parla finalmente a Giovanni di una pace ritrovata.

Piccole memorie della campagna piacentina, di fatica, di gelo, di legami affettivi. Errori ed orrori della Storia che non si possono, non si devono dimenticare. Dolci ombre famigliari che vengono alla luce dalle tenebre, troppo fluide per imprimersi più forti di una carezza, attraverso lo scorrere inesorabile del tempo, ma così dense da tornare ad essere potentemente presenti. Ricordandoci che solo la memoria vissuta fa di noi stessi ciò che siamo: per quanto inesatta e parziale, e forse proprio per la sua imperfezione.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di PiacenzaSera.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.