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“Dentro e fuori dal carcere” La riflessione raccontata da Universi

Due redattori di “Universi” – Hassan Haidane e Roberta Capannini – ci raccontano gli incontri che l’Università Cattolica di Piacenza ha dedicato al carcere di Piacenza e alle attività per il riscatto dei detenuti.

“Sosta forzata” è una pubblicazione che ha una redazione composta dai detenuti del penitenziario delle Novate di Piacenza a San Lazzaro, autorizzata dal tribunale cittadino nel 2005. Ma non ha solo lo scopo di raccontare le situazioni di disagio dei detenuti, finiti in carcere per diverse cause. Alcuni di loro sono immigrati e talvolta clandestini, perciò spacciano droga per sopravvivere. La rivista ha anche un altro obiettivo: restaurare i rapporti fra i “puniti” e la società, così facendo possono fare i primi passi per il reinserimento e sociale e per trovare anche un posto di lavoro.

L’istituzione carceraria organizza anche attività culturali, come il teatro, e tramite un’associazione fondata nel 1985 in Italia, ha a disposizione una biblioteca e vengono pubblicate delle poesie scritte dai processati.

Hassan Haidane

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Martedì 3 dicembre ho partecipato alla lezione aperta “Dentro e fuori dal carcere” organizzata dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica di Piacenza. La lezione è iniziata con la visione di uno spezzone del film “I Miserabili”, proposta dalla professoressa Elisabetta Musi, per sottolineare che molte volte il carcere invece di aiutare la persona a capire la gravità di quello che ha commesso per diventare una persona nuova incrudisce e inasprisce il carcerato perché diventa una istituzione che crea separazione nella società: fuori i giusti e dentro i cattivi.

E’ stato rimarcato che anche la peggior persona non deve essere etichettata con il gesto che ha compiuto e che il carcere non dovrebbe essere una istituzione discriminatoria e punitiva, ma servire per far prendere coscienza alla persona della gravità degli atti commessi per tentare di rimettersi a disposizione della comunità, ovvero la pena dovrebbe essere una occasione rieducativa di crescita e di cambiamento. Mi sono sembrate importanti anche le osservazioni fatte dal professor Alberto Gromi sulle problematiche delle strutture carcerarie stesse, sulla necessità di spazi adibiti allo studio, al lavoro, alla socializzazione anche con la propria famiglia per ripristinare la dignità dei carcerati, la loro autostima e la crescita personale.

E questo è vero, tuttavia il mio pensiero è andato alle persone offese e mi sono domandata se sia poi così corretto pensare ai diritti di persone che hanno commesso un reato oppure se non vada data la precedenza ai diritti delle persone offese e ai diritti dell’intera società che si deve sentire protetta. Io credo che sia importante distinguere fra i vari reati a seconda della loro gravità.

A proposito di reati minori, mi è sembrata interessante la messa alla prova, di cui hanno parlato Carla Chiappini dello Svep e Giada Paganini, un provvedimento, nato inizialmente per i minori ma poi gradualmente esteso anche ad altre età, per cui il processo viene sospeso; si tratta di un atto di fiducia con cui si trova, in collaborazione con i servizi sociali, un progetto individualizzato e condiviso e se tutto va a buon fine il reato viene cancellato come se non si fosse mai stato commesso.

L’attività descritta dalle due volontarie è quella della formazione di gruppi molto eterogenei per età, esperienze di vita ed estrazione sociale, all’interno dei quali la scrittura autobiografica e la condivisione spontanea diventano uno strumento per un momento di riflessione sulla propria esperienza e sul proprio stile di vita. Per responsabilizzare la persona ovvero farla diventare un cittadino migliore, non più buono ma più consapevole perché mostrando che esistono più opportunità si dimostra che con l’autodeterminazione ognuno può scegliere la via da intraprendere.

Roberta Capannini

Nella foto una fiaccolata al carcere delle Novate di Piacenza

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