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La mafia non può rubarci il futuro

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“La mafia è una montagna di merda” scriveva Giuseppe Impastato, meglio conosciuto come Peppino, poco prima di essere assassinato per le sue intense e forti posizioni contro la mafia.

Eravamo alla fine degli anni settanta. Gli anni in cui ancora si pensava che gli italiani, soprattutto i laboriosi abitanti delle Regioni del Nord, fossero provvisti di speciali anticorpi contro ogni forma di ingiustizia, di sopraffazione, di violenza.

L’edonismo reaganiano – Da poco saremmo tutti entrati nei “favolosi” anni ottanta. Anni di grandi cambiamenti. Gli anni dell’edonismo reaganiano: “si chiude il ciclo del protagonismo collettivo e della ricerca della felicità sociale, per aprire le porte al culto dell’affermazione personale e della felicità individuale”, così l’avrebbe definito Aldo Grasso sulle pagine del Corriere della Sera. Viene sbandierata la “democrazia del frivolo”. Si preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale e si dà avvio ad un meccanismo che non saremmo più stati in grado di fermare: la corsa al benessere individuale ad ogni costo. Ed avremmo così aperto le porte alle forze del male. Per dirla con un’espressione dello scrittore Milan Kundera “… c’è il bisogno di occultare il lato fecale dell’esistenza”.

Le infiltrazioni mafiose nel Nord Italia – Ed è proprio in quegli anni che iniziano le prime infiltrazioni delle varie organizzazioni mafiose nel ricco e prosperoso Nord: Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, diventano territori di conquista, nella più totale indifferenza delle istituzioni, che sottovalutano il problema. Passano gli anni e da “semplici” infiltrazioni le organizzazioni criminali diventano un sistema strutturato e radicato con la complicità di politici ed imprenditori.

Nella relazione della Commissione parlamentare antimafia si legge: “la colonizzazione ‘ndranghetista si è affermata a macchia di leopardo con una particolare predilezione per i comuni minori perché una volta conquistati, i piccoli centri svolgono una funzione di capisaldi strategici distribuiti sul territorio”. Da un sondaggio realizzato da “Libera”, l’Associazione presieduta da Don Ciotti che lotta contro le mafie, pare che quattro cittadini su dieci, ritengono la mafia un fenomeno marginale.

Non abbiamo più gli anticorpi – Alessandra Dolci, procuratrice distrettuale antimafia di Milano afferma: “la verità è che la soglia etica si è drammaticamente abbassata. Molti imprenditori lombardi sposano la ‘ndrangheta per convenienza: quando li interrogo mi dicono meglio come amici che nemici, lavorano bene e costano poco”. Le grandi disponibilità finanziarie, e la capacità “persuasiva” delle organizzazioni mafiose, diventano una opportunità di investimento sicuro. Uno strumento per fare soldi. Non c’è più ricatto estorsivo, ma il soldo facile cattura l’attenzione di politici, imprenditori e professionisti che di fatto ne diventano complici, aprendo così la strada a fenomeni corruttivi che devastano la nostra economia.

Una maggiore partecipazione dei cittadini – La mafia è un movimento sociale di conquista – ha affermato Nando Dalla Chiesa in occasione di un incontro tenutosi a Piacenza nell’ottobre dell’anno scorso -, non è perché ci sono i processi e le condanne che questa finisce di esistere. E’ sulla società che bisogna intervenire in profondità. Solo prendendo coscienza della forte vocazione colonizzatrice della mafia si può iniziare a combatterla. Inoltre, i cittadini devono partecipare maggiormente ai processi decisionali…”.

Piacenza rientra nel cosiddetto quadrilatero colonizzato dalla mafia calabrese al nord, assieme a Mantova, Reggio Emilia e Cremona. Secondo la relazione della Direzione investigativa antimafia, quasi la metà del riciclaggio di denaro sporco delle organizzazioni mafiose avviene al Nord. Il 46,37% del totale, per l’esattezza.

Le misure di contrasto al fenomeno mafioso – Il Processo Aemilia ha dato avvio ad un sistema che non ha solo valenza giurisprudenziale, ma ha permesso da un lato ai cittadini emiliani, con la collaborazione di tante testate giornalistiche, di poter parlare apertamente del fenomeno mafioso in Emilia, e di poterlo conoscere più da vicino, dall’altro di convincere le istituzioni stesse che il fenomeno deve essere contrastato su più fronti. Tra le varie iniziative poste in essere ricordiamo che la Regione Emilia-Romagna, per contrastare il fenomeno mafioso, nel 2016 ha approvato il Testo Unico per la Promozione della Legalità e per la Valorizzazione della Cittadinanza e dell’Economia Responsabili.

A livello nazionale è confortante sapere che ci sono validi professionisti che combattono le mafie come il magistrato Nicola Gratteri, che ha condotto una delle più grandi operazioni antimafia di sempre: 416 indagati accusati a vario titolo di associazione mafiosa, omicidio, estorsione, usura, fittizia intestazione di beni, riciclaggio e altri reati aggravati dalle modalità mafiose. Un’operazione che parte dalla Calabria ma che interessa varie regioni della nostra penisola, Emilia-Romagna inclusa.

Conclusioni – Ma il vero contrasto alla mafia, oltre alle pregevoli operazioni messe in atto dalle forze di polizia e dalla magistratura, nasce dalla ricostruzione di quegli anticorpi che servono per mantenere le distanze da ogni forma di sopraffazione e di ridefinizione di un “protagonismo collettivo”, che ponga l’attenzione al benessere della collettività e non a quello individuale.

A nessuno si chiede di compiere comportamenti abnormi, perché anche solo una semplice segnalazione all’Autorità competente, può fare la legale differenza; al contrario, se rimaniamo inermi corriamo il rischio che la mafia possa rubarci il futuro. La lotta alla mafia è “una necessità per la società che, vuole essere libera, democratica ordinata e solidale”, ha affermato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un suo discorso sul tema delle mafie. “Bisogna imparare a conoscere il proprio territorio, allenare lo sguardo – afferma Federica Cabras, coautrice assieme a Nando Dalla Chiesa del libro “Rosso Mafia. La ‘ndrangheta a Reggio Emilia” -. Non servono studi specifici, bisogna eliminare la pigrizia. Se vogliamo reagire dobbiamo essere capaci di riconoscere i segni di ciò che ci circonda”. La mafia non può rubarci il futuro.

Andrea Lodi (economix@piacenzasera.it)

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