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La responsabilità sociale fa bene ai conti aziendali

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Ci siamo appena allontanati dal Natale. Il periodo dell’anno nel quale, nel rispetto di una tradizione inventata da Charles Dickens nel lontano 1843, dobbiamo necessariamente essere tutti più buoni.

In tempi di sovranismi e studiate strategie per fomentare l’odio sociale, con il 48% della popolazione italiana che, secondo il Censis, ansiosa e sfiduciata, vorrebbe l’”uomo forte” al governo, pare che da una ricerca condotta da Focus Management (in collaborazione con l’associazione Diversity) il 74% degli italiani privilegia marchi aziendali che portano avanti azioni di valorizzazione delle diversità.  “Da parte delle aziende c’è sempre più interesse a investire in diversità e inclusione (D&I) e a formare i propri dipendenti, manager compresi”, spiega Monia Dardi, Project Manager di Fondazione Adecco per le pari opportunità.

Sembrerebbe una contraddizione. Da una parte quasi la metà della popolazione italiana nutre sentimenti negativi verso il prossimo, e dall’altra, più della metà della popolazione italiana premia le imprese che adottano strategie aziendali verso la diversità e l’inclusione. Verrebbe da porsi qualche domanda. Stiamo parlando dello stesso Paese? Come si giustifica una tale contraddizione? Sono in gioco percentuali molto importanti e significative: quasi tre italiani su quattro preferiscono acquistare prodotti di aziende che prestano particolare attenzione alla diversità ed all’inclusione.

C’è un altro dato da tenere in debita considerazione: se un’azienda è attenta alla valorizzazione delle diversità, che siano di età, genere, disabilità, nazionalità od etnia, non solo aumenta il valore della propria immagine ma anche, e soprattutto, i propri profitti. D’altronde i numeri parlano chiaro. Si legge nel rapporto: “confrontando due aziende simili tra loro, una che investe sulla D&I e l’altra che non lo fa, il gap tra la crescita dei ricavi delle due aziende può superare il 20% a favore dell’azienda più inclusiva, che può godere anche di una migliore reputazione aziendale”.

“C’è sempre più interesse a investire nella D&I, che si declina anche nella maggiore disponibilità delle imprese a fare formazione aziendale sul tema”, spiega Monia Dardi, Project Manager di Fondazione Adecco per le Pari Opportunità. “L’importanza della formazione – continua Monia Dardi – sta nel fatto che portare avanti D&I non significa fare filantropia o un favore al mondo, seppur lodevole. Qui stiamo parlando di altro, di azioni strategiche che portano benefici alle persone e alle aziende stesse.

Decathlon, la famosa catena di megastore dedicati alle attività sportive, ne è un esempio calzante. Oltre a sensibilizzare sulla diversità e formare nuovi futuri dipendenti con disabilità, l’azienda ha realizzato linee sportive dedicate alle persone diversamente abili, e la risposta del mercato è stata molto positiva.

I segnali sono chiari. Occorre agire su più livelli: legislativo, culturale, educativo, imprenditoriale e finanziario. La politica viene esortata a fare di più. Ma in tempi di “sovranismi” e “chiusura verso l’altro” si prevedono tempi difficili. Chissà se in un futuro non troppo lontano impareremo la lezione di Ebenezer Scrooge, il protagonista di “Canto di Natale”. L’ONU comunque intende fare la sua parte. Nell’Agenda 2030 dichiara infatti di voler “potenziare e promuovere l’inclusione sociale, economica e politica di tutti, a prescindere da età, sesso, disabilità, etnia, origine, religione, stato economico o altro”. Nel frattempo il terzo settore e il mondo aziendale marcano il passo. Con coerenza. L’importante è mantenere la coerenza dei valori propri della responsabilità sociale delle imprese.

Andrea Lodi (economix@piacenzasera.it)

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