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Alimentarsi meglio e uscire dal sottosviluppo. La “ricetta” di Andrè parte dalla Cattolica

Come si può operare nel concreto per la crescita e lo sviluppo dell’Africa e delle zone economicamente depresse del nostro pianeta?

Andree Ndereymana ci ha mostrato che si può andare oltre la retorica e agire coi fatti. 40 anni, originario del Burundi, ha studiato in Cattolica a Piacenza fino a conseguire il dottorato ed oggi sta portando avanti progetti in un settore fondamentale per il progresso umano, quello dell’alimentazione.

La redazione di Universi con Chiara, Alex, Roberta e Hassan lo ha incontrato e intervistato. Ecco le sue risposte:

Ci puoi raccontare la tua storia personale? Come sei arrivato in Italia? Ti sei integrato bene?

Sono burundese, ho 40 anni compiuti, e ho vissuto nel mio paese fino ai 24 anni, al 2003. Nel 2003 sono venuto in Italia. La mia esperienza italiana non comincia con Piacenza ma con Viterbo, dove ho fatto l’università agraria. Prima l’agraria classica, scienze e tecnologie agrarie, quindi col titolo di agronomo professionale della triennale. Dopodiché ho voluto completare con l’ambito agroalimentare, e quindi ho conseguito la mia laurea magistrale in scienze e tecnologie agroalimentari, nel 2010, a pieni voti, sudati.
Il primo esame, quello più difficile per me, fu quello di integrarmi nella cultura, imparare la lingua e anche relazionarmi con gli studenti. Facevo degli errori banali all’inizio. Per fortuna ho trovato la comprensione dai colleghi, quindi mi sono integrato abbastanza bene. In generale gli studenti erano gentili con me. Con gli studenti non italiani c’era anche difficoltà ad interagire, ma con gli italiani, che sono di più e sanno quando qualcuno è evidentemente straniero, posso dire che al 90% si sono dimostrati accoglienti.

E dopo la laurea in Italia cosa hai fatto e come sei approdato a Piacenza?

Dopo la laurea nel 2010 sono tornato a casa mia: il mio obiettivo è stato sempre quello di contribuire allo sviluppo del mio Paese con le competenze acquisite e il mio bagaglio teorico. Ho lavorato 3 anni nella cooperazione allo sviluppo e il primo anno sono stato difensore dei diritti dei contadini, delle cooperative rurali, quello che chiamiamo “lobbying and advocacy”. Insieme alla formazione per costituire gruppi di leader rurali, che possono guidare gli altri nello sviluppo rurale. Il secondo anno, siccome ero laureato in tecnologie agroalimentari, mi diedero l’incarico di iniziare dei progetti di investimenti nel settore agroalimentare.

Universi intervista Andrè

Ho vinto dei concorsi per l’organizzazione per cui lavoravo, fino ad arrivare a budget importanti, più di 400mila dollari, e ho iniziato a costruire delle imprese agroalimentari. Mentre lavoravo lì ho sentito la necessità di fare un passo in più nelle mie conoscenze accademiche, e quindi fare il dottorato. Ho chiesto a Viterbo, dove però non vi era la possibilità di fondi per il dottorato. Il mio relatore della tesi magistrale, che era un ex studente dell’Università Cattolica e ora un professore dell’università di Viterbo, mi mise in contatto con la scuola di dottorato della Cattolica. Il mio tutor attuale accettò, io vinsi il concorso e arrivai a Piacenza il 5 settembre 2013. Ho terminato il dottorato nel 2017, ed era sulla nutrizione umana in contesti climatici e socioeconomici differenti: in parte Italia, in parte India, un Paese a medio sviluppo, e in parte Congo, Paese sottosviluppato.

Al di là dell’università, come ti sei trovato a Piacenza? Anche qui hai trovato disponibilità e gentilezza?

In generale la risposta è stata positiva a livello di relazioni umane, con una precisazione: che quando sono arrivato già subito ho cominciato a lavorare, non c’è stato tanto tempo per socializzare col mondo esterno all’ambiente lavorativo. Io avevo lasciato a casa la mia famiglia, ero neo sposato con una figlia piccola. Ho cominciato subito a lavorare, e mentre preparavo il concorso ho fatto un contratto a distanza con l’organizzazione per cui avevo avviato quei progetti di investimento: facevo quindi anche consulenze per portare avanti le imprese che avevo iniziato a costruire. Ho avuto quindi poco tempo di relazionarmi col mondo esterno, però quel poco è sempre stato positivo.

Quante lingue parli?
Quattro: la mia lingua madre (Ikirundi), in maniera fluente il francese e l’italiano e in maniera l’inglese in modo professionale.

A livello lavorativo, qual è il tuo ruolo nello specifico?

Io faccio la valutazione e il miglioramento dello stato nutrizionale delle persone. Questo per vedere se sono ben nutriti, soprattutto attraverso metodi antropometrici e i biomarcatori, ovvero i componenti del sangue e del plasma che ti possono indicare che cosa mangi, come stai in termini di salute. Soprattutto lavoro sui paesi in via di sviluppo: Congo, India, Africa in generale. Faccio la diagnosi dello stato nutrizionale per suggerire i miglioramenti a livello alimentare; studio gli alimenti da combinare per fare diete di miglioramento di bambini malnutriti, di donne con anemia, persone obese, etc. Altra componente importante è il supporto tecnico-scientifico ai progetti di cooperazione allo sviluppo rurale all’interno degli accordi tra l’Università Cattolica di Piacenza e le organizzazioni del terzo settore.

Puoi parlarci del progetto per cui stavo lavorando qui all’Università Cattolica?

Il progetto si chiama “Produzione di cibo appropriato: sufficiente, sicuro, sostenibile” (C3S), per la produzione di cibo appropriato. È il progetto sul quale ho fatto anche il dottorato, lavorando sui 3 contesti citati, ovvero Italia, India e Congo. È impostato per affrontare in primis i problemi di nutrizione. Al momento stiamo portando avanti il discorso di come poter produrre alimenti sufficienti in quantità e qualità, in modo da ridurre la fame e seguire una dieta diversificata. Soprattutto in India e Congo, c’è la prevalenza di mangiare poco, ovvero non essere sazi, e solamente una categoria di nutrienti, cioè i carboidrati, gli amidacei. Sono carenti invece le proteine e lipidi da legumi, da prodotti di origine animale, come uova, latte e carne e da olii. Ancora peggio è la situazione dei micronutrienti, come vitamine e minerali che si trovano soprattutto nelle verdure fresche crude e prodotti di origine animale. Il progetto mira quindi a migliorare la diversità della produzione e della dieta. Facciamo anche la formazione per far comprendere alla popolazione come dovrebbero combinare gli alimenti per avere uno stato di salute migliore.

Come si può migliorare l’alimentazione?

In questo periodo stiamo lavorando anche sulla questione dell’acqua: ultimamente ho fatto i test microbiologici di campo per controllare che i pozzi abbiano l’acqua microbiologicamente accettabile. A livello fisiologico normale, il nostro corpo soddisfa prima i bisogni energetici, ad esempio per rimanere con la temperatura giusta. Gli alimenti energetici sono fondamentalmente carboidrati, lipidi e proteine, e queste ultima hanno una funzione particolare, ovvero quella di costruire il corpo e, soprattutto per i bambini, il cervello, che si costruisce fino al 80% circa nei primi 6 anni. Quando vengono a mancare gli alimenti o sono insufficienti, le proteine invece che costruire muscoli e altro, vanno a coprire il fabbisogno energetico, e quindi la fame aggrava la carenza proteica.

Da noi, in Congo, ci battiamo soprattutto per ridurre l’ignoranza, perché anche quel poco che si ha si può combinare in modo corretto. Sollecito sempre di mangiare almeno due uova a testa in famiglia alla settimana, e allevare galline ovaiole, perché le uova sono tra gli alimenti più nutrienti al mondo e di relativa facile produzione preparazione gastronomica.

Universi intervista Andrè

Nel progetto che segui hai collaborato anche con la FAO?

Per questo progetto non ancora, ma in Burundi avevo avuto occasione quando ho avuto il compito di mettere in relazione il contesto rurale burundese e le organizzazioni internazionali, tra cui la FAO, la PAM (Programma Alimentare Mondiale), FIDA, l’UNDP e UNIDO. Ho partecipato in un progetto di fortificazione delle farine, cioè aggiunta di micronutrienti nelle farine di mais e cereali con la PAM ma anche nella costruzione delle consorzia in un progetto promosso da UNIDO

È stato difficile portare le conoscenze acquisite nel tuo Paese, per mutare abitudini alimentari ormai ben consolidate?

È stato proprio questo il problema, riuscire a cambiare le abitudini, in particolare quelle alimentari: ho trovato molte resistenze, anche subconsce, delle persone che non vogliono adottare nuove diete perché non abituati. Questo non riguarda solo il cibo, ma anche altre tecniche che suggeriamo, i metodi di cottura e i comportamenti alla base dello sviluppo umano ed economico delle famiglie (il lavoro pianificato per lungo periodo, stipula di accordi equi e il loro rispetto, avere una visione sana della collettività in generale riducendo affinità tribali, etc.). Questa resistenza è dovuta sia alla tradizione che al basso livello educativo con stereotipi limitanti, purtroppo tramandati di generazioni in generazione; che a mio avviso sono da decostruire.

Quali sono le fonti della dieta equilibrata di cui parli?

Quello che il progetto fa in concreto è partire da una diagnosi di quello che è presente. Una volta capito quali alimenti sono più disponibili sul territorio e la frequenza con cui vengono mangiati, vediamo dove ci sono le carenze. In India e Congo ad esempio, ci siamo resi conto che c’è un consumo di carboidrati eccessivo, in termini di proporzione. Allora abbiamo iniziato a stimolare l’adozione dell’allevamento di una razza ovaiola, che riesce a vivere nelle stesse condizioni di scarsità di alimenti e cure veterinarie ma produce 20 uova al mese, mentre le razze locali ne producono circa 20 all’anno. Quindi si ottiene sia una produzione per soddisfare il fabbisogno alimentare familiare, sia un surplus per guadagnare soldi. Per quanto riguarda la preparazione degli alimenti, abbiamo fatto delle prove con la grigliatura delle verdure per abbattere la carica microbica senza distruggere le vitamine. Un altro metodo che permette di ottenere risultati simili è quello di immergere in acqua bollente per abbattere la carica batterica patogena.

Da chi è finanziato il progetto e chi ha fornito i materiali necessari per l’organizzazione del lavoro e della cooperativa?

L’Università Cattolica fa la ricerca, che porta alle pubblicazioni dei risultati. Il progetto C3S è finanziato dalla Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi, che mette anche a disposizione altre borse di studio. Volevo aggiungere che, durante il dottorato, ho creato una startup che si chiama “Buslin” (www.buslin.net), per cui ho ideato una metodologia gestionale per utilizzare quello che chiamo micro credito in natura: dove il micro-credito invece di essere in denaro viene convertito nel suoi equivalenti mezzi di produzione animali e vegetali e contrattualizzato con ogni famiglia aderente a Buslin.

Hai notato dei miglioramenti grazie al progetto?

Per esempio sulla produttività delle uova abbiamo misurato le quantità. A titolo di esempio, in Congo una cosa pratica che è stata fatta è di miscelare farina di mais con arachidi e soia: incrementando così lipidi e proteine. L’abbiamo somministrata ai bambini malnutriti e riscontrato che migliora il loro sviluppo. Da questa idea è nato anche un business: fanno la farina confezionata con la macchina del vuoto e la vendono.

Nelle aree di cui ti occupi, hai notato delle conseguenze del cambiamento climatico oggi molto discusso?

Il cambiamento climatico ormai accompagna la nostra vita reale, non si capisce più quando nevica, quando piove, ormai il tempo ci sorprende tutti. Un aspetto particolare del nostro contesto è che le persone usano la legna per cucinare, non c’è il gas in casa, quindi tagliano gli alberi. Una delle attività che stiamo cercando portare avanti è l’utilizzo di stufe che risparmino ad esempio un 30% della quantità di legna usata per cucinare gli alimenti, e anche di stimolare la riforestazione. Una via immediata pratica per risolvere il problema del cambiamento climatico è piantare alberi.

La redazione di Universi

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