Carofiglio in Fondazione “Ho scritto con occhi nuovi, volendo bene ai miei personaggi”

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“Ci sono romanzi che si leggono avidamente, ma a poche ore dalla conclusione non lasciano alcuna traccia del loro passaggio. Ce se ne sono altri che si gustano velocemente, gradevolmente, senza accogersi dello scorrere delle pagine; come quei vini bianchi freddi ai quali volentieri si aggiunge un altro bicchiere. Eppure, una volta finiti, tremano le gambe, e dentro di sè qualcosa non è più lo stesso”.

Cosa distintingue le prime storie dalle seconde? “Soprattutto la forza dei personaggi e l’originalità del punto di vista” – ha spiegato il noto scrittore Gianrico Carofiglio. L’autore barese ne ha discusso all’auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano presentando il suo ultimo libro “La misura del tempo” (Einaudi Stile libero Big), in uno stimolante confronto con il collega Paolo Colagrande. Incontro partecipatissimo da un pubblico entusiasta, tanto da rendere necessario cambiarne la sede, inizialmente pensata presso il salone d’onore di Palazzo Rota-Pisaroni.

Ex magistrato, membro della commissione antimafia, ex senatore della Repubblica, noto volto televisivo e valente scrittore, con “La misura del tempo” Carofiglio riporta brillantemente in scena l’avvocato Guerrieri, protagonista con il quale ha esordito nel 2002 dando alle stampe il giallo “Testimone inconsapevole” per Sellerio. Il suo ultimo romanzo è quindi ancora una volta un giallo, un enigma da risolvere affidato a Guerrieri e colleghi, incappati nell’ardua difesa di un giovane già condannato in primo grado e figlio di un vecchio amore del protagonista.

L'incontro con Carofiglio in Fondazione

Un avvocato Guerrieri – occorre dirlo – stavolta piuttosto introspettivo, intento a districarsi tra i farraginosi congegni processuali del presente, che vogliono imbrigliare “ogni ragionevole dubbio” in un’unica, incontestabile verità, e la memoria del tempo passato: perduto? Forse sì, forse no. Non del tutto. Certo lontano, differente. Spesso sfuocato, imperfetto nei ricordi. “I personaggi del resto sono per me l’essenza del romanzo – ha spiegato Carofiglio. Solo grazie alla loro incisività un libro riesce infatti a suscitare emozione vera: non importa che stiano simpatici o antipatici al lettore, che però deve percepire tra le pagine l’interesse vivo dell’autore per loro”.

“E a me interessano molto i miei personaggi, voglio loro bene comunque siano. Primari o secondari, hanno sempre una storia che li riguarda; per questo rimangono nel cuore di chi legge. Altrimenti si scrivono trame avvincenti di libri che passano e vanno; come quelli di John Grisham, abilissimo nella custruzione del congegno narrativo, di cui però i personaggi sono semplice strumento, privo di profondità”.

Come mai un avvocato protagonista? “Beh, perchè per tanti anni sono stato pubblico ministero – ha ricordato Carofiglio -. Per questo scrivendo ho voluto indossare un punto di vista diverso da quello che mi era abituale, quegli occhi nuovi di cui parla Proust che portano lontano dalla noia consunta della ripetizione, tipica di una prospettiva sempre uguale a se stessa. Nuovi punti di vista portano con sè nuove, belle, storie, che l’immobibilità della routine impedisce di scoprire”.

“C’è poi – la corretta sottolineatura di Colagrande – una perfetta armonizzazione dei registri linguistici, quello lettario e quello investigativo, non facile da attuare: estraendo dal contesto romanzesco anche solo poche righe del processo, sembrerebbe di trovarsi di fronte ad un testo di procedura penale, per precisione di norme e procedure. Ma il lettore non ne è infastidito, la storia gli scorre davanti veloce, liscia e senza intoppi”. In realtà le cuciture tra i diversi piani stililici ovviamente ci sono – ha allora spiegato Carofiglio -, ma il segreto è non far percepire la loro presenza: “La disquisizione processuale costitituisce un mezzo per far proseguire l’intreccio narrativo, conducendo per mano il lettore in un orizzonte che non gli è abituale: se l’intento riesce, una dimensione prima estraena diventa famigliare senza sforzo. E sono sempre i personaggi con la loro forza di vita a fare la differenza nei meandri del sentiero narrativo; pur all’interno di quei principi di coerenza e credibilità, cui ogni buon autore si deve attenere”.

Poi lo scrittore barese conclude con l’importanza dell’umorismo – certo ben vivo tra gli incisi ironici e sottili dei pensieri dell’avvocato Guerrieri e le buffe disquisizioni nei suoi ricordi di bambino – , perchè per lui “far ridere è la soddisfazione più grande”: la molla più immediata che trascina il lettore e la nota ritmica che muove la narrazione. Non dimentichiamo, del resto, che chi riesce far ridere con gusto, molto probabilmente saprà anche far riflettere profondamente.

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