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“Un treno per l’inferno”: la redazione di Universi commenta il racconto di Scerbanenco

La redazione di Universi e Giorgio Scerbanenco. “Un treno per l’inferno” è un racconto tanto breve quanto appassionante da leggere, e tuttavia non figura tra i più conosciuti rispetto alla vasta produzione dello scrittore milanese.

Chiara, Hassan, Roberta, Micaela e Alex hanno letto quelle poche pagine e hanno deciso di raccontarle dal loro punto di vista. Una nuova sfida per la redazione di Universi, che diventa un invito alla lettura anche per tutti voi. Ecco i loro commenti. Speriamo di farvi venire la voglia di leggere “Un treno per l’inferno”.

L’introduzione di Hassan Haidane – Giorgio Scerbanenco è nato a Kiev, in Ucrania, il 28 luglio 1911; successivamente si trasferisce a Milano. È stato scrittore, giornalista e saggista, tra le sue opere principali vi sono: “Venere Privata”, “Traditori di tutti”, “I Milanesi ammazzano al sabato”, “I ragazzi del massacro” da cui fu tratto un film, “Milano calibro 9”, “Il Centodelitti”. È stato dedicato a lui il grande premio della letteratura poliziesca e noir, ovvero il Premio Scerbanenco. Negli anni sessanta dello scorso secolo, i figli della classe operaia avevano iniziato ad assumere sostanze stupefacenti nelle periferie delle città. Si sono formati numerosi gruppi di adolescenti fino ad arrivare ad ottenere l’emancipazione studentesca del ‘68.

“Un treno per l’inferno” fa parte di un serie di racconti, nel quale l’intellettuale si focalizza sul tema dell’uso della droga. In particolare, nel racconto si parla di due ragazzi, di due ragazze e un anziano che vivono su un vagone di un treno merci abbandonato e arrugginito nei pressi di Parma, fermo lì dalla prima guerra mondiale, in condizione di precarietà. Hanno come vicino un assassino sull’altro vagone, perciò sono terrorizzati dai carabinieri perché lo tenevano sotto osservazione. Nella narrazione sono citati inoltre alcuni versi della Divina Commedia, con alcuni canti dell’Inferno.

Riflessioni su “Un treno per l’inferno” di G.Scerbanenco di Chiara Ruggeri – Nel racconto di Giorgio Scerbanenco “Un treno per l’inferno” l’aspetto più interessante è rappresentato dalla psicologia dei personaggi facenti parte di un gruppo di esseri negativi e disprezzabili, che hanno in comune l’esclusione volontaria dalla società con le sue regole e convenzioni. Il gruppo di giovani, che si ritrova su un vagone ferroviario abbandonato in mezzo al nulla, simboleggia il rifiuto di adeguarsi a un ambiente e a una società fondata sull’apparenza e sulla ricchezza; essi hanno come tratto in comune il desiderio di essere contro le proprie origini, la propria educazione e il proprio modo di vivere.

Questi “ragazzi bene”, come sono definiti ripetutamente da Scerbanenco, hanno tutto quello che il denaro può offrire e sono considerati “fortunati”. Eppure, non sono felici e fuggono dal loro ambiente e da loro stessi attraverso un progressivo annullamento della loro individualità e della loro personalità provocato dal consumo di droghe e di alcol, secondo un rituale “pagano” che dà loro l’illusione di non essere soli, ma parte di un gruppo. Non esiste solo la volontà di essere ribelli e anticonformisti sfidando le leggi e i principi morali, ma emerge soprattutto un atteggiamento autodistruttivo descritto con crudezza da Scerbanenco.

Le tre ragazze presenti perdono subito il controllo e le inibizioni e iniziano a spogliarsi e a ridere senza freni, dando un’immagine di se stesse avvilente e degradante; il loro abbrutimento, infatti, non esprime una pulsione rivoluzionaria e innovativa, ma conformismo e assenza di forza interiore. Gli occupanti del vagone non sono distinguibili, ma appaiono come vaghe figure evanescenti, che non provano e non suscitano alcuna emozione. Per questo motivo gli unici due personaggi che hanno uno spessore e una loro originalità si stagliano nettamente sugli altri e attirano l’attenzione e la curiosità di chi legge.

Mi ha colpito particolarmente il ragazzo soprannominato dal capo del gruppo “il disprezzatore”, perché è diverso dagli altri e apparentemente più forte e sicuro di sé. Il suo atteggiamento critico e accusatorio lo rende antipatico ai suoi compagni, che lo isolano e lo deridono senza dar peso alle sue osservazioni. E’ una figura difficile da definire perché, pur criticando i suoi “amici”, non può fare a meno di seguirli nelle loro scorribande notturne; è evidente che non si sente a suo agio con loro e non ne condivide la filosofia di vita e la ricerca di emozioni forti e intense. Non beve e non si droga; è solo testimone delle azioni altrui e giudice implacabile. Però, è altrettanto fragile e spaventato dalla solitudine e preferisce la “farsa” del gruppo all’isolamento.

Appare, secondo me, come l’alter ego dell’autore, che esprime attraverso di lui un giudizio disincantato sulle nuove generazioni e sulle loro aspirazioni nobili e ideali, che non vengono realizzate per mancanza di carattere e di reale impegno. Lo scrittore, tuttavia, non offre una soluzione alternativa da contrapporre ai difetti e ai falsi valori proposti dalla società e sceglie una posizione nichilista e senza possibilità di riscatto, incarnata dall’unico adulto presente nel racconto (“l’anziano”): Silvestro Somerari è un criminale incallito, pluriomicida, che sa molto bene di essere alla fine della sua parabola di vita e, come un animale braccato, è pronto a tutto per evitare di tornare in “gabbia”.

Egli approfitta di quei “giovani bene” rifornendoli di droga e alcol, ma non beve e non prende allucinogeni per restare lucido e padrone di sé. Non è simpatico perché resta un essere rozzo e privo di principi morali e di umanità, ma è un personaggio ugualmente interessante per il contrasto fra la sua natura selvaggia, primitiva e la sua conoscenza approfondita dell’”Inferno” dantesco, i cui versi cita a memoria con lo scopo di sottolineare il lato più abietto e oscuro dell’animo umano.

La riflessione di Roberta Capannini – Nel racconto “Un treno per l’inferno” di Giorgio Scerbanenco mi ha colpito il fatto che questo gruppo di ragazzi di buona famiglia, probabilmente annoiati o non contenti della loro vita, abbiano deciso di passare una notte di follia bevendo e impasticcandosi su un vagone merci abbandonato su un binario di deposito, senza nemmeno conoscere l’identità dell’anziano con cui si trovavano, che gli forniva la roba.

In effetti se inizialmente la droga era qualcosa di stravagante utilizzata per lo più da ragazzi di famiglie agiate per provare forse qualcosa di diverso, alla fine degli anni ’60 già veniva utilizzata da vari movimenti giovanili come sballo di gruppo per protesta al sistema, mentre adesso, non solo è alla portata di chiunque grazie anche al livellamento sociale che si è creato ma è addirittura meno costosa e più pericolosa perché vengono immesse sul mercato nuovi tipi di sostanze che sono un mix di qualsiasi cosa, anche fortemente tossico e con conseguenze addirittura letali anche in breve tempo.

Secondo me molto attuali nel racconto due aspetti: il primo è che i ragazzi sul treno avevano seguito l’uomo che gli forniva lo sballo senza neanche sapere che si trattasse di un delinquente e assassino pronto anche ad ucciderli per salvarsi, come oggi molti ragazzi sono pronti a provare di tutto senza sapere niente delle sostanze che assumono; il secondo è che tutti i ragazzi sul treno, tranne uno, facevano tutto solo per seguire il gruppo, cosa che succede anche oggi, non solo per sperimentare la droga, ma anche per il fumo e l’alcool, che poi sono droghe legali, probabilmente per il fatto che seguire comportamenti trasgressivi aiuta a socializzare meglio e sentirsi parte di un gruppo, senza sentirsi da meno degli altri ed essere esclusi.

E’ vero che gli adolescenti cercano in questo modo di rompere le regole proposte dagli adulti, però credo che questi ragazzi si comportino in questo modo anche come reazione a qualche disagio personale o di relazione con gli altri che già hanno, perché se è vero che l’adolescenza è legata all’incoscienza e all’impulsività in un periodo della vita in cui ci si sente invulnerabili e onnipotenti, a me sembra che cercare lo sballo a tutti i costi, soprattutto come si sente al telegiornale, nei fine settimana, mischiando alcolici, farmaci e droghe per amplificarne gli effetti, sia solo un modo per estraniarsi dalla realtà quotidiana.

La riflessione di Alex Manfrin – Dopo aver letto il racconto “Un treno per l’inferno” ne ho tratto che, purtroppo, alcuni giovani “buttano via” la propria vita cercando il divertimento e lo svago attraverso lo sballo dato da allucinogeni, alcool e droga. Questi ragazzi, di famiglie benestanti, oltretutto, per provare emozioni diverse ed estreme, hanno permesso che si infiltrasse nel loro gruppo, (senza saperlo) un omicida, mettendo ancor di più la loro esistenza in pericolo. I giovani dovrebbero invece cercare di avere belle compagnie dove si ride, si gioca e ci si scambia amicizia e valori.

La riflessione di Micaela Ghisoni – Comincia senza un vero inizio la discesa agli inferi sul treno di Giorgio Scerbanenco.
Un gioco al massacro iniziato per noia giovanile di “gente bene”, nel buio di una sera di giugno del 1967. Otto ragazzi – cinque uomini e tre donne – si riuscono su vecchi vagoni merci arrugginiti, abbandonati nei pressi della campagna emiliana vicino a Collecchio per una serata di cibo, fumo, alcol e sostanze stupefacenti. Inghiottiti nel nulla del loro tempo vacuo, in vagoni dimenticati su un binario dismesso coperto di fili d’erba e pochi fiori, il loro viaggio infernale verso la trasgressione – nient’altro che un diversivo, devono aver pensato loro, per spezzare la monotonia di giorni uguali – finisce sul pavimento del treno: nel nulla di un “sonno stuporoso”, a pochi passi dalla morte. E dietro le sbarre di un carcere.

“La più anziana delle donne doveva avere diciotto anni, il più anziano degli uomini, invece doveva essere oltre i trenta”. Tutto il gruppo mangia, beve, “fuma sigarette come aperitivo” accovacciato per terra alla luce fioca delle candele, per non farsi notare dall’esterno. “Come aperitivo”, perchè ‘il piatto forte’ saranno alcune pasticche di U 11, simile all’Lsd. Tutti si danno allo sballo, tranne uno di loro, che non vuole mischiarsi in quelle condotte riprovevoli, almeno a parole: “Io vi disprezzo” – continua a ripetere ai compagni il “disprezzatore” del gruppo. Ma il suo disappunto è davvero autentico? Non proprio, se in fondo rimane lì in mezzo e in gran parte imita gli altri. Il suo disprezzo si esaurisce in uno sterile brontolìo di parole. Non a caso.

Racconto noir breve di Giorgio Scerbanenco, “Un treno per l’Inferno “è infatti un lento gioco al massacro, dove contrasti tonali e ribaltamento dei punti di vista catturano, spiazzandolo il lettore. L’unica persona davvero consapevole che quello sia un viaggio infernale di perdizione è chi l’ha organizzato ,”l’anziano” del gruppo: apparentemente il più integrato e affidabile, in realtà- si scoprirà soltanto alla fin e- un pericoloso criminale. Sempre ben presente a se stesso, fa solo finta di bere, fumare, drogarsi; ma nessuno sospetta chi sia realmente.

Intanto, piacere del cibo, gusto di tabacco, gradevole leggerezza alcolica, risate sommesse femminili, lasciano gradualmente spazio al vuoto della coscienza, amplificato dalle droghe: “…senza riflessi pronti, senza paura, senza aver notato che la scatola era passata a pochi centimetri dalla sua testa”. Poi una danza grottesca comincia, unico coro allucinato di voci sussurranti, a scandire il “tum tum” sempre uguale del treno in movimento; verso l’inconsapevole discesa agli inferi. Nessuno comunica con nessuno, si trascinano semplicemente. Mentre le ragazze si spogliano senza freni davanti agli uomini, avviluppate dalla totale perdita di controllo.

“Sapete dove porta questo treno?”- “Dritto all’Inferno”-. Lo sapeva bene lui, l’anziano del gruppo, spietato assassino di due bambine di nove anni – si dirà poi -, infiltrato tra gente di buona famiglia in cerca di trasgressione per meglio sfuggire alle ricerche. Ma di buono lui non ha niente, certo non ha studiato. Eppure conosce a memoria l’Inferno di Dante. Con quei versi sublimi scelti apposta per dipingere il microcosmo di dissoluzione in cui sui trova, ad un tratto spezza sommessamente il ritmo ossessivo di quel “tum tum” allucinogeno . Dalla porta della “città dolente”, ai “peccator carnali”, ai “violenti contro sè stessi”, l’Inferno è lì, davanti e in mezzo a lui. Disposto a uccidere tutti i compagni pur di salvarsi dalla polizia, lui disprezza davvero quella gente viziata e ingenua, ma i suoi ‘amici’ non ne hanno idea. Mentre il “disprezzatore” smetterà presto di giudicare davanti alla paura vera, perchè suo vero marchio distintivo è la codardia.

Chi è davvero colpevole in questa storia? Tutti, nessuno escluso. Il delinquente è uno, unico consapevole di sè e della realtà intorno. Ma non per questo gli altri sono innocenti: uniti solo dalla smania di soddisfare i propri desideri, priva di ogni umana solidarietà. Un vizio deleterio, che li ha portati a solidarizzare con un assassino, all’anticamera della morte. Se l’omicida Silvestro Somerari è ormai alla fine della sua discesa agli inferi, gli altri forse sono solo all’inizio, vittime e insieme possibili carnefici, come fa intuire la critica sociale dischiusa dal racconto di Scerbanenco: i misfatti non sono mai isolati.

E se in questo viaggio diabolico, la luce sinistra delle candele sembra più tetra del buio, e l’alba è un “lontano, grigio barlume”, la luce più vera è proprio quella di Somerari: quando esce a “riveder le stelle” per l’ultima volta.

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