“Ci siamo scoperti parte di una comunità. Spero non lo dimenticheremo”

Abbiamo chiesto a Roberta Gulieri, docente dell’istituto Tramello, di regalarci le sue “Riflessioni di una prof in quarantena”. 

“Buongiorno ragazzi, come state?”. Il mio abituale saluto di inizio lezione, da un mese a questa parte, ha assunto sfumature nuove, purtroppo, e viene rivolto agli alunni tramite il monitor di un computer – o lo schermo di un telefono; mentre un po’ alla volta anche loro si connettono, salutano, in parte si mostrano e in parte si nascondono dietro un’icona che lampeggia quando parlano, io inizio il mio lavoro. Facciamo lezione così, #stiamoacasa, #unitimadistanti, con gli occhi che bruciano dopo ore davanti allo schermo (non dovevamo essere abituati, considerando quanto siamo schiavi del cellulare?) ma con la volontà condivisa di esserci, sentirci, non perderci in questo momento così difficile per tutti noi. Parlare di Robespierre o di Montale forse non sembra così essenziale, in questo momento, ma come sempre la didattica è solo un mezzo e mai il fine, e se di solito il fine è aiutare i ragazzi a crescere e realizzarsi all’interno della società, adesso più che mai il nostro lavoro, di insegnanti ma soprattutto di educatori, è essenziale.

Ho perso tanto con l’assenza della scuola: non posso vedere con chi chiacchierano mentre entro in classe o cosa combinano all’intervallo, non colgo le espressioni di preoccupazione o rabbia dopo un compito andato male e quelle di gioia quando va bene, non mi accorgo se fuori, ad abbracciarli quando escono, c’è sempre la solita ragazza o quella non compare da un po’. Mi mancherebbero moltissimo, se non fosse che la tecnologia mi salva, questa volta, anche se tutti quanti stiamo impazzendo perché abbiamo quattro, cinque piattaforme diverse, infinite chat whatsapp con i colleghi e ancor più infinite con gli alunni, i compiti ci arrivano sulla mail istituzionale, ma anche un po’ su quella privata, “Però io l’ho caricato sul registro, prof”, “Ma non possiamo usare classroom?”…sì, certo, però perché metà classe consegna ancora negli altri modi..?

Qualcosa, però abbiamo guadagnato. Abbiamo scoperto qualche pezzetto delle nostre case cedendo un po’ della nostra privacy: così scopro che alcuni alunni -quasi maggiorenni- hanno ancora i peluches in camera, che qualcuno ha persino dei libri (ma guarda!), che qualcuno sa cucinare (e lo fa durante la lezione di storia…), e tra un saluto a una mamma, l’intervento di un papà e un cane che suscita in loro molto più entusiasmo della mia lezione su Manzoni misuriamo la nostra vicinanza con il suono delle sirene delle ambulanze, che riecheggia da un computer all’altro e per un pochino, per quel che si può, cerchiamo di non pensare troppo a quanto siamo preoccupati. In questi giorni ci siamo scambiati ricette, abbiamo commentato video, abbiamo partecipato insieme al flashmob su Dante (ok, questa non è stata l’iniziativa di maggior successo) abbiamo sperimentato nuovi modi di fare verifiche (e quindi nuove tecniche per copiare), ma soprattutto, ora più che mai, credo che ci siamo scoperti parte di una comunità. E questo, spero non ce lo dimenticheremo.

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