“E’ stato molto duro non poter rassicurare i miei figli con un abbraccio”

Febbriciattola e tosse secca i primi giorni, poi la temperatura sempre più alta e dolore ai polmoni. E’ iniziata così la lunga battaglia di Gianluca Zilocchi, segretario provinciale della Cgil di Piacenza, contro il coronavirus. Ora, a oltre un mese di distanza, è clinicamente guarito e può tornare al lavoro.

“La sensazione più brutta è stata, una volta passata la fase acuta della malattia, il pensiero di poter peggiorare ancora ed essere ricoverato in ospedale. Razionalmente sai che stai meglio, ma hai ancora paura, perché sai che altre persone, che magari conosci o si sono ammalate nel tuo stesso periodo, si trovano in terapia intensiva. E’ un timore irrazionale che fa fatica ad andare via ancora adesso, nonostante abbia avuto tutti gli esiti negativi degli ultimi due tamponi. Questa non è un’influenza normale: è una malattia davvero violenta, che fa male. Ci sono purtroppo tantissimi casi tragici, se non si è in condizioni fisiche particolari già in partenza è possibile uscirne, certo con dolore e fatica”.

“Ho iniziato a sentirmi poco bene domenica 23 febbraio. Però avevo malesseri leggeri: febbriciattola e tosse. Dopo aver sentito il mio medico ho pensato potesse essere un malanno di stagione. Poi la febbre ha iniziato a salire e ho preso degli antibiotici, ma la situazione non è migliorata. Non solo: accusavo una grande spossatezza e dolore alla schiena, all’altezza dei polmoni. Il 28 febbraio ho chiamato il mio medico e il numero indicato dall’Asl, che ha disposto il mio trasferimento in ospedale per accertamenti. Sono stato sottoposto al tampone, che ha dato esito positivo e anche a una tac, che ha confermato la diagnosi di polmonite interstiziale, ad entrambi i polmoni. Per fortuna – racconta – non avevo grandi difficoltà respiratorie, tali da richiedere un mio ricovero in ospedale e quindi sono stato riportato a casa”.

“Io mi sono isolato in una stanza e per una decina di giorni ho seguito una terapia a base di tachipirina. E così, alla volta del 9 marzo la febbre è scesa, anche se la settimana successiva è stata ugualmente pensante, perché mi sentivo molto debole. Il 16 e il 17 marzo mi sono sottoposto ai tamponi di controllo, nei giorni successivi mi è stato consegnato l’esito: entrambi sono negativi”.

“Come ha vissuto la mia famiglia questa situazione? Siamo stati messi tutti in quarantena, anche mia moglie Silvia, che ha una febbre leggera per qualche giorno, e i miei due figli Leonardo e Eugenio. Io sono stato accudito con tutte le accortezze del caso, restando isolato anche da loro. Ma è stato difficile – racconta – evitare ogni contatto umano, non poter rassicurare i miei figli, che stanno vivendo tutta questa situazione in maniera molto pesante, con un abbraccio”.

“Se torno indietro ai giorni precedenti alla mia malattia, non riesco a individuare il momento in cui posso essere stato contagiato: per il mio lavoro incontro davvero tantissime persone, nei giorni immediatamente precedenti avevo preso parte a una manifestazione. Prima ancora ero stato a un incontro in Nostra Signore di Lourdes con don Paolo Camminati, recentemente scomparso, ma anche ricostruendo tutti questi passaggi con l’Ausl è stato possibile capire dove mi sia ammalato. Il virus sicuramente era già diffuso prima che ne venissimo a conoscenza”.

Ora, dopo lunghe settimane, Zilocchi è tornato al lavoro. “Dopo alcuni giorni in smart working oggi sono tornato in ufficio, anche se in Camera del Lavoro siamo all’osso. Credo che se da un lato i piacentini sappiano quelli che sono i comportamenti corretti da tenere, dall’altro non si possa dire stesso per le aziende. Abbiamo già segnalato in Prefettura e continueremo a farlo, realtà che non hanno fermato l’attività produttiva, nonostante quanto disposto da decreti e ordinanze. Di casi come questi ce ne sono troppi, di aziende che viaggiano sul crinale sottile fra cosa è definito essenziale e cosa non è. Bisogna ridurre e non tutti lo vogliono fare”.

“Da un lato si chiede ai cittadini di restare in casa e non uscire e dall’altro lì si obbliga ad andare a lavorare, magari per svolgere mansioni non fondamentali: sono reclusi ma devo andare in magazzino per spedire un paio di jeans…Come sindacato stiamo facendo un grande lavoro tra queste persone, per contenere le loro paure, e stiamo inoltre gestendo tutta la partita delle richieste di cassa integrazione e accesso agli ammortizzatori sociali, che sono centinaia di centinaia”.

Il giudizio sulla gestione della crisi, dice il segretario Cgil, dovrà essere fatto in un secondo momento. “Non vorrei essere nei panni di chi se ne sta occupando, in questi giorni e in queste ore. Nel momento in cui siamo nel picco dell’epidemia, fare l’elenco di cosa si poteva fare e non è stato fatto, di cosa è stato fatto bene o male, mi sembra inopportuno. Il nostro impegno adesso deve essere ridurre il più possibile i contagi e fare in modo che questa vicenda termini nel più breve tempo possibile. La discussione la faremo dopo. Adesso c’è solo da ringraziare chi sta operando nella sanità e sta facendo sacrifici indescrivibili, in condizioni molto precarie, sotto una pressione incredibile”.

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