“La tosse che toglieva il respiro e poi il ricovero. Restate a casa, è il miglior modo per combattere il coronavirus”

“Mi chiamo Gabriele Salvini, ho 46 anni, e ho sempre goduto di buona salute. Quando ho accusato i primi sintomi dentro di me sapevo che non era una semplice influenza quella che stava per svilupparsi”.

E’ il racconto di Gabriele Salvini, volontario della Croce Rossa. A distanza di un mese dai primi sintomi della malattia, arrivati il 25 febbraio, si trova in isolamento domiciliare, per recuperare le forze impiegate per combattere il coronavirus. “Da tantissimi anni sono anche un volontario della Croce Rossa di Piacenza, nello specifico presto servizio sulle ambulanze dedicate all’emergenza-urgenza. Non sottovaluto mai le situazioni potenzialmente a rischio, so che il rischio zero praticamente non esiste, ma, conosco bene i protocolli da attuare in caso di patologie sospette, al fine di tutelare la salute mia e del mio equipaggio, così da ridurre al minimo le possibilità di contagio da malattie” racconta.

“Sono stato molto male. Sono stato ricoverato in ospedale quasi un mese, non c’è stato momento in cui non mi sia chiesto dove avessi potuto contrarre l’infezione. La mia mente si è spinta più volte alla sera di venerdì 21 febbraio scorso, l’ultimo turno fatto sull’ambulanza. Poco prima delle 19, come da prassi, ho preso servizio in Croce Rossa assieme ai miei colleghi e amici di equipaggio. Quella notte l’ho ripercorsa attimo per attimo, è trascorsa in modo tutto sommato tranquilla: con soli tre interventi e nessuno dei pazienti aveva manifestato patologie respiratorie o tosse o febbre. Sono praticamente certo che il Covid-19 non l’ho contratto quella notte”.

“Ho quindi preso in analisi tutto ciò che ho fatto in quei giorni di possibile incubazione. Invano. Non so dare una spiegazione, eppure è successo: mi sono ammalato. Nella giornata di martedì 25 ho accusato i primi malori: dolori muscolari e articolari, qualche linea di febbre e quella strana tosse. Una tosse che mi toglieva il respiro, che mi impediva di pronunciare tre parole una in fila all’altra. Ho telefonato al mio medico di famiglia e ho spiegato la mia situazione, mi ha detto di prendere la tachipirina e, se fossi peggiorato, di contattare il 118″.

“Il 2 marzo la situazione è precipitata: avevo 40 di febbre e facevo molta fatica a respirare: avevo bisogno di ossigeno. Mio fratello ha telefonato al 118, un’ambulanza mi ha portato d’urgenza in Pronto Soccorso a Piacenza. Sono stato affidato alle cure dell’équipe medica della Sala Urgenze: avevo una polmonite interstiziale. Tutti coloro che sono entrati a contatto con me sono stati messi in quarantena a casa, mentre io sono stato ricoverato, prima nel reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale di Piacenza, poi anche due giorni in Terapia Intensiva”.

“Quando sono uscito dalla Rianimazione è stato disposto il mio trasferimento all’Ospedale di Ferrara, dove sono rimasto ricoverato fino a sabato 21 marzo. Ora sono a casa, in isolamento domiciliare, ma mi sento decisamente molto meglio, sebbene abbia ancora un po’ di energie da recuperare. Durante tutta la mia permanenza nelle strutture ospedaliere la cosa che più mi spaventava maggiormente era di non vedere i miei cari. Non nascondo di aver avuto paura di morire. Ma voglio anche dire grazie a tutto il personale sanitario, essi non mi hanno mai fatto mancare un sorriso, un gesto d’affetto e, quando era possibile, di contattare telefonicamente (anche con video chiamate) parenti e amici. Sono stati straordinari. E gli amici, i colleghi di lavoro e quelli di Croce Rossa, che mi hanno fatto sentire tutto il loro affetto e vicinanza: tifavano per me. E questo mi ha spronato a lottare, era carburante per la mia mente: dovevo vincere contro il coronavirus“.

“Ecco, vorrei che questa brutta esperienza che ho vissuto possa diventare tesoro per tutti: se avete un parente o un amico ricoverato fategli sentire la vostra vicinanza con un messaggio, una lettera, una fotografia – dice – . E per chi sta bene: restate a casa. Quando ero ricoverato, i medici e gli infermieri ce lo chiedevano a gran voce: dite a tutti di restare a casa, è il miglior modo che abbiamo per fermare l’epidemia“. “Quindi ve lo chiedo anch’io, col cuore in mano, restate a casa – conclude -. Fatelo per chi ogni giorno è in ospedale a curare tante persone. Restare a casa è innanzi tutto una forma di rispetto e riconoscenza per tutti gli operatori sanitari“.

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