13 novembre 1966: il Piacenza e quell’incredibile derby del Po vinto in nove uomini

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Luigi Carini, giornalista e appassionato di sport, ci fa fare un tuffo nel passato biancorosso. Ecco il primo dei suoi Amarcord dedicati al Piacenza Calcio, con il derby del Po del 13 novembre 1966 rimasto nella memoria di molti

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L’amicizia col Piacenza calcio tra poco compirà 64 anni. La prima volta che andai nello stadio di Barriera Genova fu il 15 aprile del 1956 in occasione di un Piacenza-Pavia. A portarmi fu un giocatore del Pavia, il difensore Giovanni Foresi, nipote del mio vicino di casa. Quella partita finì 3-3, con buona pace di tutti, specialmente mia perché diviso dal tifo per il mio…benefattore e per la squadra del cuore.
 Da allora, salvo qualche parentesi da calciatore nelle serie dilettantistiche o per servizio militare, ho sempre seguito i colori biancorossi, prima come tifoso e poi come giornalista. La galleria di ricordi di partite, calciatori, dirigenti, allenatori ed aneddoti è infinita: cercheremo di sfogliarne qualche pagina.

I primi anni a vedere le partite entravo “con lo schiaffo” nel settore delle gradinate, dietro al Cheope, una tecnica che consisteva nel mettersi davanti alla porta dell’entrata in attesa che qualche adulto ti desse uno schiaffetto (“Ve cum me ragas”) e ti accompagnasse dentro: questa tecnica ha sempre funzionato e così nel vecchio stadio di Barriera Genova per diversi anni non persi una partita. 
E’ naturale che al grande entusiasmo suscitato dai miei beniamini, Albino Cella, Ghiadoni e Galandini in particolare, si alternasse anche qualche delusione, logicamente dovuta agli errori arbitrali.

Non mancarono, però, le imprese, vittorie entusiasmanti da suscitare addirittura lacrime di gioia. Una di queste si giocò il 13 novembre del 1966. L’8^ giornata di campionato metteva di fronte, nel vecchio stadio di Barriera Genova, Piacenza e Cremonese, il derby per eccellenza, la sfida tra due tifoserie divise da una rivalità atavica e, talvolta, anche brutale.
 Quella domenica le nuvole in cielo erano basse e nere ed elargivano pioggia insistente anche se non particolarmente densa che aveva appesantito il campo al limite della praticabilità: cominciavano i primi freddi autunnali ma, quel giorno, il clima era invece particolarmente caldo. A riscaldarlo erano arrivati voci su incidenti tra le tifoserie avvenute nel tragitto tra la città lombarda e la nostra.

Il Piacenza a quel tempo era allenato dal piacentino Sandro Puppo, un tecnico di notevole prestigio che poteva vantare nel suo palmares le panchine di Juventus, Barcellona e della nazionale turca. Il presidente Loschi era animato dall’ammirevole intento di allestire una squadra composta da giocatori piacentini, molti di questi arrivate da squadre provinciali come Gragnano, Folgore, Pontenurese, Valtarese e via dicendo.
 Tornando a quel fatidico giorno il Piacenza schierò: Notarnicola, Gasparini, Montanari; Galandini, Favari, Belloni; Brasi, Dotelli, Mentani, Saltarelli, Callegari.

La Cremonese, partita con ambizioni di promozione (ma poi finì per retrocedere), schierò una formazione con molti nomi di prestigio, ovvero: Michelini, Pietrobon, Varoli; Ottani, Bartolomei, Zaniboni; Sarchi, Tassi, Frassi, Pantani, Belloni. Arbitro il sig. D’amico di Livorno.
 Nel primo tempo la Cremonese aveva fatto registrare una sensibile superiorità grazie ad un maggior tasso tecnico, ma il Piacenza, aiutato un po’ dal terreno fangoso e da un grande spirito agonistico, era riuscito a contenerla sullo 0-0. Nella ripresa la sfortuna si accanì contro i biancorossi, che dopo pochi minuti dovettero fare a meno dell’espulso (per gioco violento) Montanari e, dopo qualche minuto, anche dello stopper Favari che si ruppe un braccio e restò in campo solo per onor di firma col braccio sorretto da bende. Ricordiamo che a quel tempo non c’erano le sostituzioni.

Ridotti in nove i biancorossi erano alla mercè degli avversari ed il crollo sembrava soltanto questione di minuti; ma il cuore del Piacenza è sempre stato grande, grande: lo fu anche in quella circostanza. A metà ripresa il fatto clamoroso: Dotelli nei pressi della riga del centrocampo, con grande intelligenza intercetta un passaggio tra due difensori ospiti, cerca di impostare un contropiede ma non trova compagni; allora decide di guadagnare campo puntando verso la porta avversaria trascinandosi faticosamente il pallone nel fango: Braccato da ritorno degli avversari e ormai arrivato al limite dell’area lascia partire un destro a file d’erba (!) che trova l’angolino sinistro di Michelini e si insacca alle sue spalle. Il Piacenza in vantaggio!

Mancavano, però, più di 25’ alla fine ed in quel tempo successe di tutto: Notarnicola si ricordò di essere stato un ottimo portiere di serie A, Gasperini, Belloni e Saltarelli autentici leoni, Galandini sublime regista difensivo mentre Brasi, Mentani ed uno strepitoso Callegari inseguivano chiunque avesse il pallone impedendogli di giocarlo. E arrivò il 90’ ed il triplice fischio di chiusura. Il Piacenza aveva vinto il derby forse più drammatico e più difficile della sua storia. L’entusiasmo della gente era indescrivibile. Ci abbracciavamo tutti con le lacrime agli occhi mentre dai 5mila presenti nello stadio si alzava un solo elettrizzante urlo: “Piacenza, Piacenza”.

Piacenza - Cremonese

Abbiamo rinvangato gli episodi di quella partita col protagonista: Mario Dotelli, un talento calcistico a cui la carriera, per diversi motivi, non ha riservato la gloria ed i riconoscimenti che meritava. A quel tempo aveva 20 anni, nativo ed abitante a Caorso, proveniva dall’Inter dove era stato capocannoniere nel campionato De Martino, ed era il giovane preferito dal mago Helenio Herrera: “Certo, la ricordo bene quella partita. Avevo notato che i due difensori cremonesi avevano l’abitudine di passarsi la palla, così girai loro le spalle ma intuì il loro movimento ed intercettai il pallone. Una volta in possesso, però, non sapevo cosa fare; la porta era ancora lontana non avevo compagni vicini per costruire un’azione: Ad un certo punto decisi di puntare la porta, almeno per alzare un po’ il baricentro del gioco; quando ormai non mi restava più né spazio e né tempo caricai il destro e mirai l’angolino, il portiere si tuffò ma non ci arrivò”.

Il titolo del giornale definì “eroi” quei 9 giocatori, forse un termine forse eccessivo; quel che è certo, però, che fu un’impresa epica destinata a diventare leggenda nella storia calcistica biancorossa.

Luigi Carini

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