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Nella piazza vuota il sindaco Barbieri cita Liliana Segre “Il mio corpo è stato prigioniero, ma la mia mente ha sempre volato” fotogallery

Una cerimonia raccolta, in una piazza silenziosa che, in ottemperanza alle normative anti Covid-19, è rimasta pressochè vuota,

Settantacinquesimo Liberazione

Così si è celebrato il 25 aprile a Piacenza in piazza Cavalli, dove il sindaco Patrizia Barbieri e il presidente dell’Anpi, Stefano Pronti, hanno tenuto i discorsi ufficiali davanti alla rappresentanza delle Associazioni partigiane e combattentistiche per onorare il 75° anniversario della Liberazione.

IL DISCORSO DEL SINDACO PATRIZIA BARBIERI – Un anno fa, tra i tanti concittadini riuniti nel cuore di Piacenza per onorare la memoria e il significato del 25 aprile, iniziavo il mio discorso rievocando le piazze gremite in quella storica giornata di primavera del 1945, quando le campane risuonarono a festa in tutta Italia e poterono dissolversi, nell’abbraccio gioioso di un popolo intero, la devastazione e la sofferenza della guerra, il silenzio imposto dalla paura, il peso dell’oppressione e della violenza.

Le tragiche circostanze che purtroppo ben conosciamo ci costringono a celebrare il 75° anniversario della Liberazione nel raccoglimento di una piazza deserta e silente. Oggi più che mai avremmo bisogno di vivere le emozioni della Festa, scendere nelle strade e ritrovarci in un abbraccio liberatorio. Ma questa cerimonia, per quanto diversa possa apparirne il volto, non perde certo il proprio significato più profondo, che diventa, se possibile, ancor più forte e attuale. Mi tornano alla mente, a questo proposito, le riflessioni che la senatrice Liliana Segre ha rivolto a una platea di giovani studenti ricordando, qualche tempo fa, la libertà di pensiero che non l’ha mai abbandonata durante la sua tragica esperienza di reclusione nei campi di sterminio: “Il mio corpo è stato prigioniero, ma la mia mente ha sempre volato”. Mai come ora, possono essere le nostre emozioni e la nostra volontà di condivisione a farci superare la distanza e l’isolamento, facendo sì che il sacrificio dei nostri Caduti si imponga come presenza toccante e autentica in questa assenza.

Rendere il nostro omaggio alle donne e agli uomini che hanno scritto alcune delle pagine più alte e nobili della nostra Storia vuol dire, innanzitutto, riconoscersi nell’adesione intima e sincera ai princìpi della democrazia, della libertà, del pluralismo e della pace per i quali essi diedero la vita. E’ infatti nel rispetto, nella convivenza civile, nella capacità di coltivare quegli stessi valori nella propria quotidianità, che ogni cittadino può esprimere, anche singolarmente, il tributo più importante a chi ha combattuto per la Resistenza, a quanti si esposero al rischio di brutali rappresaglie per sfamare e nascondere chi si opponeva all’oppressore. Nessuno, tra loro, si tirò indietro: come avrebbero raccontato alcune di quelle ragazze diversi anni più tardi – in una preziosa ricerca condotta sulla Resistenza a Calendasco – “avevamo imparato a ignorare la paura… semplicemente, andavamo contro al mondo a quell’età”.

Di quel coraggio, ancora oggi, la Repubblica Italiana è debitrice. Di quella capacità di spendersi per gli altri, di rischiare senza esitazione ciò che si aveva di più caro, dobbiamo essere tutti riconoscenti. Certo, la storia ci ha insegnato che è difficile ripercorrere il passato con uno sguardo scevro da ogni ideologia, impossibile dimenticare la brutalità di una guerra fratricida che ha posto gli uni contro gli altri, inesorabilmente, vicini di casa, colleghi di lavoro, compaesani per i quali la diversità di opinioni e idee politiche ha rappresentato, in quegli anni così difficili, una frattura insanabile. Eppure oggi, volgendo lo sguardo al Tricolore che adorna i nostri palazzi, o inchinandoci di fronte ai nomi incisi nel marmo delle lapidi commemorative, la commozione e la consapevolezza che ci colgono non conoscono distinzioni, così come l’orgoglio per quella Medaglia d’Oro al Valor Militare di cui Piacenza è stata insignita per il sacrificio di tanti suoi figli. A ognuno di loro, in questo istante, vanno il nostro pensiero e la nostra gratitudine, l’abbraccio di una folla che non ha potuto essere presente e l’eloquenza del silenzio. Perché le parole non bastano, talvolta, a esprimere il dolore per ciò che è stato, ma possono aiutarci – facendo riecheggiare in questa piazza l’amore per la libertà e i fondamenti della nostra democrazia – a colmare il vuoto che sentiamo dentro e intorno a noi.

E così che affidiamo, a queste stesse parole, un appello: a 75 anni da quella Liberazione che segnò l’avvio di un nuovo cammino per la vita politica e civile del nostro Paese, ritroviamo e rinnoviamo quel senso di appartenenza alla comunità che trascende ogni divisione in nome degli ideali universali e indiscutibili di pace, di convivenza civile, di coesione sociale. Contadini, intellettuali, operai, sacerdoti, insegnanti, avvocati: generazioni diverse, percorsi di vita talora estremamente distanti, seppero incontrarsi e mettere da parte quelle differenze per costruire, insieme, una società migliore, di cui la nostra Costituzione è la testimonianza più preziosa. E’ a quell’Italia, che possiamo guardare ancora oggi per la fierezza nel rialzarsi, la tenacia nel non soccombere, l’altruismo nel dividere sempre quel poco che si aveva, la coerenza nel non piegarsi. “Non sapevo in me tanta forza”, scriveva alla moglie il partigiano “Pino”, Giuseppe Casana, detenuto a Torino, dove si era trasferito – da Piacenza – con la famiglia e dove venne fucilato dai tedeschi, a soli 36 anni, nell’ottobre del ’44, il suo corpo lasciato inerte in piazza Statuto per 24 ore accanto agli altri uccisi insieme a lui, come atto dimostrativo e intimidatorio.

E dal buio una cella, nel carcere di Parma, scriveva anche il partigiano Mirko, il 18enne Giordano Cavestro, mentre nel maggio del ’44 attendeva la propria esecuzione: “Io muoio. Ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella. Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e la ragazze così care. La mia giovinezza è spezzata, ma sono sicuro che servirà da esempio. Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà”. Sono semplici e nitidi, questi frammenti di quotidianità spezzata, così come limpido è il pensiero di un ragazzo che ha sacrificato tutto nel nome della Patria.

Teniamole a mente, allora, queste frasi. Lasciamo che ci tocchino il cuore in questa giornata di primavera che non possiamo trascorrere insieme, ma ci fa sentire ugualmente vicini, parte di una comunità che in queste settimane ha saputo fare scelte difficili e responsabili, che non vuole smettere di sperare, che oggi rende omaggio ai Caduti per la Liberazione e avverte, al tempo stesso, tutto il peso delle ferite laceranti inferte dal Coronavirus. Che questo 25 aprile, richiamando l’unità di intenti su cui si fondò la Resistenza, possa essere il monito e l’esempio da cui avviare, insieme, un nuovo percorso di rinascita e di ricostruzione, nel segno di un impegno condiviso cui ciascuno di noi può scegliere consapevolmente di contribuire.

Più volte, in questi due mesi, ho affermato che siamo in guerra. Perché come in guerra si muore, perché come in trincea lottano – con infaticabile dedizione e spirito di servizio, con coraggio e senza risparmiarsi – tutti coloro che operano in prima linea a tutela della collettività, assistendo chi è malato, continuando a garantire un fondamentale presidio del territorio. E’ a tutti loro che oggi vorrei dedicare questa festa, perché la loro etica professionale, l’umanità e il coraggio di cui danno prova ogni giorno rendono onore ai valori e ai princìpi fondanti della Resistenza; nonché all’esempio dei tanti medici e infermieri che, in quegli anni, fecero una precisa scelta di responsabilità e umanità, pagandola anche con la propria vita.

Come il medico torinese Rinaldo Laudi, radiato dall’Albo nel 1938 perché ebreo, rifugiatosi a Piacenza dove si nascose presso la clinica Lodigiani prima di unirsi a “Giustizia e Libertà” come “partigiano Dino”, fucilato agli inizi del 1945. O il dottor Gaetano Lecce, originario di Salerno, medico condotto di Pianello e Pecorara, sopravvissuto ad Auschwitz dove venne internato perché colpevole, dopo il 1943, di aver prestato le proprie cure alle prime divisioni partigiane e a pazienti di religione ebraica.
Anche nel loro nome, oggi rendiamo l’omaggio commosso e partecipe di Piacenza al sacrificio di una generazione – quella che più di ogni altra il virus sta strappando al nostro affetto – che ci ha tramandato quei valori di pace e di libertà che è nostro compito rinnovare, come guida del nostro cammino e insegnamento per i nostri giovani.

Viva l’Italia libera e democratica e, lasciatemelo dire con più forza e commozione che mai, viva Piacenza.

IL MESSAGGIO DEL PREFETTO MAURIZIO FALCOLa ricorrenza del 25 Aprile, lo diremo in tanti, assume oggi un significato davvero foriero di nuove suggestioni. L’esercizio del coraggio nel dolore ci ha sicuramente rafforzato come cittadini e come comunità, ci ha reso allo stesso tempo più consapevoli della nostra vulnerabilità e della nostra forza, ricordandoci che l’unica formula efficace nelle situazioni di emergenza è la unità nella solidarietà.

Oggi come allora, tutto quello che abbiamo vissuto comporterà approfondite riflessioni: che saranno utili soprattutto se rivolte all’individuazione di nuove soluzioni, organizzative e sociali. Non certo se si limiteranno alla ricerca di colpevoli o al consolidamento di visioni conflittuali e di contrapposizioni. Divisioni davvero improduttive in vista di quel rilancio che tutti vogliamo consolidare, prendendo atto delle opportunità ma anche dei pericoli di una Società globale ed interdipendente: che sviluppa con sé, contemporaneamente, i codici del rischio e dell’opportunità.

È dunque giusto non dimenticare il sacrificio dei nostri anziani che allora hanno combattuto contro un nemico che era chiaro e palesemente liberticida, esaltandone quel sacrificio che ha poi regalato, tra mille difficoltà, 80 anni di travagliata ma indiscussa pace per il nostro continente. Tanti di loro, sopravvissuti, hanno conosciuto in questi giorni una tragica fine per questa nuova sciagura. Ma il ricordo di quella Liberazione, per essere perenne, deve poter evidenziare il riscatto di tutti, tra cui i vecchi nemici diventati oggi alleati e possibili co-artefici della nostra nuova rinascita. La crescita etica di una Società che vuole dirsi civile e democratica non ha altra direzione se non quella di condividere equamente i costi di una “guerra” drammatica, e programmare il rilancio di un rinnovato benessere in maniera giusta e diffusa per tutti.

In questo clima di progressiva Liberazione da un male oscuro e globale, che ha martoriato la nostra terra in particolare, le sensazioni sono certamente paragonabili al dopoguerra della Liberazione che da sempre il 25 aprile intende celebrare. Per questo, il sentimento che mi ha costantemente accompagnato, come uomo e da rappresentante del Governo, è quello del commosso ringraziamento, per il tramite del Sindaco e Presidente della Provincia Patrizia Barbieri, a tutte quelle persone straordinarie che, oggi come allora, hanno lasciato testimonianza del loro valore arrivando sino all’estremo sacrificio. La Comunità piacentina ha dato ancora una volta prova di coraggio, vitalità e di iniziativa, nel solco della sua migliore tradizione. Nessuno vince da solo ma, se tutti i livelli della Governance, Centrali e territoriali, si mettono in sintonia, la macchina complessa dello Stato fronteggia ogni avversità.

Non potremo mai dirci completamente liberati e felici: perché abbiamo già purtroppo registrato un prezzo in termini di vite umane elevatissimo; e perché ancora alta deve essere l’attenzione nel disciplinare i nostri stili di vita, sino alla individuazione di misure medico scientifiche definitivamente risolutive. Ci rimarrà per sempre l’orgoglio di essere stati accanto ed insieme ai medici, agli operatori sanitari degli ospedali di tutto il territorio piacentino, agli operatori di tutte le Forze di Polizia, ai militari, ai Vigili del Fuoco, alle infaticabili realtà pubbliche e private del volontariato, sapendo di aver dato tutto per questa splendida Comunità.

Mi ripropongo, insieme a tutti i Sindaci, di ritrovarci, in occasioni più serene, per raccogliere il riconoscimento commosso dei tanti che avete contribuito a restituire ad una vita serena, normale, e che vorrebbero farlo oggi ma non possono. Grazie ancora a tutti e come sempre, VIVA L‘ ITALIA.

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