Dopo 108 anni di storia, la calzoleria Rossi Kammi chiude la saracinesca per l’ultima volta foto

Dallo scorso lunedì 18 maggio lo storico negozio “Calzoleria Rossi Kammi“, situato nella Galleria San Francesco a Piacenza, ha iniziato la svendita totale per cessata attività.

A darne notizia Bruno Rossi, co-titolare della Calzoleria con la moglie Lucilla Bertoli, attraverso la pagina Facebook della boutique di scarpe. Immediata la reazione di clienti e amici che hanno “inondato” di messaggi emozionati e di vicinanza, messaggi ripostati sulla stessa pagina Facebook con sommo ringraziamento da parte dei negozianti.

rossi calzature

“La nostra attività è nata nel 1912 per merito di mio nonno Leopoldo Rossi, successivamente ereditata dai miei genitori e, infine, da me e mia moglie, si appresta a concludersi in quanto andiamo in pensione – racconta Bruno Rossi -. Una decisione che ci tengo a sottolineare non è dipesa dall’emergenza coronavirus, ma che abbiamo preso mesi or sono. Stiamo facendo questa svendita con il materiale che abbiamo in magazzino, come abbiamo sempre fatto nel corso del tempo, così come per le varie promozioni o i saldi, e si concluderà il 30 giugno, giorno in cui chiuderemo definitivamente il negozio. Siamo una delle calzolerie più vecchie d’Italia, tra i pochi che hanno superato il secolo di storia. Un’attività che da sempre è in mano alla nostra famiglia. Mio nonno non era solamente calzolaio ma creava calzature: uno dei primi ad utilizzare le macchine a braccio per la produzione delle scarpe, con tanto di laboratorio sito in via Roma 215, e grazie al suo ingegno vinse numerosi premi anche internazionali. Mia nonna invece era un’orlatrice, venne così a crearsi una stretta collaborazione, durata tutta la loro vita, che ha permesso di ampliare il ventaglio delle produzioni”.

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“Il nostro negozio ha attraversato tutto il ‘900 italiano. I miei nonni hanno vissuto in prima persona sia la Prima Guerra Mondiale che l’ascesa di Benito Mussolini con l’avvento del Fascismo. Non sono mancati i sacrifici per far studiare i loro 4 figli, tutti diplomati, con mio zio Libero Rossi divenuto un noto compositore e musicista. Lo zio Libero, infatti, diploma nel 1934 al Liceo Musicale Giuseppe Nicolini con il massimo dei voti, dopo una stagione presso il Teatro La Fenice di Venezia, nel 1941 viene ammesso a frequentare il corso di perfezionamento in violoncello all’Accademia di Santa Cecilia a Roma e negli anni ’60 lo si è visto impegnato come solista nei concerti dell’orchestra sinfonica della Rai di Milano. Nel 1929, quando è morto mio nonno Leopoldo, l’attività è passata di mano ai 4 figli, in particolare sono stati i miei genitori a portare avanti il negozio. Sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale i miei genitori sono stati costretti ad una temporanea chiusura, e sono sfollati. Sebbene la guerra infuriasse, mia madre non si è persa d’animo ma ha proseguito la produzione delle calzature. Finita la guerra il negozio ha riaperto i battenti, sempre in via Roma, è lì il negozio è rimasto sino al 1967 per trasferirsi sotto i portici di Palazzo Inps e qui è rimasto per mezzo secolo. Nove anni fa io e mia moglie ci siamo trasferiti dove tutt’ora siamo: in Galleria San Francesco”.

“La nostra è un’attività che è stata a contatto con i piacentini per oltre un secolo, un’attività che si è contornata di storia e che ha visto la moda cambiare. Con il passare del tempo è innegabile che il commercio è cambiato completamente. Quello che non è mai mutato è il rapporto con la clientela: il concetto di collegamento con il cliente è rimasto. Oggi si parla molto di e-commerce, personalmente lo ritengo un modo freddo di vendere sebbene devo ammettere che tante grandi aziende tendono a solcare questa via. Credo infatti sia fondamentale fidelizzare la clientela: le tante dimostrazioni d’affetto sulla nostra pagina Facebook ne sono la prova. Ringrazio tutti quanti, clienti, amici, altri negozianti che ci hanno mandato messaggi, ci hanno scaldato il cuore”.

“Da sempre ritengo che ognuno di noi deve pagare le tasse, contribuendo a tenere in piedi il sistema. Sebbene non sia poca l’attuale pressione fiscale, credo che il vero problema sia la pressione burocratica italiana. Questo aspetto ammetto che ha anche condizionato in parte la scelta di chiudere e cessare l’attività. Mi spiego: io mi sono mosso, nei primi anni in cui ho preso a collaborare assieme a mia moglie, con una sinergia costante, con il passare degli anni mi sono accorto che per far fronte alle scartoffie e alla burocrazia ci siamo dovuti concentrare su aree differenti. Mia moglie Lucilla si è presa ad occuparsi del prodotto, io sulla parte burocratica. Detta così potrebbe apparire come una logica aziendale, ma in realtà le ore dedicate a questa burocrazia, sempre più opprimente per non dire inutile, ci ha condizionato il modo di lavorare. Un pensiero che credo non riguardi solo il sottoscritto ma un po’ tutta l’imprenditoria italiana. Le ultime normative hanno addirittura peggiorato le cose”.

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