Il puzzle della vita: gli insegnamenti che si possono trarre da questo momento difficile

Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Vittoria Prazzoli, studentessa di quarta al liceo scientifico Volta di Castelsangiovanni (Piacenza) e caporedattrice del Voltafaccia. 

In questo periodo, mi sento un po’ come quando ero bambina e mi divertivo a fare i puzzle con l’aiuto di mio padre: tutti i pezzi dovevano essere messi al posto giusto e, nel caso ci fosse qualcosa di sbagliato, bastava ripartire da zero, con molta pazienza. L’unica differenza, rispetto alla situazione che stiamo vivendo – in cui il mondo sembra esserci crollato addosso, per colpa di un “nemico astratto” che non si vede e che non si sente, come ha scritto Giulia Molino, terza classificata di Amici 2019-2020, nel testo della sua canzone “Camice bianco” – è il fatto che non so se ci sarà sempre il tempo di ricominciare, come si può fare con un puzzle. Anzi, sono convinta che per molte persone non ci sarà: verranno sempre ricordati coloro che sono morti a causa del Covid-19, ma non è possibile ridar loro questa vita, completamente spezzata e distrutta, tra le lacrime di parenti ed amici.

Spesso mi fermo a riflettere e a pensare a come sia potuto succedere tutto questo, ma non riesco a trovare una spiegazione razionale. Stiamo fingendo di essere forti, per provare a non lasciarci abbattere, ma risulta molto complicato. Credo che, arrivati a questo punto, ci rimanga soltanto la possibilità di provare a capire cosa ci stia insegnando questa pandemia, nonostante tutto il dolore che ci ha causato. Personalmente, ho imparato a parlare e a comunicare direttamente con il mio “io” interiore, capendone i bisogni e le necessità fondamentali. Ho compreso quanto sia importante accontentarsi dei piccoli gesti quotidiani, assaporando e riscoprendo il valore di un breve incontro con i parenti e di una furtiva chiacchierata con gli amici. Ho capito che è utile stare bene con sé stessi, provando a cercare la libertà anche all’interno delle quattro mura domestiche in cui ci troviamo – che hanno sempre di più le sembianze di una prigione – senza sentirsi vincolati allo spazio che ci circonda: infatti, è possibile cercare dei passatempi e svagarsi, magari sfruttando i libri e le serie TV.

Durante l’ultimo periodo, ho avuto l’opportunità di guardare un film, di cui mi sono completamente innamorata, perché mi ha coinvolto molto a livello emotivo: “Per primo hanno ucciso mio padre”, tratto dal romanzo “Il lungo nastro rosso”, scritto da Loung Ung. La trama è strettamente legata al contesto storico in cui è ambientata: il regime dei Khmer rossi, dalla conquista di Phnom Penh nel 1975, fino ad arrivare all’invasione vietnamita della Cambogia nel 1979. La protagonista è proprio la stessa autrice del libro, Luong Ung; in un primo momento, viene presentata come una bambina appartenente ad una famiglia benestante, che quindi poteva godere dei privilegi di quel tempo, come possedere un telefono. Tutto ad un tratto, però, quando si instaurò il regime dei Khmer rossi, la sua vita cambiò radicalmente: lei e i suoi fratelli furono costretti a nascondere la propria vera identità e a fingere di essere dei poveri contadini orfani, con la speranza di non essere uccisi.

All’inizio del film, Luong si mostra particolarmente attaccata ai beni materiali, mentre, quando viene costretta a lasciare i suoi fratelli e a diventare una bambina soldato, assistendo pure al pestaggio di suo padre, emerge tutta la sua fragilità: l’unica cosa che desidererebbe in quei momenti sarebbe poter abbracciare tutti coloro che l’hanno amata e ciò è evidente dal fatto che porta sempre con sé la foto della sua famiglia. Forse, anche noi, al giorno d’oggi, seppur il contesto in cui ci troviamo sia completamente diverso, sentiamo di essere un po’ come Luong: non facciamo altro che pensare alle persone a cui vogliamo bene, sperando di poterle vedere il prima possibile. Inoltre, pochi giorni fa, ho deciso di leggere un libro che ormai da tempo stava prendendo la polvere all’interno della mia libreria, cioè “Cara Mathilda: non vedo l’ora che l’uomo cammini” di Susanna Tamaro. Mi è sembrato splendido, a dir poco eccezionale, soprattutto da leggere in questo periodo, perché, grazie alla sua impostazione epistolare, ripercorre tutte le piccole grandi questioni di cui la vita è costellata, come la violenza, le guerre, la fame e le responsabilità, imprimendo tra le pagine quel sentimento di speranza di cui abbiamo tanto bisogno anche al giorno d’oggi.

Alla fine di questo triste momento, ho un grande sogno da realizzare: poter coltivare, senza alcun timore, i rapporti con le persone care, per affrontare con coraggio e determinazione ogni tappa della vita. Perché, in fondo, proprio nella difficoltà e nella paura di questi giorni, è emersa l’umanità e la voglia di aiutare tutti. Allo stesso tempo, però, purtroppo, ha fatto capolino l’ipocrisia di chi non si è mai veramente interessato a te, ma è stato al tuo fianco solo per approfittare di tutto ciò che pareva utile e “comodo”. Proprio per quest’ultimo motivo, ho capito quanto sia importante mantenere dei legami solidi e duraturi con chi c’è sempre stato e si è preoccupato per me, in ogni situazione. Ora è come se ci trovassimo in un abisso e non sapessimo come salvarci: tutto è assolutamente incerto ed imprevedibile, quindi non è facile capire come ci sia da comportarsi. Sono tanti i sogni e le aspirazioni che ho per il mio futuro, però tutto mi sembra sempre più utopico. Nonostante ciò, io voglio continuare a volare, anche se non ho le ali: la fantasia può permettermi di oltrepassare tutti i confini.

Spero vivamente di riuscire a vivere rimanendo sempre me stessa, anche in futuro, senza farmi influenzare o condizionare dalle critiche altrui. Solo così, riuscirò a mettere insieme tutti i pezzi – senza perderli – creando il puzzle migliore della mia vita, cercando di rimanere in equilibrio sul filo delle mie emozioni e mettendo da parte la paura di cadere. Come diceva il grande scrittore, filosofo e poeta italiano Giacomo Leopardi: “Dal vero al sognato, non corre altra differenza, se non che questo può qualche volta essere molto più bello e più dolce, che quello non può mai”.

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