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Mafia e usura, arrestate 22 persone: sigilli a una società con sede a Piacenza

Associazione di tipo mafioso, usura, estorsione, riciclaggio, esercizio di attività finanziaria abusiva, detenzione illegali di armi. Tutti aggravati dalla finalità e dal metodo mafioso.

Sono i reati contestati a vario titolo alle 22 persone arrestate nell’ambito dell’operazione “Libera Fortezza“, condotta stamani dagli uomini dei comandi provinciali di Reggio Calabria dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, che, coordinati dalla direzione distrettuale antimafia della città dello Stretto, hanno anche sequestrato beni per oltre 5 milioni di euro. Più di 300 finanzieri e carabinieri hanno messo i sigilli a 9 società riconducibili alla cosca Longo-Versace di Polistena, una delle quali con sede a Piacenza e operante nel settore del noleggio di auto, mezzi di lavoro e imbarcazioni, oltre a 45 immobili, beni mobili, disponibilità finanziarie e quote societarie.

L’usura era il “core business” del clan. Non a caso, fra i beni sequestrati risulta la somma di 144.000 euro che si ritiene costituisca una parte degli interessi usurari maturati dal gruppo. L’indagine e’ scaturita da un controllo dei Carabinieri della stazione di Polistena effettuato nei confronti di un imprenditore locale, il quale ha confidato ai militari di essere sotto il giogo di esponenti della criminalità organizzata locale dopo essere stato costretto a ricorrere a diversi prestiti usurari, attuati con modalità estorsive. Lo sviluppo dell’attività investigativa ha permesso di individuare numerose altre vittime di una vera e propria rete di usurai ed estorsori facente capo alla nota cosca di ‘ndrangheta. Con i metodi violenti della mafia calabrese, gli affiliati riuscivano a riscuotere somme, a titolo di interesse, esorbitanti, come i 55.000 euro estorti a un imprenditore a fronte di un prestito personale originario di 15.000. L’uomo ha pagato, pressato dalle minacce degli indagati, in circa due anni, la somma in questione a titolo di soli interessi, corrisposti ad un tasso usurario superiore del 200% a quello legale, restando comunque debitore per la restituzione del capitale.

Dopo aver individuato la vittima e dopo aver concesso il prestito in denaro, gli indagati ottenevano la promessa di restituzione di una somma maggiorata di un tasso d’interesse variabile, che in qualche caso e’ arrivato fino al 1.756,40% su base annua (27,56% su base mensile). Al momento del prestito in contanti, l’organizzazione pretendeva assegni “in bianco”, di un importo comprensivo del capitale prestato e dell’interesse del solo primo mese, a titolo di garanzia in caso di inadempimento;dopo la dazione del prestito, la vittima era obbligata al pagamento di interessi mensili aggiuntivi fino a quando non fosse riuscita a restituire in un’unica soluzione, il capitale sommato all’interesse. In caso di mancato pagamento, le vittime venivano minacciate e subivano azioni intimidatorie. Alcuni di loro diventavano complici della cosca, assumendo il ruolo ambiguo di tramite per far pervenire le minacce del clan a terze persone, o tentando di saldare il loro debito procurando altri “clienti” (fonte Agi).

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