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Lo sdegno del procuratore “Non c’è stato nulla di lecito in quella caserma”

“Faccio fatica a definire questi soggetti carabinieri perché i comportamenti messi in atto sono comportamenti criminali. Non c’è stato nulla o quasi nulla, in quella caserma, di lecito”. Non riesce a trattenere lo sdegno, il procuratore della Repubblica di Piacenza, Grazia Pradella, nel presentare gli esiti dell’indagine, che hanno portato complessivamente a 17 arresti, di cui 6 nei confronti di carabinieri della stazione Levante.

“Fra i reati contestati all’Arma dei carabinieri c’è il traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, la ricettazione, l’estorsione, l’arresto illegale, la tortura, le lesioni personali aggravate, l’abuso d’ufficio, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico, che è direttamente connessa ad arresti completamente falsati. Perquisizioni personali ed ispezioni arbitrarie, violenza privata aggravata e truffa ai danni dello Stato. Come vedete – sottolinea il procuratore durante la conferenza stampa – è una serie di reati impressionante, se si pensa che sono stati commessi da militari dell’Arma dei carabinieri”.

“Tra i comportamenti ascrivibili ai militari c’è il tentativo quasi spasmodico, giornaliero, di approvvigionamento di sostanze stupefacenti per il territorio di Piacenza durante il lockdown – continua Pradella – attraverso i contatti con gli spacciatori di buon – se non alto – livello, è stata compiuta un’attività di staffetta a macchine, che trasportavano stupefacente, un militare si è reso responsabile anche della custodia, presso il proprio garage, degli stupefacenti per conto degli spacciatori di più alto livello, e poi c’è un’attività di spaccio anche per conto proprio”.

“Cosa è successo? Nel momento in cui è difficile se non impossibile per le misure imposte di lockdown, mancano nella piazza di Piacenza gli stupefacenti, hashish in particolare. Entra quindi in azione una sorta di associazione composta da questi 5 militari (ora in carcere, ndr) che cercavano di reperire la droga, sequestrandola ai pusher che non facevano parte della rete di loro informatori. Lo stupefacente veniva sequestrato, solo parte veniva messa a disposizione dell’autorità giudiziaria, parte veniva data in piccolissime dosi, unitamente talvolta a somme di denaro, ai loro “confidenti” per ripagarli della soffiata ricevuta e parte veniva consegnata direttamente a pusher di loro fiducia per la commercializzazione sul territorio piacentino. Mentre Piacenza stava combattendo e contava i suoi morti per il covid, questi ‘signori’ si preoccupavano di rifornire i tossicodipendenti dello stupefacente richiesto”.

Proprio in questo periodo accade uno degli episodi contestati agli indagati: un militare convalida a uno spacciatore un’autocertificazione per consentirgli di spostarsi in Lombardia per reperire la droga.

“Questa situazione non se la merita l’Arma ma non se la merita neanche la città di Piacenza” commenta Pradella.

“L’aspetto non solo penalmente, ma anche eticamente, peggiore, quello che ci ha colpito di più dal punto di vista umano che ha colpito gli operanti è che questa attività di procacciamento – continua il procuratore – ha comportato altresì condotte gravissime, commesse nei confronti di persone che operavano nel campo del piccolo spaccio nel Piacentino. Persone ultime tra gli ultimi, che non avrebbero osato mai denunciare alcunché all’autorità giudiziaria, e che ha portato all’arresto di 4 persone. Vi era non solo l’obiettivo di procacciare la droga, ma anche quella di sembrare più bravi degli altri, e per questo venivano eseguiti più arresti. Peccato che spesso – sempre – questi arresti si basassero su circostanze inventate e falsamente riferite, dapprima oralmente e poi per iscritto al pubblico ministero di turno. Non solo, accompagnate da una sorta di autoesaltazione, perché questi carabinieri si consideravano più furbi, più bravi dei colleghi di altre caserme che invece lavorano con correttezza e non solo sul territorio di Piacenza”.

“Questo, forse, è l’aspetto moralmente più degradante: l’Arma, quella ‘sana’ dei carabinieri, è sempre stata connotata da una grossa coesione morale. Qui, pur di apparire, pur di sembrare più bravi degli altri negli arresti e a – procurarsi la droga – non si bada a modalità operative”.

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