“Ma l’amore resiste”, ricordi di vita oltre il buio della pandemia

Una copertina bianca, pronta a riempirsi delle storie di ciascuno – e dalla storia di tutti noi – nei giorni atroci della pandemia di coronavirus. Un filo rosso, che ritorna tra le pagine: siano le parole accoglienti, accorate e sempre misurate dell’autrice, o l’abbraccio collettivo mancato a troppi nel momento più estremo, poco importa.

Il senso di tutto è racchiuso nel titolo del libro della giovanissima scrittrice ventiduenne Martina Picca, semplice, ma potentissimo: “Ma l’amore resiste”, edito da Officine Gutenberg. È l’amore che supera con la sua luce ogni dolore, ogni sofferenza, perfino il distacco lacerante della morte; perchè, in fondo, nessuno muore veramente, finchè vive nel cuore chi resta. La morte “interrompe” solamente il viaggio – scrive Martina -, ma non lo “conclude”: l’amore fa si che il viaggio riprenda, ritrovando la rotta. E allora questo libro, di storie, di lettere, di memorie, nato un pomeriggio di marzo per dare volto e anima ai numeri spaventosi delle vittime di ogni giorno, è soprattutto un libro d’amore: ogni testimonianza raccolta, Martina l’ha fatta profondamente sua, curando il dolore altrui con una delicatezza e un’empatia rarissime, tanto più in così giovane età.

Soprattutto, grazie alla sensibilità e al lavoro dell’autrice, quel che prevale tra le pagine è ciò che resta di chi se ne è andato, non il vuoto lasciato. Certo, c’è forte il dolore della mancanza, ma dopo la lettura ci si sente pieni di vita, non svuotati dall’assenza. Pieni di momenti trascorsi insieme, di percorsi condivisi, costruiti a fatica e con passione giorno dopo giorno. Di persone, che diventano famigliari senza neanche averle conosciute: il sindaco di Ferriere, Gianni Malchiodi, presente per tutti in Paese e soprattutto amico di chi gli era accanto, è solo un esempio tra i tanti. Le storie d’amore, gli incontri durati anni, forse una vita, di nonni, genitori, figli, che certo un virus – per quanto terribile – non può cancellare. E poi i piccoli, semplici, ma indelebili gesti quotidiani, come quello di “alzare i calici con l’amato nocino”, in memoria di chi non c’è più ma festeggia con noi in quel brindisi.

La scintilla del cuore verso l’altro, l’umanità che resta: questa è la ricchezza che dobbiamo riscoprire, difendere e rinnovare, se davvero vogliamo trarre una lezione positiva dalla pandemia. Sia il sacrificio di chi ha combattuto in prima linea per salvare vite, unico conforto possibile per i malati nell’ora più buia, siano i sentimenti che ognuno di noi custodisce e traduce in piccoli gesti per l’altro, l’umanità rimane la nostra risorsa più grande, ed è da qui che bisogna ripartire. Martina Picca l’ha fatto attraverso la scrittura, una scrittura che – dice – le ha “salvato la vita”. E forse lei, scrivendo, l’ha salvata un po’ a tutti noi. Abbiamo chiesto all’autrice di lasciarci una testimonianza, perchè fossero le sue parole dirette a spiegare il li libro e la scintilla profonda che lo muove.

Martina, partiamo dalla “scintilla d’umanità” all’origine del tuo libro, dal quel “io scrivo per ricordare” che ti ha improvvisamente illuminato. Cos’è il ricordo per te?

Quando penso al ricordo, mi soffermo su cosa contenga questa parola: “cor”, da latino, il cuore. Per gli antichi infatti era il cuore la sede della memoria. Per me ricordare significa portare dentro, ma anche lasciare andare fuori. “Ma l’amore resiste” porta in sé pezzi di vita, ma proprio perché li contiene li svela al mondo. Se dovessi descriverlo in breve, direi che è un libro di ricordi di vita.

Scrivere ti ha “salvato la vita”- sottolinei con forza -, già dall’alluvione in val Nure del 2015. Ci racconti perchè?  

È vero, lo dico sempre, perché è così. Scrivere è tutto per me, non solo un lavoro. Scrivere è il momento di riconciliazione con me stessa e con il mondo, è sapere di avere un posto. L’alluvione mi ha traumatizzata, mi ha cambiata per sempre e mi ha lanciata in un baratro, ma la scrittura è stata la mano che mi ha riportata alla luce, grazie a lei ho ritrovato casa mia.

“Ma l’amore resiste” è prima di tutto un atto di fiducia tra te e chi ti ha consegnato la propria sofferenza. Come sei riuscita a penetrare così delicatamente il dolore degli altri?

Per me è stato un privilegio, dico sul serio. È stato il mio modo di dire “ci sono”. Dall’altra parte mi hanno inondata. Ora mi dicono grazie, ma la gratitudine è tutta mia. Non accade facilmente di entrare in possesso di una parte così intima di qualcuno e non nascondo di aver avuto tantissimi dubbi e tantissime paure. In “Se una notte di settembre l’alluvione” ho scritto: “Quando si tratta di parlare della vita degli altri, bisogna fare un passo indietro e uno in avanti. Indietro perché la sofferenza va vista da fuori, così da poterne cogliere i lati più feroci, quelli che non fanno dormire la notte; avanti perché nella sofferenza degli altri, quando li si vuole capire, ci si bisogna fiondare e basta”. Mi ha guidata sempre.

Tante storie diverse e un filo che ritorna: le tue parole che accolgono? L’abbraccio collettivo mancato a troppi per l’ultima volta? Quell’amore che resiste”?

Il filo rosso della copertina è racchiuso nel suo stesso titolo: “l’amore”. “Che resiste”. È un libro doloroso perché nasce da una sofferenza atroce, ma quello che accomuna tutte queste persone è l’amore. Potrà sembrare scontato, ma per me non lo è. Da un’esperienza del genere potrebbe rimanere tutt’altro denominatore comune, e invece l’abbraccio resta la bellezza della vita e dell’amarsi per sempre. Io ho pianto due mesi, tutte le sere, per la potenza che c’è in quelle pagine. Piango ancora, me lo leggo ogni sera, queste persone sono un esempio fortissimo.

Leggendo si respira tanta umiltà. “Non sono e non voglio essere nessuno – ripeti – voglio solo arrivare all’altro”…come e quanto il dolore altrui si è fatto tuo?

Dico sempre che il dolore degli altri è un posto in cui sto bene. È così. Se il dolore non si esprime, diventa un mostro che inghiotte. Va fatto parlare, va fatto uscire da ogni parte, va anche scritto. Ogni storia e ogni persona di questo libro è in me, me le sono cucite addosso. Tutte le volte che mi arrivava una lettera la trattavo come se fosse mia e ho cercato di farlo con il massimo rispetto. In punta di piedi, ma immersa fino ai capelli. Non mi pesa il dolore degli altri, forse perché avrei voluto che qualcuno si caricasse un po’ del mio sulle spalle. So solo che se posso alleggerire il macigno di qualcuno, alla fine della giornata quella è una persona in meno che combatte da sola.

In realtà molte lettere raccolte parlano anche di te: della tua montagna, di preziosi insegnamenti, della gioia e della nostalgia di incontri stampati indelebili tra mente e cuore. È stato difficile riviverli?

Dal 14 settembre 2015, ho un rapporto molto complesso con la terra che mi ha cresciuta, ma fa parte di me. Sono le mie radici. Essendo così tanto in me, è inevitabile che esca fuori e rivivere i ricordi è sia un bene che un male. Ci sono giorni sì e giorni no. Non guarisci mai, da una cosa così. Fa ancora tanto male, lo farà sempre. Non lo nego.

Un libro che certo non avresti voluto scrivere, eppure tremendamente necessario. Non solo per non dimenticare, ma anche per dare modo di esprimere il proprio dolore. Senti di esserci riuscita?

Io spero solo di essere stata la Martina che voglio essere: una persona che tende la mano e regala la sua spalla, ma sopratutto la sua penna. Scrivere per me è anche mettermi a disposizione del prossimo, di chi vorrebbe urlare, ma in quel momento non ce la fa. Non mi fa paura il dolore, sopratutto perché sono convinta che in due la luce si trovi con un po’ più di facilità.

Per molti, moltissimi, sarà impossibile dimenticare le perdite subite. Ma per chi è stato spettatore di questo dramma, una frettolosa corsa alla normalità che non difenda la memoria, non può essere un grave rischio?

Siamo chiamati a un compito morale e civile doveroso: il ricordo. Dobbiamo ricordare tutto quello che è successo dal 21 febbraio a oggi e non possiamo voltare le spalle. Non è accettabile. Vedo chi tenta di dimenticare, chi si lascia troppo andare al “è tutto come prima”, ma non è così. Archiviare non è consentito, bisogna trovare il coraggio di guardare negli occhi il mostro. Se non si trova, va cercato meglio. Se un’amnesia rassicurante e un menefreghismo colpevole da rischio diventano prassi, falliamo tutti come esseri umani. Non ce lo possiamo permettere.

Le ultime storie e le tue ultime parole sono dedicate a chi ha lottato in prima linea per salvare vite. Non credo affatto si tratti di una semplice scelta stilistica, ma piuttosto di una tua volontà precisa, in chiusura del libro.

È stata esattamente una volontà precisa. Ho voluto dare spazio a chi è stato in primissima linea al fronte. Sono tutte lettere dolcissime, umane, dolorose. Ho deciso di chiudere con loro, perché sono loro che hanno preso il posto dei famigliari, degli amici, dell’amore negato. Sono stati il fratello, la mamma, il marito, la figlia. Sono stati loro l’umanità, la mano nella mano, l’ultimo abbraccio. Perché c’è stata la morte, atroce, ingiusta, pesantissima. Ma l’amore, proprio quell’amore lì, resiste. Cavolo se resiste.

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