La solidarietà di Piacenza tra i profughi di Lesbo IL REPORTAGE fotogallery

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La solidarietà di Piacenza tra i profughi di Lesbo: una piccola delegazione composta dalle suore scalabriniane Rosa Maria Zanchin, suor Clarice Barp e suor Erica Ortiz e dalla giornalista Maria Vittoria Gazzola. Ecco il suo reportage

Ci meravigliavamo spesso di come, pur miseramente, riescano a vivere i migranti, i profughi, i rifugiati nelle aree degradate delle nostre città. Se accettano tali condizioni è perché da dove arrivano stanno ancora peggio, è perché hanno attraversato certe intemperie della vita che nelle nostre comode case neppure siamo in grado di immaginare.

In questi giorni sono nell’isola greca di Lesbo, sulla quale i turchi sgravano i rifugiati passati nel loro perimetro. Soprattutto afgani  e siriani. A Lesbo, in località Moria, c’è un grande campo che ospita, anzi, imprigiona oltre 15mila fra donne, molti minori e uomini. Qui opera, fra altri organismi, la Comunità Sant’Egidio che ha avviato un progetto di “accompagnamento” verso una nuova vita. In esso si sono inserite le  suore “con la valigia”, le suore dei migranti, ovvero le scalabriniane di Piacenza. Con suor Rosa Maria Zanchin, suor Clarice Barp e suor Erica Ortiz ho visitato una breve porzione del campo, ma è bastato per conoscere la più cruda delle disumanità in cui sono stati confinati donne, bambini e uomini da altri uomini.

Il campo si sviluppa tra gli ulivi lungo la montagna che sovrasta il capoluogo Mitilene. L’incontro con la sfortunata popolazione è un momento d’obbligo per ogni nuovo gruppo, bisogna sporcarsi gli occhi di quella disumanità, ma non l’anima, bisogna guardare dentro i loro occhi per capire che quella esistenza non è dignità. 15mila tra adulti e bambini vivono mesi – in attesa di raggiungere un paese europeo che li accolga dando loro l’opportunità di un lavoro per pagarsi la casa e il diritto alla vita – nei pochi metri quadrati delle tende a loro assegnate dalle quali si esce per fare la fila a prendere l’acqua, ad andare alla doccia, ai servizi igienici che sono sempre insufficienti, a prendere un po’ di cibo quando viene distribuito. Donne, uomini e bambini che devono guardarsi delle occasioni di violenze razziali e sessuali, o delle prepotenze di gruppo.

Fra mille incertezze, speranze e disillusioni, sogni e tribolazioni, al campo di Moria i gruppi etnici si organizzano per tenere pulito il campo, per creare piccole attività commerciali, negozietti, perfino officine. Colpisce anche la vita “a terra”, una vita strisciante, come se a rialzarsi fosse temerario. Accovacciati stanno nelle tende, nei bugigattoli di tela e legni che sembrano bazar. E colpisce la marea di bambini, bellissimi bambini senza un gioco in mano, solo qualche residuato di passeggino viene trascinato per mancanza di ruote. Del resto che te ne fai di una carrozzina senza freni su percorsi inerpicanti, ad ostacoli tra rocce e alberi.

Al campo non si dovrebbe cucinare, eppure, tutto affumicato esce da una tenda un panettiere seguito dal profumo più buono del mondo. Si scoprono anche scuole, le madrasse, ovvero le scuole coraniche ricavate tra le pareti di tende confinanti, o piccoli spazi dove qualcuno si improvvisa insegnante, probabilmente lo era al suo paese. Le donne fanno gruppo, le famiglie fanno gruppo, le nazionalità fanno gruppo, i molti bambini non accompagnati, che sono i più esposti alle violenze, fanno gruppo. Il gruppo è l’entità che dà una certa sicurezza, che garantisce protezione.

C’è voglia di vivere al campo di Mitilene, anche contro ogni sopraffazione, di uscire da quella situazione di degrado. Il progetto della Comunità di Sant’Egidio sono i piccoli passi verso la porta della sopravvivenza: dalla scuola attraverso i suoi volontari che intrattengono i bambini. Attraverso la distribuzione di cibo ogni giorno a centinaia di rifugiati e dietro c’è quel gran lavorio seminascosto per ottenere a ciascuno di loro il passaggio verso la normalità.

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