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“Non amo chi tramonta”, intervista con l’autrice Francesca Bocca-Aldaqre

Si può raccontare un’esperienza come una storia, vissuta nel tempo di prima, durante e dopo, oppure si può imprimerle la potenza disvelatrice di un istante, nell’incanto poetico dei versi.

La seconda via è quella seguita da Francesca Bocca-Aldaqre, scrittrice e teologa piacentina, nel suo: “Non amo chi tramonta”, raccolta poetica presto in uscita per CartaCanta edizioni. Versi che per l’autrice non sono stati una scelta possibile, ma la forma attraverso cui quel vissuto si è affacciato alla mente. Una poesia che nasce sempre dal “colpo di un’esperienza” tutta sensibile, tra amore desiderato, scoperta della natura, dolore della malattia e forza femminile, ma che non può non tendere alla quiete in un Unico Volto, nella fede e nella tradizione islamica abitate profondamente dalla scrittrice.

Ne risulta una raccolta poetica divisa in quattro sezioni, distinte, ma magmatiche, confluenti l’una nell’altra, tutte volutamente giocate su contrasto e consonanza tra la consapevolezza della fine di ogni cosa e la volontà di vivere ogni istante: paura e desiderio che ogni “tramontare” dischiude.

 

“Nel bruciare che bussa

  il presente si salva

   e dirige la corsa

    -stupore alla fine dei giorni-! […]

 

Cos’è questo, se non un grido di vita afferrato a ogni costo?  Slancio vitale o silenzio stupito che contempla il mondo:

La conosco così bene

 la via […]

        Perché guardarla, allora,

        spiarla da ogni fessura?”

 la scintilla creatrice rimane l’incanto poetico, l’epifania di un istante, che in quell’istante svela Tutto. Di seguito, in attesa del libro, in libreria e online dal 15 settembre, l’intervista alla scrittrice.

Dopo libri in prosa, stavolta hai scelto la poesia. Che significato racchiude questo cambio di stile?

All’inizio di questa esperienza non ho fatto la scelta di misurarmi con un mezzo espressivo nuovo: è stata invece la spontaneità di un fatto, di un’esperienza che mi è sgorgata sotto forma di versi. E mi sono accorta nei mesi – Non amo chi tramonta è stata una composizione di circa due anni e mezzo – che sono in effetti alcune cose a porsi in versi alla mente. Si può limare, si possono modificare forma e contenuto – come ho fatto in effetti -, ma la scintilla poetica si è imposta alla mente; non l’ho decisa.

Il titolo, “Non amo chi tramonta” sembra riassumere in sé stesso l’anelito al superamento della transitorietà delle cose come tensione permanente ad un’unica essenza, che percorre tutta la tua poesia

In realtà il titolo non è farina del mio sacco, ma è un versetto del Corano. È una storia molto importante nel mondo musulmano, ma per tutt’altro motivo rispetto a quello che assume nelle mie poesie. Per me è l’impossibilità di risolvere la lontananza dall’amato, mentre nel Corano la connotazione è religioso-metafisica. La storia coranica è quella di Abramo che, da giovane si trova a meditare, come fanno tutti i Profeti prima di essere guidati da Dio, e lui lo fa di fronte al cielo stellato. Vede il sole, lo ama, ne è rapito, ma quanto questo scende sotto l’orizzonte nel suo lamento ‘non amo chi tramonta’, desidera un Dio che rimanga sempre; così accade con la luna, le stelle, finché appunto Abramo non arriva alla coscienza religiosa.

Il tramonto diventa simbolo allora?

‘Tramontare’ è una parola con cui gioco, nelle mie poesie, per la sua ambiguità di fondo. Nella modernità si passa dall’estremo di chi parla di tramonto dell’Occidente – la paura ultima dello smarrimento dell’identità –  a Nietzsche, che descrive Zarathustra quando decide di scendere tra gli uomini per insegnare loro: ‘Simile al sole vuole tramontare’. In questo caso il tramonto è qualcosa di anelato, non di spaventoso. È un’ambiguità di fondo che dal punto di vista poetico apre a positività negatività, paura e desiderio e che io ho sfruttato parecchio. Per me affermare ‘non amo chi tramonta’ è da un lato rendermi conto della finitezza di ogni cosa, che anzi ha già incominciato la sua discesa, e dall’altro sfruttare l’attimo esatto del tramonto per arrivare alla gioia; non a caso la sezione che chiude il libro.

Il fatto che nel Corano – da cui sei partita – il tramonto assuma un’accezione strettamente metafisica, che tu hai poi adattato in senso reale, di un’esperienza, sembra  già evidenziare  la compresenza di vari aspetti

Sì, perché tutto contribuisce a creare l’immaginario di un autore, e il mio è fatto di Corano, ma certamente anche di contemplazione della natura diretta, nei miei luoghi dell’Appennino. È quindi normale che, di fronte all’esperienza che io voglio raccontare, tutto ciò si faccia immagine nei versi.

Senza che però si crei antitesi o conflitto

È la poesia che permette di mettere in relazione esperienze o elementi distinti e  apparentemente inconciliabili, rendendole fruibili anche a chi non li ha vissuti come legati. Magari chi si è innamorato, chi ha letto il Corano, chi si è trovato a contemplare la natura, chi si è ammalato, ma non ha mai sospettato una relazione tra queste cose.

L’intera raccolta poetica è divisa in quattro sezioni, che appaiono un percorso di scoperta, incantevole e doloroso insieme. Spieghi questa suddivisione?

La divisione si è cristallizzata quando ho iniziato ad avere una quantità di materiale poetico significativa. Mi sono resa conto che i miei versi erano sempre gravitanti attorno a uno di questi quattro poli, di cui uno certamente è quello più riconoscibile, quello della malattia. In realtà, i confini tra le parti sfumano parecchio l’uno nell’altro, me ne sono resa conto dopo: anche perché si finisce dove si è partiti, in una sorta di percorso circolare e non chiaramente concluso, non è un percorso chiaro come invece accade nella storia di Abramo. Ma credo ciò sia in linea con l’intenzionale ambiguità di significati che le poesie dischiudono.

Nelle poesie sono sempre presenti due elementi diversi, eppure consonanti: un mondo che si svela e muta nel suo divenire, e l’essenza di quel Unico Volto che rimane nonostante tutto, malgrado la fatica  della ricerca. Come si compenetrano le due dimensioni nei tuoi versi?

Per quanto riguarda la coesistenza di esperienza ed espressione metafisica, questa è per me la parte più difficile della poesia. Io tendo molto al ragionamento astratto, e in poesia questo è un difetto se slegato dall’esperienza. D’altro canto, molta poesia contemporanea guarda troppo a se stessa, vede le cose con una prospettiva limitata e soprattutto senza farne mai segno. Per la mia concezione di spiritualità, questo significa sprecarle. Quindi, tornando alla tua domanda, questa coesistenza è stata la fatica nello scrivere queste poesie, forse è per questo che l’hai percepita sempre presente: da una parte non voglio scrivere versi troppo personali, dall’altra non voglio fare filosofia in versi.

Nelle tue poesie si confondono esperienza religiosa ed esperienza amorosa.

È raro che io parli a Dio direttamente nelle poesie, i miei versi non sono preghiera nel senso tradizionale del termine. Ma nella tradizione della poesia islamica, c’è la volontà di confondere le acque chiamando ‘Amato’ sia la persona che si ama sia Dio, e usando la stessa parola ‘Amore’ – ‘ishq – proprio amore passionale – per indicare trasporto amoroso e religioso.

“Le mie poesie non nascono come risposta” dici tu nella postfazione, “sono nate dal colpo di un’esperienza”. Poesia quindi come manifestazione del tuo vissuto personale?

Il motivo più diretto per cui ho parlato di ‘colpo’ è perché le poesie che scrivo raccontano un istante, non c’è di solito narrazione cronologica, ma proprio un attimo di tempo in tutta la sua potenza, appunto un colpo. Oltre a questa dimensione di poetica, i miei versi non nascono come risposta a una teoria. Ciò a cui mi riferisco nella postfazione è l’idea – appartenente agli studi islamici – secondo cui la poesia islamica sarebbe un insieme ‘articolato ma concluso’, cioè una cosa morta. Anche se non ho scritto le mie poesie come risposta a questa una teoria, credo che possano essere rilevanti per metterla in discussione.

E nel tuo vissuto personale si inserisce potentemente l’incontro con l’Universale e la tradizione islamica: quali immagini e luoghi rievocano tra i versi questa tradizione?

L’immaginario dell’Islam presente nelle mie poesie è quello che, di volta in volta, mi appariva spontaneo nella stesura poetica, del resto è normale che le esperienze che si fanno debbano richiamare tutto ciò che si è, per essere vissute  fino in fondo con autenticità. Un esempio che mi ha sempre colpita e che ho utilizzato due volte nelle poesie è la storia appartenente alla biografia di Maometto, quando, da bambino, sarebbe stato visitato da angeli che gli aprirono il petto, estrassero il cuore e lo ripulirono in una bacinella di neve prima di rimetterlo al suo posto. Per me questa è l’urgenza di essere fatti nuovi da un altro, ritorna spesso nelle mie poesie. Altra immagine è quella della Ka’aba :questa struttura  cubica è la casa di Dio, che deve essere nascosta e velata, un po’ come il Santo dei Santi nel Tempio di Gerusalemme tipico della tradizione semitica, che per un’occidentale è così incomprensibile.

Dici infatti, ancora nella postfazione “quello dell’Islam non è un mondo che mi affascina, ma è  ciò che vivo – a cui appartengo – nella mia quotidianità”

L’intenzione era quella di differenziarmi rispetto alla tradizione poetica dell’orientalismo, in cui l’Islam è l’altrove, meta di un viaggio, quindi il poeta rimane altro, ma si lascia affascinare, oppure descrive questo mondo misterioso. Diversa possibilità è quella dell’alter ego: poeti come Giuseppe Conte che, nei suoi Canti d’Oriente d’Occidente, si affibbia il nome Yusuf Abdel Nur, ispirandosi soprattutto ad autori persiani. Sono tipologie di poesia differenti dalla mia: ciò che scrivo non è un viaggio o un immaginario, ma sono io.

In questa raccolta, come nel libro precedente,”Gothe e l’Islam”, sembra tu abbia voluto avvicinare il lettore occidentale alla cultura islamica, anche servendoti di note esplicative. C’è scarsa conoscenza della tradizione islamica nella sua essenza secondo te?

Il motivo delle note è che non volevo fare della poesia oscura. Voglio che l’immagine richiamata possa essere evocata con chiarezza, e il background nella storia che racconto, possa essere fruibile a chi legge. Ecco il motivo per cui io ho cercato di limitare le note a quegli episodi che credo il lettore italiano medio non conosca. Sfortunatamente, nell’ambito dell’Islam e di molto altro che è lontano, diverso dall’universo occidentale, manca una cultura di base, che è fondamentale per apprezzare qualunque genere di poesia; perché le immagini che il poeta evoca devono fare accendere qualcosa nella mente del lettore.

Riprendendo quello che ha scritto Davide Rondoni nella quarta di copertina, nella tua poesia si percepisce, potremmo dire, l’unità degli opposti: in natura, come nei sentimenti. C’è sempre questa forza di vita – penso ai versi “Di volontà / io sono la vampa”- ma anche tanto silenzio.  E rimane sempre lo stupore, l’incanto.

L’incanto, sì, sono felice che tu abbia usato questa parola. Per me incanto è proprio strettamente legato all’esperienza poetica, è un istante in cui sembra che ciò che ho davanti assuma un potere magico, che quello che vedo abbia così tanto di sé da avere la potenza di dipanare il cosmo, e poi tutto torna silenzioso. Accanto a questo, c’è lo stupore contemplativo dello sguardo verso il mondo, la natura, le cose. Quello dello stupore è un tema importantissimo della poesia contemporanea, tant’è che il vincitore dell’ultimo premio Nobel per la letteratura, Peter Handke, ha dedicato un poema a quest’idea. Nel Canto alla durata, Handke scrive di questo sentimento che “del tutto inatteso” si manifesta nelle cose più minuscole, “nel chiudere con cautela la porta /nello sbucciare con cura una mela”.

Persino il dolore nei versi è sempre vivo, potente, e non indebolisce lo spirito.

Sì, l’eccesso di vita è lavoro necessario. Quest’estate leggevo i bellissimi Quaderni di Malte Laurids Brigge, scritti da Rilke, nei quali il poeta fa dire al suo personaggio che, per scrivere dieci righe che siano buone in tutta una vita, il poeta deve aver visto tanto, avere pianto e goduto tanto, e far diventare ogni cosa non ricordo ma “sangue, sguardo, gesto, anonimi e indistinguibili da noi”. È un insegnamento che cerco di fare mio in quello che scrivo, la volontà di vivere tutto, vivere ancora, per scrivere qualcosa che rimanga anche dopo che non si è più.

Per quanto riguarda la forma della tua poesia, il verso non è ornato, ma mi sembra essenziale, e comunque pieno.

Quando rileggo le mie poesie nel tentativo, abbastanza vano, di fare critica di me stessa, sento forte l’influenza dal punto di vista metrico attraverso un ritmo martellante, che si radica nella metrica dei capitoli più brevi del Corano. Chi provi ad ascoltare il Corano salmodiato non può non essere assorbito da questo martello che batte. In poesia italiana contemporanea forse è un difetto, lo valuteranno i lettori, ma di certo è una scelta voluta. È del resto il suono della ricerca continua, battente al limite dell’ossessione, che già è lo scarno settenario del titolo.

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