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“Virus che non perdona, la mia battaglia vinta grazie anche alle telefonate di Fausto”

Se i volti sono nascosti dalle mascherine, sono gli occhi a comunicare le nostre emozioni. E quelli dell’équipe di terapia intensiva dell’ospedale Bentivoglio, a Bologna, esprimono appieno la gioia e la soddisfazione di aver potuto reincontrare, a distanza di mesi, un paziente che ce l’ha fatta a sconfiggere il virus e che si è riappropriato della propria vita.

Lo sguardo di Giampaolo Maloberti, uomo politico piacentino, imprenditore agricolo e presidente del consorzio “La Carne che Piace”, invece è fiero e triste al tempo stesso. Il suo pensiero non può non andare a Fausto Zermani, presidente del Consorzio di Bonifica, scomparso improvvisamente il 9 settembre. Spesso su posizioni contrapposte, sono stati però sempre uniti da un rapporto schietto e genuino. Anzi, ricorda Maloberti, proprio le telefonate di Zermani lo hanno aiutato e sostenuto durante la malattia.

Il presidente de “La Carne che Piace”, come è noto, ha contratto il coravirus alla fine di marzo. Per mesi le sue condizioni sono state disperate: anche noi giornalisti, durante il lockdown, ci siamo spesso scambiati notizie sul suo stato di salute.

Ora, con il ritorno al Bentivoglio pochi giorni fa e il ritiro della cartella medica, il fisico in forze, inizia per Maloberti una nuova vita, dopo essere sprofondato, il 22 marzo in un buco nero.

“Quel giorno ho chiamato il medico di base, che ha subito richiesto l’intervento del 118. Sono arrivato al Pronto Soccorso in ambulanza e mi hanno subito messo sotto ossigeno, con il ‘casco’ e i miei ricordi si interrompono lì. Poi so di essere stato trasportato al Bentivoglio, in provincia di Bologna: ero già sedato, intubato dalla trachea e per 35 giorni sono rimasto in coma farmacologico. Quando mi sono svegliato è stato drammatico. Mi sono trovato in un ambiente sconosciuto, in mezzo a gente che non conoscevo, non sapevo casa facevo, dove ero e, con il tubo in gola, non avevo la possibilità di parlare. Dovevo farmi capire a gesti”.

Poi inizia il lento e costante recupero. “Il 15 di maggio sono arrivato in eliambulanza a Castelsangiovanni, e fino al 2 di luglio sono andato a fare fisioterapia al Maugeri a Pavia. In pratica sono rimasto ricoverato 4 mesi. Quando mi hanno ricoverato a Castello non ero in grado di muovere un dito, perché praticamente per 2 mesi sono rimasto a letto, i miei muscoli non esistevano più.  La riabilitazione ha funzionato, perché oggi sono ritornato ad essere praticamente “normale”, rispetto a tanti altri che invece hanno riportato danni anche neurologici e motori”.

“Cosa mi ha aiutato a vincere questa battaglia? L’aver sentito l’affetto di tanta gente, che mi ha detto di aver pregato per me, insieme alla grandissima professionalità e umanità di chi mi ha curato negli ospedali in cui sono stato, e la capacità mentale di credere che potevo farcela, sia per me e per i miei. Poi le telefonate che arrivavano: dalla Lega, dal mondo agricolo, come quelle di Fausto Zermani, che era una persona in grado di trascinarti. Lui mi ha aiutato a trovare la forza psicologica per farcela, perché non è assolutamente facile stare in ospedale 4 mesi, a combattere questo virus che è davvero terribile, non si ferma ad aggredire i polmoni, ma colpisce tutto l’organismo. Io non avevo patologie pregresse, eppure ho contratto la malattia in modo molto grave, basta leggere la cartella clinica…Non so come ho fatto ad ammalarmi, ho sempre rispettato tutte le precauzioni di sicurezza. Ho l’unica soddisfazione di non aver infettato nessuno dei miei familiari e amici”.

“Ora sto bene, devo solo fare delle tac di controllo ai polmoni, per valutarne lo stato di guarigione, e continuare a fare delle camminate. Proprio con Fausto avevo preso l’impegno di andare a camminare insieme tutte le mattine, una volta terminato per entrambi l’impegno con la campagna dei pomodori. E’ stata una promessa che ci eravamo fatti proprio la sera prima che morisse: eravamo stati a cena insieme con Filippo Gasparini (presidente di Confagricoltura), per parlare di una scommessa fatta quando ero ancora in ospedale, sull’aumento del rilascio d’acqua dalla diga del Brugneto. Abbiamo parlato dei nostri scontri precedenti, sempre superati grazie alla capacità di essere entrambi propositivi per il territorio. E poi siamo rimasti fino alle 2 di notte a parlare, sul piazzale della chiesa di Vigolzone. Mai avrei pensato di ricevere, a una quarto alle 8 della mattina dopo, quella telefonata che mi annunciava che Fausto non c’era più”.

Un dolore forte che non fa però venire meno la voglia di combattere per Maloberti, in un momento delicato per l’economia, agricoltura inclusa, dove ripresa economica e tutela della salute sembrano essere ancora contrapposte.

“La mia speranza è che il covid non torni più con la stessa virulenza di prima, come dicono alcuni medici. L’economia va fatta ripartire, pur con tutte le prescrizioni di sicurezza, ma in questa situazione non siamo più in grado di garantire un futuro ai nostri giovani. Dal Governo mi aspetto delle misure che incidano veramente: i soldi del recovery fund potrebbero arrivare la prossima primavera…non vorrei che fosse tardi. Servono tempi veloci per l’erogazione di risorse, burocrazia più snella e infrastrutture. Una sorta di ‘modello Genova” per rilanciare il Paese, perché le aziende, una volta chiuse, non riaprono più. Come Consorzio abbiamo fatto tanto per aiutare imprese in zone svantaggiate del territorio, vanno sostenute: la documentazione ora va spedita in formato digitale, ma manca la copertura internet. Non è accettabile. Idem per la nostra Valtrebbia. Nell’estate del virus abbiamo scoperto le bellezze dietro casa, ma per valorizzarle e trasformarle in un’opportunità vera occorrono infrastrutture, come interventi sulla Statale 45. Tutto questo però – ribadisce Maloberti – non può prescindere dalla massima prudenza e attenzione: questo è un virus davvero terribile”.

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