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“Coronabook”: la quarantena a vignette del piacentino Canepari, tra emozioni e ironia

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Cosa resta a un regista senza più la macchina da presa? Le sue passioni e quello che certo non gli può mancare: l’immaginazione. È così che nasce “Coronabook” di Andrea Canepari, diario illustrato della quarantena del regista piacentino edito da Altrimedia.

In lockdown nel suo appartamento romano, lontano dal lavoro e dal set, Canepari cerca di immaginare il mondo che fuori dalle mura domestiche scorre a ritmo lento e martellante, trasformandolo nelle vignette e nei personaggi del suo diario con l’amore per il disegno che da sempre lo accompagna. Immaginare sì, ma la realtà: perché “Coronabook” non è altro che un tentativo scanzonato e personale del regista di leggere i tempi paradossali del Coronavirus, inediti anche dal punto di vista comunicativo e informativo. Un libro intimo e planetario, universale e quotidiano, dove le immagini arrivano dirette all’animo del lettore: con la forza di un’empatia in cui il risentimento non trova spazio.

coronabook

Abbiamo parlato con lui, per scoprire qualche particolare sul suo “Coronabook e per capire meglio come il lockdown abbia influito sul suo lavoro di regista.

Regista, designer di formazione, illustratore per passione. Come ha influito il lockdown sul tuo lavoro principale?

Le produzioni televisive e cinematografiche hanno risentito sensibilmente del lockdown, più di altri settori. Giusti protocolli di sicurezza e dispositivi sanitari obbligatori per cercare di garantire un posto di lavoro sicuro, rendono inevitabilmente l’attività professionale più faticosa, sia per le maestranze sia per il cast artistico, obbligati a rigorosi controlli sanitari periodici. Il settore dello spettacolo nel suo complesso ha risentito tantissimo della pandemia. Le sale cinematografiche, già in crisi, hanno subìto un ulteriore contraccolpo. Oggi con i posti limitati faticano a mantenere una programmazione quotidiana. Ma la richiesta di prodotti di fiction è aumentata e sono felice di poter lavorare in una delle produzioni Rai che ha visto un considerevole aumento di ascolti proprio alla riapertura: “Il paradiso delle signore”. È un buon segnale di ripresa del nostro settore.

Che impronta ti ha lasciato il sodalizio con Marco Bellocchio, di cui sei stato allievo? Ha influito direttamente o indirettamente anche sul tuo “Coronabook”?

Marco Bellocchio è tra i registi più considerati del cinema italiano ed è stato molto importante nel mio percorso di formazione; come tutti i grandi maestri ha sicuramente influenzato ogni mio nuovo progetto lavorativo e creativo.

Hai girato diversi documentari, tra cui “Il tempo lungo” dedicato a “Novecento” di Bertolucci, un master della cinematografia. Che esperienza è stata?

“Il tempo lungo” è stata un’avventura che mi ha impegnato per due anni. Ritornare sui luoghi del film, conoscere le persone che vi hanno partecipato, ascoltare e poi raccontare la storia di Demesio Lusardi è stato molto coinvolgente, soprattutto perché riguarda la mia – la nostra – terra. Ricordo con grande emozione l’incontro con Bernardo Bertolucci, con cui ho avuto modo di condividere l’idea di questo progetto. Seppur breve, il nostro scambio è stato molto importante. Purtroppo le proiezioni del film sono state sospese, ma spero di poter fare presto un’anteprima piacentina in sala.

Arriviamo a “Coronabook”: nella tua casa di Roma, quando per il lockdown nazionale non hai più potuto girare. Ecco allora il tuo “diario della quarantena”: perché hai scelto le vignette? E tutte in bianco e nero?

Ho sempre avuto la passione del disegno, e da sempre “riempio” Moleskine con personaggi e vignette; è un modo per riflettere, inventare, o semplicemente rilassare la mente, scaricare la tensione. Una passione ereditata da mio zio, il pittore Stefano Canepari. Credo che disegnare, come scrivere o suonare, siano forme di espressione necessaria che permettono di comunicare il nostro pensiero agli altri. Ed è questa la ragione per cui, spontaneamente, è nato questo diario illustrato. La scelta del bianco e nero è soprattutto legata alla mia formazione da designer: mi consente di raggiungere una sintesi grafica veloce e diretta.

Protagonisti ricorrenti delle illustrazioni terribili particelle virali che vestono i panni dei drughi di “Arancia Meccanica”. A cosa si deve il riferimento al film?

I drughi di Arancia Meccanica sono un’icona di cattiveria, prepotenza e violenza. Difficili da dominare, spesso il loro comportamento è contagioso. L’agire di Alex, il protagonista del film, rappresenta l’elemento disturbante che mette in risalto la fragilità della società, ponendo in discussione l’equilibrio di un sistema sociale ed economico dall’effimera stabilità. Ho immaginato che la violenza di questa pandemia sia stata per noi come un’invasione improvvisa di drughi, che ci ha costretti – e ci costringerà – a stare sempre con un livello di attenzione altissimo.

56 giorni, 56 segni: dalla dimensione di clausura domestica forzata al panorama planetario, per cui le le notizie del mondo entrano a ritmo serrato nelle case di tutti. Ma quale tono emotivo domina le immagini del tuo “diario di un presente distopico”? C’è sconforto, ma non solo…

Ho sempre cercato di avere una lettura critica di ciò mi stava accadendo intorno, nonostante fossi frastornato e confuso, come tutti, di fronte all’incertezza delle notizie. Ho fermamente evitato nelle vignette ogni forma d’indignazione, perché troppo facile. L’indignazione penso sia contagiosa come il virus, uno strumento velenoso che genera insani consensi faziosi. Difficile è stato trovare la giusta chiave per interpretare la paradossale realtà in cui abbiamo vissuto: ma credo che l’ironia sia un valido strumento per constatare i fatti, anche drammatici, e raccontarli con leggerezza; è quello che ho provato a fare. Il libro resta comunque un diario personale, trasparente: in ogni vignetta credo si possa leggere il mio stato d’animo quotidiano, che ha cercato di rimanere il più possibile fiducioso e propositivo.

Alcune vignette sono chiare al primo sguardo, altre invece variamente interpretabili; e poi c’è Piacenza, tua città natale

Stare lontano da Piacenza e dai miei affetti è stato duro. A Roma, fortunatamente, non si avvertiva una situazione di reale pericolo. E lo si percepiva dal rumore, e dai suoni della città. Ma le notizie che arrivavano dagli amici e dai parenti a Piacenza erano allarmanti. E alcune vignette dedicate a Piacenza raccontano il mio stato d’animo preoccupato di quei giorni.

Tra un’immagine e l’altra, anche qualche pagina scritta. Bellissima, e credo significativa, la citazione di Julio Cortazàr, scrittore, poeta e critico argentino naturalizzato francese: “Il diario sa di nebbia […] il mio diario è una carta moschicida, un miele ripugnante, pieno di animaletti agonizzanti”.

Cortazar è uno dei miei scrittori preferiti, i suoi libri mi hanno accompagnato anche durante il lockdown. Quando ho riletto quelle righe ho pensato di trascriverle subito sul diario, per poterle rileggere un giorno e poterle ricordare per sempre. Disegnare questo diario infatti è stato per me una terapia, un modo creativo per liberarmi dalla claustrofobia della vita domestica. E proprio come una “carta moschicida”, oggi gli avvenimenti di quei gironi sembrano piccoli insetti ora innocui appiccicati sulle pagine. Altre pagine scritte sono dedicate a giornate speciali, come il 25 aprile, dove per la prima volta non si è potuta celebrare la festa della liberazione in piazza. Per pudore, nella versione di CoronaBook edito, non ho riportato altre pagine di pensieri personali che invece ho scritto nel diario originale. Non sono mai stato abituato a tenere diari quotidiani, mi è sempre piaciuto scrivere, ma lo faccio soprattutto per lavoro, come sceneggiatore per le storie che poi intendendo realizzare.

Nella prefazione del libro, la giornalista Marianna Bruschi evidenzia l’avvicinamento tra mondo dell’informazione e mondo reale durante la quarantena, anche con largo uso di dispositivi digitali. Viene da chiedersi: quanto la pandemia ha favorito il processo di disintermediazione mediatica odierno, avvicinando una sorta di “giornalismo psichedelico” a un mondo incapace di discernere tra notizie vere e fake news?

La pandemia ha sicuramente accelerato il processo di disintermediazione mediatica: ha avvicinato fasce di persone che non utilizzavano internet a nuovi strumenti di fruizione dell’informazione. C’è stato infatti un aumento dell’utilizzo dei dispositivi digitali da parte di utenti sopra i 60 anni, sia per app d’informazione sia di comunicazione (zoom, skype ecc…) Credo però che l’aspetto più pericoloso in un tale contesto storico, sia la mancanza di confronto diretto tra gli appartenenti ad un gruppo – famigliari o amici – con cui valutare, capire e interpretare il valore delle notizie. Ecco dunque la pericolosità dell’isolamento dell’individuo, la mancanza di un pensiero e di un agire comune che fanno la forza di una società. In questa dimensione asettica e autoreferenziale, la distinzione tra notizie attendibili e fake news è più difficile. Senza contare la moltiplicazione di contatti e linguaggi tipica della rete.

Il distanziamento sociale, necessario dal punto di vista sanitario, penso sia diventato un pretesto per consolidare nuovi linguaggi e standard di comunicazione. Un esempio è la diffusione del webinar oppure i talk show con ospiti non residenti, non presenti in studio, ma collegati da remoto con cellulari personali e web cam attraverso connessioni instabili non broadcast, qualitativamente scarse. Ciò ha notevolmente abbattuto i costi, eliminato le figure professionali coinvolte nella produzione, ma anche abbassato la qualità tecnica del prodotto audiovideo, a vantaggio però della molteplicità dei contenuti; avvicinando e rendendo possibile collegamenti veloci, in luoghi spesso inaccessibili altrimenti. Credo che questo sia un periodo da analizzare, per alcuni aspetti rivoluzionario dal punto di vista mediatico e della gestione delle informazioni; ma come tutte le rivoluzioni occorre gestire con saggezza ogni innovazione per trasformarla in progresso.

E oggi? Se dovessi tenere un diario di oggi, che non siamo né dentro né fuori dalla pandemia, da dove cominceresti?

Questo diario rimane per me il ricordo di un periodo che spero non si ripeta. Disegnare è una passione diventata però necessità quotidiana, una “cura” per vivere meglio il lockdown. Sfogliarlo oggi significa rivivere con un altro stato d’animo, più lucido e razionale, un periodo per tutti noi doloroso, ma anche bizzarro, e lo si può notare leggendo la cronologia e il tipo di notizie che quotidianamente, dalla tv ai social, arrivavano nelle nostre case. Continuo a riempire Moleskine con i miei disegni, ma preferisco farlo per viaggiare con la fantasia, lontano dai cattivi pensieri. Spero di poter pubblicare presto anche questi.

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