Il ponte crollato? “Lo rifacciano presto, è un danno per tutti”

“Ponte Lenzino deve essere ricostruito il più presto possibile, ma stavolta in modo sicuro”. Questo l’appello accorato e unanime che accomuna residenti e pendolari dell’alta val Trebbia, dopo che il viadotto si è sbriciolato in pochi secondi sul greto del fiume lungo la statale 45 il 3 ottobre scorso, interrompendo la viabilità stradale.

C’è chi è più fiducioso e chi meno su modalità e tempi di rifacimento dell’opera, presentati nei giorni scorsi da Anas dopo il sopralluogo del ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli, ma tutti concordano sulla gravità dell’accaduto, evitabile con una manutenzione più accurata e adeguati interventi strutturali.  Sul danno che il crollo di un’arteria fondamentale come Ponte Lenzino per la val Trebbia  ha causato a turismo, commercianti e pendolari, costringendo ad un percorso alternativo tortuoso e poco agevole.

I montanari sono gente che non si scoraggia, abituata a rimboccarsi le maniche e alla fatica, ma  conoscono bene i luoghi che vivono, con le loro risorse e criticità. Ne è ben consapevole il sindaco di Cerignale, Massimo Castelli, che mantiene una prospettiva fiduciosa, ma ferma su quanto accaduto: “Non abbiamo bisogno di un nuovo ponte museo, ma di un ponte moderno, che adempia nel modo migliore alle proprie funzioni di collegamento tra la valle e la città, con una portata di carico adeguata. Ponte Lenzino è caduto proprio perché era vetusto, per incuria e sottovalutazione del suo stato di degrado da parte dei tecnici, non certo per la piena del fiume, che non c’è stata. Non vogliamo un commissario Anas per la Statale 45, perché è appunto ad  Anas che imputiamo di aver trascurato i rischi”.

“Io ho segnalato la cattiva manutenzione del ponte e il pericolo di crollo, insieme allo stato di abbandono della Statale 45 fin dal 2010, con un esposto alla Procura della Repubblica – spiega Castelli -, ma il ponte è dovuto morire per portare l’attenzione su di sé e sulla valle: speriamo almeno il suo sacrificio serva a qualcosa, a rimettere al centro della politica locale e nazionale il tema della messa in sicurezza di tutta la strada; compresi gli altri ponti. Si erano ottenuti fondi consistenti per la Statale 45 con il ministro Delrio, ma i cantieri di lavoro partono sempre con grande ritardo e in modo parziale rispetto all’arrivo dei fondi, causa  le solite pastoie burocratiche. Perché si sa, l’Italia corre a più velocità: quella di Seria A, delle metropoli e del ponte Morandi, e quella – forse di serie C – delle aree interne”. E ha concluso: “Noi sindaci faremo un patto affinché i fondi regionali vengano equamente distribuiti per sostenere imprese, esercenti e pendolari danneggiati dal crollo”.

Tra i lavoratori della valle, il danno maggiore l’ha subito senz’altro Chiara Macellari, barista di Rovaiola a pochi passi dal ponte caduto, che ora si trova completamente isolata. Giovane e combattiva abitante di Marsaglia, subito dopo la maturità nel 2017, con l’entusiasmo nel cuore, aveva deciso di aprire l’attività in cui lavorare a Rovaiola, non facendosi scoraggiare dagli ostacoli che la montagna può comportare. E ce l’aveva fatta, perché di clienti al bar ne venivano: molta gente di passaggio e persone che ormai la conoscevano; almeno fino al 3 ottobre scorso. “Ora invece mi sento crollata insieme al ponte – dice Chiara -, da queste parti non passa più nessuno.  Dovrebbero venire apposta e poi tornare indietro per percorrere la strada alternativa al ponte, che dal bivio di Lago arriva fino a Pieve Montarsolo e prosegue oltre, in Provincia di Pavia. Ma se già il percorso supplementare comporta venti minuti, mezz’ora in più di macchina su strada impegnativa, chiaramente la gente non perde ulteriore tempo a venire qui”.

Sei mesi per un ponte provvisorio?  “Per me sono tantissimi – ha sottolineato rammaricata -. Non sono certo un tecnico, ma non posso pensare di fare sei mesi vedendo una, due persone al giorno al lavoro, o forse neanche. Non riesco a gestire le spese, se continua così sarò costretta a chiudere per un po’. Per fortuna il bar è mio e la sospensione dell’attività sarà solo temporanea: mi auguro che il ponte torni in piedi al più presto e i fondi regionali di ristoro vengano suddivisi tenendo  davvero conto di chi ha subito maggiormente, anche se il danno c’è per tutti. Ma a Ravaiola non arriva più neppure la corriera. È il pulmino comunale ad occuparsi di portare gli studenti al bivio di Lago, perché poi possano essere caricati in corriera e andare a scuola Bobbio, o gli anziani che hanno bisogno di spostarsi”. Poi Chiara saluta, con una speranza: che, con i lavori legati alla ricostruzione del ponte, il suo bar riprenda vita.

Gli studenti della valle, che ora dai paesi sono costretti  tutti i giorni ad alzarsi prima e rientrare più tardi per poter frequentare la scuola  di Bobbio, non hanno tardato a far sentire la loro voce. Volenterosi a non darsi per vinti e capaci di rinunciare alle comodità per mettersi in gioco, continuano la loro vita da scolari; ma che sia più difficile è inutile nasconderlo. Parla Camilla Canevari di Ottone, studentessa in quinta liceo: “Dopo che è caduto il ponte, noi ragazzi partiamo circa mezz’ora prima  in corriera, per arrivare a scuola in orario, perché la strada alternativa, che passa da Pieve Montarsolo e poi arriva lungo la provinciale di Piacenza, è venti chilometri più lunga. Il tratto in provincia di Pavia, fino a pochi giorni fa, era in condizioni pessime, tra dossi e buche nel terreno: ora i punti punti più critici sono stati asfaltati e il percorso è migliorato, ma il disagio resta”.

“Non è una strada piacevole, rimane stretta e a curve, oltre che meno veloce – sottolinea Camilla -, e soprattutto fa arrabbiare il motivo per cui siamo costretti a passarci: l’incuria che ha portato a far crollare un ponte. La sveglia suona ogni mattina prima delle 6, ma non è questo il problema: se il motivo fosse stato per lavori di miglioria della Statale 45, come quelli che stavano facendo per allargare la carreggiata con i semafori che rallentavano il traffico, sarei stata contenta anche di perdere un’ora di tempo, ne sarebbe valsa la pena. Ma non per un danno causato da chi non ha fatto bene il proprio lavoro”. “Ne risentono tutti del ponte crollato – dice la studentessa -, molti rinunciano a venire su per il weekend e di questo fanno le spese i commercianti della zona. Mia madre lavora in un supermercato di Ottone e se ne rende ben conto. E anche i fornitori devono essere molto prudenti con i camion carichi di merce lungo la strada”.

Insieme a Camilla, la compagna di classe Benedetta Arrigoni, che viene da Cerreto in Val Boreca, quindi ancora più lontano, e sul ponte è passata in corriera il 3 ottobre, circa due ore prima che cadesse. “Mi pesa molto il viaggio di ritorno, per l’accumulo di stanchezza della giornata: la strada che faccio in più rispetto agli altri non è tanta, ma tutti i giorni rientro alle 15, mangio e la giornata mi sembra già quasi finita, quando i compiti e le altre faccende sono ancora da iniziare. Spero che la scuola possa attivare presto, per noi che risentiamo dell’emergenza ponte, qualche giorno settimanale di didattica a distanza; così da avere un po’ di respiro. La richiesta alla preside è stata fatta”.

“L’ultima volta sono passata sul ponte il 3 ottobre, insieme a  pochi altri ragazzi rimasti al ritorno da scuola (era sabato e molti si erano fatti venire a prendere): è caduto poco dopo – racconta -. Quando l’autista mi ha avvisato al telefono del crollo, mi è venuto il cuore in gola: se fosse capitato poco prima? Avremmo potuto esserci noi su quel ponte, ma per fortuna eravamo già tutti a  casa e non è morto nessuno. Devo dire grazie all’autista, Giovanni Farina, che mi aspetta tutte le mattine e mi chiama quando sono in ritardo. Anche a lui adesso pesa il tragitto stretto e tutto curve, che è costretto a percorrere sei volte al giorno con la responsabilità di avere in custodia noi ragazzi”.

Mentre parliamo, Clara Canevari sta percorrendo il tratto di strada alternativa in provincia di Pavia per andare da Ottone a Bobbio. È ferma, perché un camion carico di legna deve passare e lo spazio non è abbastanza. Infermiera in pensione, a Ottone è nata e cresciuta, ha lavorato per tanti anni a Bobbio e vissuto a Piacenza, e ora si sposta più volte la settimana tra il suo luogo d’origine, Bobbio e la città, per legami affettivi.  La val Trebbia la conosce. “Se qui arriva un camion – dice – ti devi buttare giù dalla strada perché non ci stai, figuriamoci quando sono più di uno! Senza contare che più strada vuol dire più benzina e quindi più costi!”.

Molta amarezza, ma poco stupore per il crollo del ponte, una sorta di  disastro annunciato. “Ponte Lenzino denunciava da anni la sua debolezza e fragilità, ma nulla di sostanziale è stato fatto. Hanno continuato ad aggiungere pezze di cemento armato e ferro su una struttura in pietra troppo debole per reggere. Poi bisogna tener presente che si tratta di un ponte costruito nel’800: come si può pensare che sia adeguato al traffico di oggi? La verità è che noi della valle ci siamo sempre stupiti che non fosse ancora caduto. Le documentazioni sul consumo dei piloni negli anni a causa dell’acqua sono folte e tutti sanno che la sponda di Cerignale, su cui è  ancorata la testa di ponte arrivando da Ottone, è in movimento franoso, e chiaramente ha corrugato il viadotto, che non andava costruito lì”.

“Ma Anas, enorme ente statale preposto alla manutenzione, cinque mesi fa ha dichiarato che tutto era a posto: qual è il suo ruolo? – sottolinea indignata Clara -. E la situazione è analoga per tanti altri ponti della val Trebbia. Penso a quello di Bobbio, a  quello di Mezzano Scotti, dove i piloni ormai appoggiano sul nulla. Non sono per niente ottimista su come si risolverà la questione: la burocrazia tendenzialmente prevale sul rispetto della cosa pubblica e la valle è sempre più spopolata. Rimangono gli anziani, che purtroppo sono un peso per lo Stato”.

C’è qualcun altro che racconta le sue perplessità quando ha attraversato il ponte: è Carlo Troglio, macellaio di Ottone. “Ci sono passato una settimana prima della caduta e mi hanno impensierito le strane ondulazioni del terreno, che sembravano molto più accentuate del solito; quando ho sentito parlare di un ponte crollato, ho chiesto subito se fosse quello di Lenzino. Meno male che lavoro molto con clienti genovesi, ma il calo d’afflusso durante il fine settimana si sente: speriamo davvero non chiudano ancora le regioni per la pandemia”.

Ma qualcuno è fiducioso, nonostante il disagio: Giordano Consiglieri, gestore dell’albergo ‘Genova’ di Ottone, rivendica la bellezza del percorso alternativo. “La strada è  molto panoramica, fa piacere percorrerla in fondo perché è caratteristica – dice -. Certo, si impiega più tempo, è stretta, ma tante altre strade di montagna lo sono. Chi vuole venire fa anche la strada alternativa senza grossi  problemi. Se prima di pensare a mettere in sicurezza la Statale 45 avessero sistemato bene i ponti, sarebbe stato meglio: per la valle sono arterie di collegamento essenziali, non possiamo farne a meno”.

Insomma, tutte le persone con cui abbiamo parlato sono d’accordo: Ponte Lenzino ‘s’ha da fare’ il più velocemente possibile, con tutti i crismi che una struttura di questo genere richiede nel 2020. Ma, soprattutto, prevenire altri crolli sarebbe un obiettivo auspicabile per il futuro della valle.

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