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“Nothing’s gonna change my world” Gli 80 anni di John nelle sue canzoni

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09 ottobre 1940_09 ottobre 2020.
John Lennon avrebbe compiuto ottant’anni.

Per celebrare l’anniversario abbiamo provato a stilare una classifica impossibile (sono rimaste fuori “Ticket to ride” e “She said she said”, per dire, oppure l’irriverente “God”, e anche “I’m only sleeping” e chissà quante altre… Oddio), ovvero quella dei suoi pezzi più leggendari e immortali.

La maggior parte di essi fa parte del repertorio dei Beatles, come è ovvio che sia, perché se è vero che le canzoni erano formalmente firmate Lennon/McCartney – in rigoroso ordine alfabetico, che Paul più volte provò a invertire e che talvolta contesta ancora – è anche vero che nel frattempo la critica è riuscita a stabilire quali pezzi fossero dell’uno e quali dell’altro: c’é gente che ne ha fatto addirittura un lavoro.

Eccola (compito improbo, eh). P.s. Qui trovate il link alla playlist su Spotify:

20. “Help!” – Dall’album omonimo del 1965. “Quando ero più giovane mi sentivo più forte e sicuro, ma adesso devo chiedere aiuto”: il ragazzo ha sempre avuto la forza e il coraggio di mostrare anche le sue debolezze. Lo stesso Lennon la considerava una delle più belle canzoni dei Beatles: e chi siamo noi, per contraddirlo?

17-18-19. “You’ve got to hide your love away”, “Girl” e “Norvegian wood” – Della serie: non c’era mica solo Macca a saper scrivere struggenti ballate in stile folk. È accaduto soprattutto nei primi anni, più o meno l’epoca “Rubber soul”.

16. “Give peace a chance” – Tra i tanti suoi inni immarcescibili, nato durante il celebre Bed-In, con John e Yoko completamente nudi in un letto d’albergo (la camera 1742 del Queen Elizabeth Hotel di Montreal, Canada, per chi volesse ripetere l’impresa). Quanto ci piace, quando la butta in caciara in questo modo: a tal proposito si ascolti anche “Power to the people”.

15. “All you need is love” – Sputtanata oltremisura da una nota trasmissione televisiva (tendenzialmente trash), resta un grande cantico sull’amore universale, in piena Summer of Love. La dolcissima “Love”, dal suo repertorio solista, è una sorta di controcanto dell’età matura.

14. “Gimme some truth” – È questo il messaggio scelto per celebrare l’anniversario #lennon80, anche sugli schermi a led di Time Square. Era un duro atto di accusa a Nixon, all’epoca della guerra in Vietnam. “Dammi un po’ di verità”. Suona bene anche oggi, per il Trump negazionista dei nostri aridissimi tempi.

13. “Because” – Arrangiamento sontuoso, con clavicembalo elettrico e moog, andamento lisergico e asimmetrico. Assolutamente spiazzante. Parrebbe ispirata dall’ascolto di Beethoven al contrario, su suggerimento di Yoko.

12. “Dear Prudence” – Altro brano quasi misconosciuto ma di livello altissimo, dal monumentale album “Bianco”. Del cosa si può fare con un unico semplice accordo, un re maggiore, peraltro preso in prestito da Donovan (all’epoca erano insieme in India). Con Paul insolitamente alla batteria (Ringo si era preso una pausa di riflessione).

11. “Revolution” – In realtà si tratta di due pezzi, la versione hard-rock uscita tre mesi prima come singolo (era il retro – clamororoso – di “Hey Jude”) e quella quasi acustica sul Bianco (il “White album” è – tra tutti – quello in cui il nostro si prende più la scena: ci trovate anche la bellissima “I’m so tired”, e poi “Happiness is a warm gun” e “Good night”): dunque abbiamo barato. Qui Lennon, stanco e amareggiato, prende le distanze dai toni violenti che il Movimento ormai ha assunto, suscitando polemiche accese e accuse di tradimento. Tante le polemiche anche quando nel 1987 la Nike usò la versione più ammiccante per il suo spot delle Air (con Jordan): un altro tradimento.

10. “Working class hero” – Lennon che fa Dylan, è stato detto. Il suo pezzo più politico: “Ti tengono drogato con la religione e il sesso e la TV/e pensi di essere così intelligente, senza casta, libero/ma resti uno zotico del cazzo, per quanto ne so/Bisogna essere un eroe della classe operaia”. I Green Day ne hanno fatto una cover di successo.

9. “Strawberry fields forever” – Con la memorabile “Penny Lane” di Paul va a formare un 45 giri pazzesco, uno dei più pazzeschi dell’intera storia della musica pop-rock. La nostalgia della Liverpool di un tempo, della loro infanzia, i campi di fragole e quella famosa rotonda appunto a Penny Lane. E tanta, tanta ispirazione. (Eugenio Finardi, ospite alcuni fa al Melville, mi dichiarò la sua preferenza assoluta per questo brano).

8. “Instant karma! (We all shine on)” – Ogni cosa è illuminata. Scritta di getto dopo una chiacchierata con gli amici e registrata con l’aiuto di Phil Spector lo stesso giorno: il John solista ai suoi massimi livelli.

7. “Come together” – Altro 45 giri fuori dall’ordinario, sull’altro lato c’era “Something” di Harrison, entrambe da “Abbey Road”: sì, il disco delle strisce pedonali (quelle strisce pedonali sono più famose dei Beatles, che erano più famosi di Gesù Cristo…). Linea di basso lenta e ipnotica (fu un’idea di Paul, che era un maestro nell’arrangiare), versi oscuri, l’apertura purtroppo profetica (“Shoot me!”): una delle sue opere d’arte più compiute e perfette.

6. “In my life”. Quando Nick Hornby nel suo “Alta fedeltà” stilò le sue classifiche, dimenticò questo autentico gioiello, un vero e proprio epitaffio, nelle cinque canzoni da mettere a un funerale: che non erano male, va detto, c’erano “Many rivers to cross” di Cliff, “Angel” di Aretha, “One love” di Bob Marley. Ascoltate la versione del grande Johnny Cash, roba da brividi. (Per la rivista britannica Mojo, trattasi la canzone più bella di tutti i tempi).

5. “Don’t let me down” – La posizione è molto alta, è vero, per un pezzo soul potente ma meno importante di tanti altri. Solo, quel filmato straordinario sui tetti di Londra, coi poliziotti fermi ad ascoltare, i sorrisi e gli sguardi complici tra Paul e John, nonostante la fine imminente, e poi le sue basette, i capelli lunghi e l’altrettanto lungo montone bohemienne… beh, wow. Ci si commuove sempre, a rivederlo.

4. “Tomorrow never knows”. Per un soffio fuori dal podio, è una gemma psichedelica, dall’aria orientale, di importanza enorme. Se si pensa che questo pezzo è stato inciso nel 1966… incredibile, davvero. I Chemical Brothers l’hanno omaggiata (e saccheggiata) in “Setting sun” e anche i Primal Scream, ad esempio, le devono molto.

3. “A day in the life” – Il capolavoro nel capolavoro, essendo il brano che chiude magnificamente l’epocale “Sgt. Pepper’s & Lonely Hearts Club Band” (per molti ma non per tutti; noi gli preferiamo “Revolver” e l’album bianco, anche se per ragioni diverse). Più volte votata come la più bella canzone dei Beatles e considerata dalla critica la loro vetta artistica, è stata scritta a quattro mani con McCartney, sebbene fossero di John l’idea originaria e il famosissimo incipit (“I read the news today, oh boy”). I FabFour sono qui accompagnati da un’orchestra di oltre venti elementi, tra i quali i “nemici” Jagger e Richards.

2. “Imagine”. Tutti l’abbiamo mandata a memoria, tutti l’abbiamo riascoltata, cantata, anche in questi giorni, versando qualche piccola lacrima. Non c’è null’altro da aggiungere. Peace & love, fratelli.

1. “Across the universe”. Scelta improbabile e forse impopolare, ma per noi è la sua canzone più grande. Per chi non è d’accordo: era anche la preferita di Lennon stesso. “Nothing’s gonna change my world”. Goodbye, John.
(Tra le cover, quelle di Bowie, Fiona Apple e Rufus Wainwright, addirittura degli insospettabili Scorpions. E ne esiste una anche di Afterhours e Verdena, insieme).

Ecco: è finita. E allora iniziano i dubbi e ripensamenti. “Mother”, ad esempio, doveva assolutamente entrare in classifica: il canto disperso di John che ricorda la perdita e l’abbandono da parte dei suoi genitori (“Mama don’t go, Daddy come home”), quando lui era un bambino (“Qualcosa di più importante dei Beatles”, dirà). E allora, che siano 21. Chi ha detto che dovevano essere 20?

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