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Emergenza Covid, Bevilacqua (Ugl) “Mancano medici e infermieri in Regione”

Nota stampa Ugl Emilia Romagna

L’emergenza sanitaria da Coronavirus ha messo a nudo la grande difficoltà a reperire il personale sanitario necessario a garantire a pieno regime tutte le prestazioni medico-chirurgiche richiesto nel settore pubblico dell’Emilia-Romagna. Tiziano Carradori, il direttore generale dell’Ausl Romagna, che interessa i territori provinciali di Forlì, Cesena, Rimini e Ravenna, lo ha detto chiaramente: ad oggi servono circa 200 medici: 150 a tempo determinato, 250 in prospettiva. Ci sono 13mila prestazioni chirurgiche ‘non urgenti da recuperare’. E, intanto, 400 persone (medici, infermieri ed ausiliari) sono fuori servizio perché positivi al Covid o in isolamento.

E in proporzione, lo stesso problema interessa l’Emilia, si pensi a quanto affermato dal direttore generale dell’Ausl di Reggio che indicava la ‘pesante carenza di infermieri e medici, in particolare anestesisti, pediatri e internisti’. Stessa situazione in tutta Italia, con 5.032 medici e infermieri risultati positivi negli ultimi due mesi ed una necessità di in pianta organica degli ospedali e nei servizi sanitari sul territorio del 30-40% di medici e infermieri.

“La Regione Emilia-Romagna s’è attivata con le Università per poter assumere in maggior numero specializzandi, ma, visto il quadro generale, ovviamente, non basta. Così come le numerose assunzioni di nuovo personale fatte dalle varie Ausl per fronteggiare la crisi, non risolvono il problema delle risorse insufficienti a garantire: le progressioni economiche o le ‘indennità malattie infettive’ per gli operatori dell’igiene pubblica che fanno tamponi tutti i giorni, così come il personale del Pronto soccorso e dell’assistenza domiciliare. Una situazione lampante a Bologna” – afferma Tullia Bevilacqua, segretario regionale Ugl Emilia-Romagna.

“In realtà, sono venuti al pettine i nodi endemici della sanità pubblica degli ultimi anni: tagli lineari per azzerare il ‘rosso di bilancio’ e tagli alle strutture sanitarie periferiche. Parliamo degli anni ’90, quelli dei governi Ciampi e Amato e del debito pubblico che andava controllato per rientrare nei parametri di Maastricht, e l’avvio del processo nazionale e regionale di trasformazione della sanità pubblica con: tagli, riconversioni, accorpamenti, aziendalizzazioni e chiusure dei cosiddetti “piccoli ospedali, la riduzione delle prestazioni e la diminuzione dei tempi di degenza in caso di ricovero, come accadde in tutta l’Emilia-Romagna. E in tutta questa questione sempre alcuni governi, pensiamo al Monti/Fornero della spending review ed alle modifiche dei parametri pensionistici, anziché aumentare hanno diminuito i contratti di formazione per gli specialisti creando un vulnus nella programmazione degli ingressi in base alle possibili uscite in sanità. Se oggi non si trovano i medici di cui ci sarebbe bisogno, altro non è che la conseguenza della programmazione sbagliata di quegli anni” aggiunge Tullia Bevilacqua.

“Il quadro nazionale in sanità è in generale di compressione della spesa pubblica. A dirlo è la Corte dei Conti che (questa estate nell’annuale rapporto sulla finanza pubblica) ha ricordato che ‘a partire dalla crisi finanziaria di inizio decennio si assiste alla graduale riduzione della spesa pubblica per la sanità e il crescente ruolo di quella a carico dei cittadini; la contrazione del personale a tempo indeterminato e il crescente ricorso a contratti a tempo determinato o a consulenze; la riduzione delle strutture di ricovero ospedaliere e l’assistenza territoriale; il rallentamento degli investimenti’. Questo è il quadro di fondo. E le stime parlano di 30 mila medici ospedalieri e specialisti che mancheranno nel 2021 in tutta Italia. Con l’Emilia Romagna che, da qui al 2025, avrà un ammanco netto di quasi 600 medici e le carenze principali riguarderanno: la cardiologia, la pediatria , la psichiatria, la radiodiagnostica, la medicina dell’emergenza e urgenza e la medicina interna”.

“Ed è del tutto evidente che con organici ridotti i medici e gli infermieri sono obbligati a turni gravosi, surplus di orario, ferie non godute e con una prospettiva pensionistica, con il governo che vuole cancellare “Quota 100 “, che diventa sempre più lontana, Come sindacato è nostro dovere evidenziarlo e chiediamo che chi governa provveda a gestire meglio e se possibile risolvere le criticità evidenziate” conclude Bevilacqua.

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