“Nel rendere onore ai Caduti per la Patria ricordiamo le oltre mille vittime del Covid a Piacenza” foto

Al cimitero di Piacenza si è tenuta, come ogni anno, la cerimonia di ricordo dei Caduti per la Patria. Una ricorrenza che quest’anno, viste le limitazioni imposte dal Covid, si è tenuta in forma statica, senza la sfilata di corone di alloro da parte delle autorità militari e dei rappresentanti delle forze dell’ordine.

Il sindaco, Patrizia Barbieri, nel suo discorso ha sottolineato come “Nel rendere onore ai Caduti per la Patria ricordiamo le oltre mille vittime del Covid a Piacenza”. Una battaglia che non è ancora finita e che vede tutti impegnati, con senso di responsabilità.

“Nella giornata dedicata ai nostri cari defunti, così tristemente carica di significato per la comunità piacentina in questo 2020, il dolore intimo e privato di chi piange i propri affetti si intreccia come ogni anno all’omaggio, sincero e profondamente sentito, nei confronti delle donne e degli uomini che hanno dato la propria vita nel nome della Patria. Una terra che hanno amato, difeso, nel cui futuro hanno creduto sino all’ultimo istante: con questa consapevolezza rendiamo oggi onore al loro coraggio, allo spirito di sacrificio e all’altissimo senso di responsabilità di cui rinnoviamo, con riconoscenza, la memoria e l’insegnamento.

Intorno a noi, nella semplicità solenne di questa cerimonia, affiorano simboli che parlano al nostro cuore, evocando una familiarità che ci appartiene: i fiori deposti da mani che stringevano quelle di chi oggi non c’è più, i volti nelle fotografie segnate dal tempo, i nomi e le scritte incise nel marmo di queste lapidi, che ripercorrono il cammino dei singoli e quello, così strettamente correlato, della collettività. Sentiamo allora il bisogno, più che mai, di fare appello a quei princìpi di solidarietà e coesione che hanno guidato le generazioni precedenti, cercando il fulcro di un’identità comune il cui esempio possa guidarci, ancora oggi, nelle difficili contingenze attuali.

Non è solo un dovere morale o l’adempimento a una formalità istituzionale, il sentimento da cui scaturisce, oggi, il pensiero commosso e unanime che rivolgiamo ai Caduti di tutte le guerre; ai militari e civili che hanno scritto, con il loro valore, le pagine più sofferte della storia d’Italia; a coloro che sono impegnati in missioni internazionali di pace e ricostruzione, vittime anch’essi – in anni recenti – di vili azioni di terrorismo e della brutalità dei conflitti armati tuttora in corso in tante parti del mondo. Nel loro ricordo, abbracciamo idealmente le famiglie che hanno perso, in ogni epoca, i più importanti punti di riferimento su cui poggiavano, perché il richiamo del dovere, di un ideale più grande o del bene comune è stato, per i loro cari, più forte di qualsiasi individualismo.

Celebrare la ricorrenza del 2 novembre – con adesione e partecipazione autentica, al di là delle restrizioni che l’emergenza sanitaria ci richiede di osservare – vuol dire prendere coscienza di quel passato e trarne, nel presente, un’esortazione che non renda vane la generosità estrema e la dedizione con cui si spesero, per il loro Paese, le donne e gli uomini cui va ora il nostro affettuoso ricordo. Al tempo stesso, significa ribadire un messaggio che tante volte, in questi mesi, abbiamo ripetuto con emozione: che nessuno debba restare solo nella sofferenza, perché insieme si possa affrontare quel dolore e condividerne il peso.

Spesso abbiamo utilizzato termini evocativi dell’enormità di una guerra per descrivere il lavoro infaticabile di medici, infermieri e volontari che si sono confrontati con le conseguenze più drammatiche della pandemia. Abbiamo sempre attinto a questi vocaboli con rispetto – per chi ha vissuto sulla propria pelle il freddo buio di una trincea o la devastazione di un bombardamento – ma sapendo che meglio di tante altre parole avrebbero potuto esprimere l’impatto di ciò che stava accadendo, rendendo merito nel modo più giusto alle persone che in prima linea hanno lottato per proteggerci, per prendersi cura di noi. Oggi come allora.

Perché è a questo, innanzitutto, che la commemorazione dei Caduti ci riporta. All’umanità universale del dolore. E alla straordinarietà di chi sceglie di farsene carico senza arretrare, mettendosi a servizio degli altri, combattendo anche per loro senza sottrarsi al fuoco nemico. Risplende, quello stesso orgoglio, nelle onorificenze attribuite alla memoria del capitano dell’Aeronautica Gaetano Mazza, del giovane partigiano Giannino Bosi o di don Giuseppe Borea, fucilato contro il muro di questo cimitero per le sue idee di libertà e democrazia: in quelle medaglie possiamo specchiarci e ritrovare, a tanti anni di distanza, il senso dello Stato e dell’appartenenza a un popolo.

Non abbiamo potuto ripercorrere l’itinerario tra i monumenti che rendono loro omaggio, né la situazione attuale ci ha consentito, come avremmo voluto, di accogliere oggi accanto a noi una rappresentanza di giovani studenti, a sottolineare un passaggio di consegne tra le generazioni. Eppure, nel raccoglimento delle autorità che ringrazio, perché oggi più che mai la loro presenza testimonia la partecipazione di tutti i nostri concittadini, si percepisce un sentimento unitario e condiviso che ci rende, nel ricordo, più vicini.

Perché nel rendere onore ai Caduti per la Patria avvertiamo e sentiamo nostra la sofferenza di una comunità intera, nella preghiera silenziosa che ciascuno di noi rivolge per le oltre 1000 vittime del Covid 19 sul territorio e per le loro famiglie. Riconoscendoci appieno nelle parole, forse abusate eppure così vere, di Giuseppe Ungaretti: “E’ il mio cuore, il paese più straziato”.

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