Quel 4 novembre in cui da Piacenza prese il via la beffa ai nazisti

È il pomeriggio del 4 novembre 1944. Dal portone del palazzo della Prefettura di Piacenza fuoriesce un gruppo di uomini, formato da partigiani e nazisti in divisa. Camminano fianco a fianco, chiacchierando tranquillamente. La scena così descritta deve apparire surreale, tanto da indurre un passante a borbottare stupefatto “ma che fate? Siete passati con i tedeschi?”.

A dar voce allo sconcerto dell’osservatore, così come a tutti i protagonisti de “La beffa di Verona” (Edizioni Pontegobbo, 2020) è il giornalista e scrittore Ermanno Mariani, che ne ripercorre le tappe in “questa breve storia vera”. Le tracce del singolare incontro avvenuto settantasei anni fa e degli ancor più singolari fatti a seguire, si compongono di telegrammi e fonogrammi battuti dalla Guardia nazionale repubblicana (non più secretati), di relazioni inviate al Comitato di liberazione nazionale di Piacenza, di articoli di quotidiano pubblicati dal secondo dopoguerra agli anni Novanta del secolo scorso e delle dichiarazioni di alcuni testimoni rese allo stesso Mariani, già autore di numerose pubblicazioni rivolte alle azioni e ai protagonisti della Resistenza.

Tra queste una monografia dedicata a Giovanni Lazzetti, meglio noto come Il Ballonaio (Edizioni Pontegobbo, 2001), comandante degli Audaci della brigata Giustizia e libertà di Val Trebbia e Val Tidone, che qui ritroviamo nel ruolo di primo attore. Convocato a sorpresa dalle alte sfere fasciste per concordare una possibile resa dei partigiani (a pagamento), la trattativa conduce lui e i suoi più fidati uomini a bordo di una Fiat millecinquecento mimetica diretta a Verona, dove ad aspettarli c’è l’Obergruppenführer Karl Friederich Otto Wolff, numero uno della polizia tedesca in Italia. Lungo la strada ci sono ponti crollati, posti di blocco, traghettatori da svegliare a colpi di pistola, cene ai tavoli di osterie aperte tra le macerie, attacchi aerei e visite a prigionieri sfiniti da consolare a suon di sigarette e ai quali si finge di non dare l’addio.

Su questo scenario cupo, dipinto dalla sciagura della guerra e dalla paura, si muovono gli interpreti di un’avventura dagli accenti picareschi, narrata da Mariani con una suspence di matrice cronachistica prima ancora che letteraria. Ballonaio e compagni, al pari del lettore, ignorano (o temono) gli sviluppi e gli esiti a cui potrebbe condurre la beffa: uno sguardo di troppo alla segretaria fascista, una barzelletta raccontata per “ingraziarsi” i tedeschi, la sfacciata richiesta di liberazione di due ribelli reclusi, ogni mossa da un momento all’altro può prestare il fianco a una risata o scatenare la tragedia.

Il sospetto, l’indeterminatezza, la finzione e l’imprevisto sono il filo conduttore del racconto e della stessa storia, lasciata libera di far emergere, con vitalità, il proprio carattere beffardo, azzardato, persino incredibile. D’altro canto, come spiega l’autore, “una beffa o truffa che dir si voglia, può anche essere ambigua per certuni, ma se è ben realizzata è come un’opera d’arte”.

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