Le Rubriche di PiacenzaSera - Nave in bottiglia

Addio Pablito, la tua vita in un fotogramma: la maglia azzurra e le braccia alzate verso il cielo

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La Nave in bottiglia di Mauro Molinaroli, dedicata a Paolo Rossi che ha perso la sua ultima partita contro un male incurabile. 

“Mi piacerebbe si ricordassero di me con un solo fotogramma. La maglia azzurra addosso, le braccia aperte al cielo. Paolo Rossi: el hombre del partido”. Questo mi disse Paolo Rossi durante un’intervista che gli feci in occasione dell’uscita di un suo
libro “Ho fatto piangere il Brasile” (Limina), nel quale ripercorreva le pagine più importanti della sua carriera.

Lui, in ogni modo è stato e sarà sempre l’eroe delle notti magiche, l’immagine del risveglio dell’Italia edonista e spensierata che usciva dal piombo del terrorismo e dalle stragi. Se n’è andato troppo presto e stamani quando l’ho saputo, ho immediatamente capito che gli eroi della mia generazione se ne stanno andando troppo presto. Paolo Rossi era uno di questi: dai fasti del Mundial spagnolo a una carriera mai banale, non ha mai dimenticato Vicenza, la città che lo ha adottato alla quale ha regalato stagioni magiche negli anni Settanta e poi tanta stima e tanto affetto. Gli chiesi se avesse nostalgia di quelle notti spagnole, rispose dicendomi: “Non vivo nel ricordo, non ho malinconie. La mia carriera è stata breve e fin troppo intensa, troppo alterna ed eccessiva. Avevo bisogno di cominciare a conoscere le vita oltre il calcio”.

Era stato un giocatore simbolo, uno dei miti di tutti noi ragazzi di allora: “Sono stato per diversi anni – aggiunse – il giocatore più popolare del mondo. Dall’Australia al Giappone, ovunque andassi, perché a me piace viaggiare, c’era sempre qualcuno che mi riconosceva, qualcuno che mi chiedeva un autografo. Ho provato una forte emozione quando Antonello Venditti in un suo brano per dare l’idea di quegli anni, i primi Ottanta, scrisse che Paolo Rossi era un ragazzo come noi”. Era appartenuto a un calcio diverso ma sosteneva che era “difficile fare paragoni, il calcio attuale ha fatto notevoli progressi sotto molti aspetti, ed io, in parte ne sono stato un precursore. Mi sono trovato protagonista in un’epoca di transizione tra il vecchio e il nuovo. Sono stato il primo giocatore che professionalmente è nato agli albori della globalizzazione: ho affidato la cessione dei miei diritti d’immagine a un’agenzia statunitense, ho avuto diversi sponsor personali e ho iniziato alcune attività collaterali alla mia professione calcistica. Purtroppo anche il calcio, con le tante, troppe innovazioni, è andato incontro a pericolose degenerazioni: poco spettacolo, tatticismo esasperato, partite a tutte le ore. Si è passati da un estremo all’altro”.

Pablito era un uomo intelligente e non rinnegava il suo calcio giocato in provincia. Vicenza e Gibì Fabbri sono un esempio: “Gibì era un uomo sanguigno – mi disse – voleva che l’azione partisse sempre dal portiere, io ero reduce da stagioni sbagliate e da gravi infortuni. A Vicenza mi trovai benissimo, come mi sarei trovato bene anche a Piacenza, città di cui Gibì aveva un bellissimo ricordo, a me piacciono le città a misura d’uomo. Con Fabbri fu una stagione indimenticabile, tutto mi veniva facile, esordii nell’Under 21. Realizzai 21 reti in 36 partite. In nove mesi ero un altro. Mi volevano le grandi ma il presidente Farina decise che sarei rimasto a Vicenza un altro anno. La stagione successiva fu ancor più esaltante. Un secondo posto in campionato, 24 reti segnate e i mondiali in Argentina. Il tutto in pochi mesi con una velocità incredibile”.

Poi, come in una canzone di Paolo Conte, il Sudamerica, l’Argentina, il Brasile. “Fu Giorgio Lago, un amico giornalista del ‘Gazzettino’ che cominciò a chiamarmi Pablito. Il soprannome è stato un successo. Da allora sono Pablito per tutti – commentò – posso aggiungere che in Argentina ho messo il sigillo alla mia fama internazionale e che in Brasile, molti anni dopo, un taxista di Rio de Janeiro mi riconobbe. Non voleva farmi salire, alla fine si ammorbidì ma ce ne volle. Questo per dire quanto abbia pesato sui tifosi brasiliani la sconfitta con gli azzurri. Alla Nazionale sono molto legato. Mi ha dato notorietà, fama, successo e un sogno che non finirà mai”. Quando riattaccai il telefono ero emozionato, le notti spagnole, pensai all’estate del 1982 che mi avevano regalato un amore che sarebbe poi finì in modo burrascoso e la Nazionale di un Mundial fantastico, per me il più bello di tutti i tempi. Addio Pablito.

Mauro Molinaroli

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