Gianni Fuso Nerini, la musica, i viaggi, le band “Il Festival Beat è nato dalla voglia di stare insieme”

Un passatempo nato per gioco diventato una passione, e poi una professione.

È questa la storia di Gianni Fuso Nerini, della sua vita spesa per la musica, del Festival Beat da lui organizzato fin dai primi anni Novanta, per la voglia di riportare a splendere nel piacentino il Rock’n’Roll anni ’60 e le sue atmosfere. Fino al 2019, il Festival è stato l’evento più cliccato sul portale di Salsomaggiore Terme, l’ultima località di approdo della manifestazione, ma quest’anno, tra chiusure e restrizioni, anche il festival si è dovuto fermare, aspettando un atteso ritorno. Ma la storia di Gianni è fatta da un milione di altre: quelle delle band portate in giro per l’Europa, dall’Italia, alla Germania, passando per la Spagna, fino ad arrivare a Piacenza. Delle serate da dj nei locali, di incontri indimenticabili, vite raccontate, emozioni vissute.

Trovarsi al Festival per poter toccare un disco con le mani e parlarne ore, quando ancora non c’era Internet, ma solo le Fanzine scritte a macchina. Voglia autentica di stare insieme, che resta addosso a distanza di anni, come la musica che si portava dietro; amicizie nate sul lavoro e lavoro nato dall’amicizia: di lunghissima data quella tra Gianni Fuso Nerini e la cantante piacentina Nina Zilli, che li ha visti spesso collaborare insieme. Può sembrare un mondo lontano, ma è proprio questa voglia di creare e stare insieme che dobbiamo ritrovare. Magari a tempo di musica!

Gianni, tu sei organizzatore del Festival Beat, ma anche DJ in giro per l’Italia e autista di numerose band musicali. Ci racconti brevemente il tuo mondo professionale e personale, fino a questo 2020?

Tutto è partito oramai più di 30 anni fa, per passione e per gioco: ci si trovava con gli amici a parlare di musica e ci si accorse che in giro c’erano pochissimi live; quindi abbiamo deciso di iniziare ad organizzarne qualcuno noi al Bar del campeggio di Pianello Val Tidone, che avevamo in gestione per l’estate. Nei primissimi anni ‘90 c’erano pochissime opportunità di poter vedere gruppi dal vivo in zona Piacenza, ma pure in Italia le occasioni erano molto rare a livello underground. Ricordo che iniziai a muovermi un po’ per concerti dopo aver conosciuto Tony Face Bacciocchi e la moglie Lilith, che in quel periodo avevano al basso un mio caro amico; poi vennero gli Hermits, iniziai a seguirli come gruppo e la mia passione per la musica anni 60 sboccio’ del tutto! Nel 1993 ci fu la prima edizione del Festival Beat, organizzata da un’associazione di Castel San Giovanni guidata da Attilio Fellegara, allora Batterista degli Hermits, ed io cercai di aiutare come potevo; poi ci furono le collaborazioni con il Kelly’s Pub (poi Madly dal 2000) di Castelnuovo, dove curavo parte della programmazione e dove iniziai a mettere i dischi, senza ancora nessuna velleità da dj professionista. Ma nel frattempo le collaborazioni aumentavano, arrivarono le serate dj e le richieste come driver e tour manager: tutto si stava trasformando in un impegno a tempo pieno, fino a marzo di quest’anno.

Il testo nel sito dell’agenzia veronese Corner Soul Booking, aiuta a capire le mie mirabolanti avventure in giro per l’Europa in compagnia della musica. “A togliere un disco e metterne un altro, come nella migliore tradizione Old School, Gianni Fuso Nerini. Ricercatore di 45 giri nelle cantine più umide di Cogoleto, nelle discariche più infime di Campremoldo Sotto e Sopra, nei mercatini di mezza Europa e nei negozi più decadenti di Istanbul. Capomastro del Festival Beat di Salsomaggiore (e di svariati party in giro per Italia ed Europa). Negli ultimi 20 anni ha messo i dischi nei festival e club più deliranti d’Europa, dal Wild WeekEnd e Funtastic Dracula di Benidorm, al BallRoom Bash di Colonia, dal Mono club e Revolver di Oslo al Gambeat di Barcellona, passando per il Festival du Printemps di Bourges e il Charlatans di Ghent, il Gaswerk di Winterthur, l’Arena di Vienna, il Melkweg di Amsterdam e il South of Nowhere Fest di Marsiglia! Ospite fisso della trasmissione radiofonica StaySoul, condotta da Nina Zilli ed in onda su RaiStereo2! “Let’s have a party tonite!”

10 mesi di pandemia sembrano averci calato in una dimensione totalmente diversa, incerta e sospesa. Come si è trasformata la tua vita di tutti i giorni con chiusure e restrizioni?

Ovviamente nell’ultimo anno la mia quotidianità, come quella di tutti noi del resto, è completamente cambiata. L’ambiente nel quale mi ero ricavato uno spazio è stato messo in stand by; per fortuna non sto affrontando questa situazione da solo, io e la mia compagna ci supportiamo a vicenda e stiamo migliorando le nostre capacità culinarie, ascoltando sempre tanta musica!

So che ora ti stai occupando di un lavoro che esula completamente da musica e spettacolo.

Negli ultimi mesi sto cercando di darmi da fare con varie cose. Dovendo stare a casa, ho approfittato per fare lavori e riordinare alcuni spazi, e ho fatto anche parecchie domande di lavoro in vari ambiti, trovando qualcosa di interessante nell’area logistica.

Il tuo è sempre stato un mondo a colori, fatto di incontri, di musica, di gente,di contatto; tutto quello che adesso manca e sembra ricordo lontano. Dal punto di vista emotivo come vivi questo radicale cambiamento di prospettiva?

Sicuramente la mia vita nell’ultimo anno ha subito un cambiamento radicale, che mi ha visto chiuso in casa praticamente per un anno intero, a parte qualche rara occasione di svago estiva. Se da un lato mi sono mancati gli incontri con gli amici, i viaggi, i concerti e tutto ciò che ha caratterizzato la mia vita fino ad ora, dall’altro ho avuto possibilità di occuparmi maggiormente del “focolare domestico”, facendo qualsiasi tipo di lavoro per migliorare la casa e il suo giardino (ex giungla). Un altro aspetto di questo anno assurdo, è che sto trascorrendo molto più tempo con la mia compagna ed i miei affetti, cosa che il mio lavoro non mi permette di fare spesso.

Come è stata governata secondo te in Italia l’emergenza Covid, dal punto di vista della gestione delle attività?

Non mi ritengo la persona più indicata per esprimere un giudizio riguardante questa situazione che conosco relativamente, considerando soprattutto il fatto che ognuno ha la storia e le proprie esigenze.

Hai partecipato a qualche manifestazione per la tutela del mondo dello spettacolo? Notato risposte costruttive dal punto di vista economico e istituzionale?

No, non ho partecipato a nessuna iniziativa. Per quanto riguarda la risposta alla mia situazione, mi trovo a dover affrontare un periodo difficile come tutti quelli che lavorano a regime di P.Iva

Tra le band che hai scarrozzato in giro per l’Italia – e forse non solo -, ricordi qualche viaggio con particolare nostalgia? Un’ indimenticabile avventura? Cosa hai respirato in quei momenti?

Le band ed i viaggi sono veramente tanti, ma devo ammettere che nella maggior parte dei casi sono riuscito a stabilire un ottimo rapporto con chiunque, e la cosa non è scontata, considerando il fatto che c’è da stare insieme 24h, affrontare lunghi tragitti, stanchezza, qualche birra di troppo (le band ovviamente), rispettare orari e buttar giù dal letto chi magari ci è andato solo qualche minuto prima; bisogna saper ascoltare tutti e cercare di mediare tra tutti quando scatta lo stress e l’immancabile lite tra membri del gruppo, ma poi la complicità e l’empatia che si crea lascia veramente ricordi e sensazioni unici, che anche a distanza di anni, permette di ritrovarsi come se fosse ieri. Le avventure (belle e brutte) sono tantissime, e la prima che mi viene in mente è la notte del 24 agosto 2016, quando, in tour con i Selton, fummo svegliati dal terremoto (eravamo in Val Vibrata) e passammo la notte in bianco rifugiati in furgone. Il giorno dopo, nel viaggio verso Locorotondo, con zero ore di sonno, ascoltavo le notizie alla radio, ed ora dopo ora, news dopo news, mi rendevo conto della tragedia che ci aveva sfiorato.

Un altro viaggio fantastico fu quando dovetti portare un trio jazz-fusion da Milano in un piccolo club in Germania, zona Dresda: 12 ore di viaggio tra bufere di neve (era inizio febbraio) e pause pranzo con würstel enormi, code in autostrada tedesca e paesaggi stupendi. Arrivammo in questo paesino e fummo accolti da eroi, e inondati di birra (la band ovviamente, io dovevo guidare), ci raccontarono che quel posto era un locale culto nella Germania est ai tempi della guerra fredda, perché organizzava concerti clandestini di band straniere e le foto alle pareti lo testimoniavano alla grande, un vero salto nel passato più oscuro. Dimenticavo, il trio era composto da Chester Thompson (batterista di Frank Zappa-Weather Report-Genesis-Phil Collins-Bee Gees e tanti altri) e Alphonso Johnson (basso con Weather Report-Frank Zappa-Pino Daniele tra i più conosciuti). Persone di un’umiltà e gentilezza incredibile, i racconti di Chester(mio fido navigatore sul sedile anteriore) della sua adolescenza, da uomo nero, a Baltimora sono una delle cose più incredibili che abbia mai ascoltato, quasi quanto la paura nei suoi occhi durante la bufera di neve sul passo del san Bernardino.

Indimenticabile anche il mio primo tour, quando a metà anni ’90 il gruppo spagnolo dei Doctor Explosion (che conoscevo solamente tramite scambio di lettere, cartoline e dischi) mi chiese di accompagnarli durante le loro date italiane. Da lì nacque una bellissima amicizia che dura tutt’ora e che mi ha portato parecchie volte in Spagna come dj o semplice turista ed ha riportato spesso loro in Italia in tour. Sempre legato alla Spagna, ricordo con piacere il tour iberico con i Radio Days , band powerpop da Voghera, 15 giorni-18concerti e 15mila km. Episodio molto divertente quando, per il loro concerto a Milano di alcuni anni fa, dovetti portare gli Offspring più volte dalla location all’hotel e viceversa, e poco prima del concerto loro erano belli tranquilli sui sedili posteriori del furgone con i vetri oscurati; mentre io mi dovevo far largo a colpi di clacson tra una marea di gente che affollava la via di accesso.

Poi può anche succedere che durante i momenti che si passano in furgone si parli di tutto e di più e quindi, parlando di chitarre ed amplificatori d’epoca, un personaggio come Nik Chester (voce della band australiana Jet) decida di venire a Piacenza (con tappa birra e bruschetta al Christiania) ad acquistare strumentazione: ora suona con una chitarra Crucianelli ed un amplificatore Binson provenienti dalla collezione di Giulio “link” Cardini, from Podenzano City. Se dovessi raccontare tutto non basterebbe un libro.

“Mi manca il profumo degli studi Rai” – dici -. Ci racconti di quegli odori che ti sono rimasti dentro, insieme alle cose e alle persone che li portavano?

Questa frase si riferisce a quella volta in cui andai agli studi Rai di Milano e mi fecero visitare alcune stanze dove furono registrate edizioni di trasmissioni storiche, e tutto era rimasto come allora: il piano a coda, i mixer ed i microfoni, la moquette ed i tendaggi fonoassorbenti. Tutto era impregnato di storia e ogni cosa mi è rimasta attaccata addosso.

In quegli studi hai accompagnato anche l’amica e cantante piacentina Nina Zilli per qualche progetto musicale o radiofonico? Come si è sviluppata la vostra collaborazione?

Con Chiara (in arte Nina Zilli) come conduttrice radiofonica, ho partecipato, insieme all’amico Mariano Liberali, a tutte le edizioni di Stay Soul, in onda su RaiStereo2. Il nostro era un semplicissimo cammeo all’interno di ogni puntata, dove proponevamo una canzone di musica Beat-60’s, a volte legata al tema della puntata, altre a nostro piacere. Andavamo agli studi Rai a Milano e si passavano sempre bei momenti, senza nessun vincolo imposto dal programma. Per me è stata un’esperienza ed una novità molto interessante, non avevo mai partecipato ad un programma radiofonico diffuso a livello nazionale: il team di Stay Soul ha saputo rendere tutto molto semplice e leggero, e ovviamente a questo ha contribuito il rapporto di amicizia e sintonia musicale che ci ha sempre legato a Chiara.

Con lei ci siamo conosciuti a fine anni 90, quando giovanissima, veniva ad ascoltare i live che organizzavo al Kelly’s-Madly Pub di Castelnovo, e da lì insieme alla nostra compagnia abbiamo iniziato ad andare a concerti (ricordo un Rocky Roberts ai Giardini Hawaii di Podenzano), fare uscite con gli amici ed organizzare date in giro con il gruppo che aveva in quel periodo, prima Jerks e poi Chiara e gli Scuri. Con Chiara e gli Scuri suonarono al Festival Beat nell’unica edizione tenutasi a Nibbiano Val Tidone, nel 2000, edizione che la vide anche come presentatrice. Ricordo con piacere anche alcune date fuori provincia, come a Jesolo (data con i Morticia’s Lovers) ed una trasferta storica al Jack the Ripper di Roncà (Verona), dove organizzammo un pullman con 60 persone che scesero colme di allegria davanti all’ingresso del pub, contagiando all’istante gli esterrefatti frequentatori locali! Per anni abbiamo inondato la povera Chiara di compilation beat (italico, francese, tedesco, thailandese e dell’est europeo) e quando la produzione Rai decise di affidarle un programma musicale ci contattò subito per farne parte e la cosa ci fece molto piacere ovviamente!

Ma veniamo al pezzo forte, il Festival Beat, che quest’anno sarebbe arrivato alla 27esima edizione. Come nasce l’idea del festival? So che ti hanno passato il testimone.

Più che un’idea, si trattò di un’esigenza, di una necessità, che poi era quella di stare insieme, di conoscersi, condividere la stessa passione per un certo tipo di musica, cultura e, soprattutto attitudine. Tutto questo fu concretizzato grazie al lavoro della Factory, associazione nata a Castel San Giovanni nei primi anni 90, con presidente Attilio Fellegara e sostenuta da Arci Piacenza. Attilio era il batterista degli Hermits, gruppo Garage-Punk piacentino, e sviluppò parecchi contatti con appassionati di musica 60’s sia in Italia, che all’estero. Durante i concerti degli Hermits in giro per la penisola, egli avvertì la voglia e l’esigenza di un momento di ritrovo, di un’occasione per compattare un “giro” musicale che in quel periodo (dopo una certa popolarità negli anni 80) non godeva di grande visibilità, ed era finito ai margini dell’underground più oscuro.

Le prime edizioni si tennero nello spazio adiacente al Palazzetto dello Sport di Castel San Giovanni, e tra zanzare, improvvisazione e spirito di amicizia, si creò quella speciale alchimia che ancora oggi pervade lo spirito del Festival Beat. C’erano bancarelle di dischi(non c’era internet, e quella era un’occasione unica per poter comprare dischi toccandoli con mano, per tornare poi alle liste inviate tramite posta durante il resto dell’anno), di vestiti usati ed oggettistica varia(non era ancora arrivata la moda del vintage), di libri e VHS con oscuri film duplicati, c’era chi scambiava strumenti musicali e poi tanta musica, con gruppi dal primo pomeriggio e gente che si incontrava e si conosceva di persona, magari dopo essersi scritti ed aver parlato per anni al telefono, a volte solo per scambiarsi un’ opinione su un disco. C’erano le Fanzine, quelle che poi sono state il vero traino promozionale e divulgativo per qualsiasi evento e cultura sotterranea per anni, scritte il più delle volte con la macchina da scrivere e poi fotocopiate e rilegate con le graffette da gente che aveva una passione immensa, che passava il proprio tempo libero condividendo quello in cui credeva, quello in cui si riconosceva, perché il più delle volte faceva parte del gruppetto di sfigati di paese o città (e in Italia il Rock’n’Roll è prerogativa della provincia più oscura) e non vedeva l’ora di poter trovare un’anima affine sparsa per il globo!

A Castel San Giovanni il Festival Beat restò fino al 1999, e quella fu la prima edizione dove iniziai ad occuparmi dell’organizzazione, soprattutto sotto il punto di vista artistico. Infatti ci tengo a sottolineare e ricordare che sarebbe impossibile portare avanti una simile manifestazione senza l’aiuto, la competenza, la volontà e il sacrificio (spesso si giocano le ferie per aiutare) di tantissimi amici e volontari. Il Festival Beat è arrivato alla 27ma edizione nel 2019, di cui 13 a Salsomaggiore Terme, e vediamo cosa ci riserva il futuro. Per chi volesse approfondire c’è il sito www.festivalbeat.net e nel 2011 è uscito un libro sui primi 18 anni del Festival Beat (si può richiedere alla mail festivalbeat@libero.it o si trova anche in rete), con date, gruppi-ricordi dei protagonisti e foto, seguito da un’appendice uscita nel 2018, dove protagonisti sono anche tutti i collaboratori storici, ai quali va un enorme grazie per tutto quello che hanno fatto nel corso degli anni, e per come lo hanno fatto, con attitudine e passione! Non è un caso se oggi il Festival attrae a sé sempre più gente e, pur rimanendo evento di nicchia, è il più cliccato sul portale di Salsomaggiore Terme.

Qualche band simbolo del “Beat piacentino”?

La provincia di Piacenza è sempre stata molto attiva in campo musicale a livello underground e attenta alle sottoculture giovanili, sarà per la posizione geografica, il nodo ferroviario o l’inquinamento padano. Parlando di gruppi in ambito Garage60’s-Beat-Rock’n’Roll-Punk, posso citare i Farnesi, alfieri del Beat cittadino sul finire degli anni 60: le notizie sono nebbiose, ma si racconta del padre di Davide Devoti (chitarrista di Vasco Rossi) alla chitarra ed altri insospettabili personaggi locali nella line up. Piacenza è anche terra di Tony “Face” Bacchiocchi e dei suoi Not Moving, pietre miliari e precursori del Rock’n’Roll italico degli anni 80, basta cercare in rete e si troveranno centinaia di testimonianze e notizie sulla storia della band; da ricordare anche il lato Mod-RnB-Soul di Bacchiocchi (considerato il babbo del movimento neoMod italiano degli anni 80) e punto di riferimento furono la sua Fanzine Faces e le serate al Pluto di Via Taverna a partire dalla metà degli anni ’80, rimasto immutato e ora Chez Art. Altri gruppi da ricordare sono i già citati The Hermits, i Morticia’s Lovers, Chiara e gli Scuri, Rookies, Stinking Polecats, Liquid Germs, Buddy and the Cocos. Oggi abbiamo alcune ottime band surf come i Ghiblis e gli Operation Octopus e il garage 60’s dei Backdoor Society. Mi sono anche molto simpatici i Bravi Tutti che sono veramente bravi tutti, ma non tutti belli.

Crogiuolo di incontri dall’Europa e dal mondo, il festival quest’anno si è dovuto fermare. Lo stop lascerà il segno, o siete già carichi per il 2021?

Purtroppo il Festival Beat con tutte le manifestazioni si è dovuto fermare questo 2020 e staremo a vedere che succede per l’anno prossimo: ora come ora non è possibile fare previsioni e il passare del tempo renderà sempre più difficile un’edizione 2021. Solitamente in questo periodo l’organizzazione del Festival era già pressoché ultimata e sinceramente un’edizione dell’ultimo momento non mi solletica molto. Faremo il punto con tutti i nostri collaboratori nei prossimi mesi e vedremo comunque cosa si potrà fare, ma soprattutto a che punto sarà la situazione che ci sta coinvolgendo tutti nell’ultimo anno.

Tu denunci una netta diversità tra Italia e altri Stati europei nel nodo di approcciarsi alla cultura: che cambiamento ti aspetti allora per l’Italia post- Covid?

Sinceramente non mi aspetto nessun cambiamento, come non sto verificando nessun cambiamento nei comportamenti degli italiani, a tutti i livelli, in questo ultimo anno. L’argomento è molto tortuoso e lungo da affrontare. Per quanto ho potuto verificare io attraverso i miei viaggi, le mie partecipazioni a Festival stranieri e le chiacchiere con gli amici, in pillole: in parecchi paesi l’approccio alla musica da parte delle istituzioni è diverso, c’è più attenzione e più partecipazione, sotto tutti gli aspetti, poi ci sono alti e bassi anche lì, ma chissà perché sembra tutto più facile all’estero per le sottoculture. In Italia, a partire dagli anni ’80 c’è stato un appiattimento culturale costante: sicuramente Tv commerciali ed internet hanno fatto la loro parte, considerazione opinabile e qualunquista, ma anche se le sfumature sono tante, io oggigiorno non vedo generale interesse per attività culturali in Italia, a meno che non siano legate alla moda del momento o a situazioni mainstream. 

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